The Horrors: Primary Colours (Beggars Banquet-XL/Self)
The Horrors: rivelazione dell’anno o bluff indegno? Di seguito due pareri opposti a confronto. Ma potete anche farvi la vostra idea ascoltando l’album in streaming (in fondo a questo post), o andandoli a sentire dal vivo al Parklife il 21 luglio a Milano.
Sarebbe stato carino averli come sono stati nei primi mesi della loro esistenza, intramontabile emblema del concetto 2.0 di rock band a cui non serve di avere inciso o SAPER SUONARE musica per fare gente ai concerti. Questa è gente che, a sentire le voci, ha imparato a tenere in mano le chitarre durante il primo tour. Il fatto che io li detesti non significa che non li capisca, tutt’altro; è solo che, non so come spiegarlo, tu chiami il tuo idraulico di fiducia a riparare il water e scopri che è stato rimpiazzato da un ritardato di ventisei anni che si veste come il conte dracula e non sa un cazzo di tubature e guarnizioni. Quindi a me di base The Horrors fanno schifo perchè io non sono una ninfomane decerebrata. Questa cosa se sei un gruppo di ragazzi carini devi imparare ad accettarla. Comunque non sono qui per tirare insulti generici al gruppo: gli insulti sono mirati al loro ultimo disco. Il loro ultimo disco è un lavoro che, in ottemperanza al dettame di base secondo cui la musica è la parte meno rilevante della cosa-Horrors, si “dimentica” di avere bazzicato tutta quella faccenda garage-noise (con risultati disprezzabili, sia chiaro) ai tempi di Strange House con la foga di chi sembrava sentirsi nato per leccare il culo ai Piranhas. E tutto d’un tratto la musica degli Horrors diventa una roba del tipo cerchiamo di essere i PIL ma magari infilaci due chitarre tipo shoegaze. Negli ultimi tre anni è difficile pensare a un’intenzione più paracula e noiosamente allineata, realizzata tra l’altro con il cinismo più distaccato e calligrafico che recentemente ci sia dato ascoltare. E allora perchè di preciso CHIUNQUE li ha accolti lodandone il coraggio e la versatilità senza sgamarli? L’unica cosa davvero bizzarra degli Horrors è l’incessante inarrestabile favore critico che ricevono ad ogni nuova scorrettezza, un po’ come Silvio Berlusconi. Non fosse ammantato di questo alone di brillantezza e coraggio, Primary Colours verrebbe giustamente accolto a suon di sbadigli -quelli che riservi ai dischi che sai di poter trovare al banchetto degli usati tre mesi dopo l’uscita della rece su NME. E invece no. I motivi principali sono due: il primo è che la maggior parte delle persone che scrivono recensioni pesanti oggigiorno non capiscono un cazzo di musica -non è cattiveria, è una constatazione: dei critici seri avrebbero scoperto più buoni gruppi e meno ciofeche da un singolo e via. Il secondo è che la musica degli Horrors è perfettamente cucita sui canoni critici attuali, segno che è ora di scaricare detti canoni giù per un fosso quanto prima. Mi sento costruttivo, quindi mi permetto di lanciare un paio di concetti a caso: Il nuovo disco degli Horrors fa quasi più cacare del disco prima; il fatto che abbiano cambiato radicalmente genere in favore di qualcosa MOLTO più di moda è indice soprattutto del fatto che il disco prima non sia riuscito abbastanza, nè a livello artistico nè di vendite, da ingabbiarli nel genere con cui hanno deciso di iniziare; non ne possiamo più di gente che cerca di scrivere la nuova Just Like Honey come se la vecchia non avesse abbondantemente rotto le palle; se la musica è così irrilevante e intercambiabile puoi anche fare qualcos’altro -il modello, il creatore di accessori, il graphic designer, mica ti sto obbligando ad andare a vender tettoie ondulate porta a porta. Basta che la smetti di fare dischi.
(F.F.)
Che sarebbe stato l’ennesimo gruppo che riprende (anche) Bauhaus e Joy Division a tirar fuori uno degli album rock più importanti della prima parte del 2009 (per il felice incontro di maturità stilistica, freschezza, varietà e compattezza, per l’alto livello delle canzoni, per il gradimento trasversale), se lo aspettavano in pochi. Ma sul fatto che quel gruppo sarebbero stati The Horrors, fino a qualche mese fa non avrebbe scommesso quasi nessuno. Li avevamo lasciati con il bizzarro psychobilly-garage – tra Cramps, Birthday Party e spruzzi di new rave – dell’esordio di due anni fa Strange House, e al di là del genere proposto (che un po’ li confinava nella nicchia goth) i cinque londinesi avevano tutto per essere disprezzati: look imbarazzante che oltrepassa il sottile confine tra il gioco estetico sulla propria immagine e i Tokio Hotel, appoggio sproporzionato del solito NME, gossip a sovrastare i discorsi sulla musica (il flirt del cantante Faris Badwan con Peaches Geldof). I nuovi Horrors hanno mantenuto i ciuffi inguardabili (anche se la copertina sfuocata del nuovo Primary Colours ce li risparmia), ma la crescita musicale è impressionante (la produzione di Geoff Barrow dei Portishead ha senz’altro contribuito) e il sound della band appare trasformato. Non è tanto una questione di maggiore “originalità” (per quanto oziosi possano essere nel 2009 i discorsi sull’originalità nella musica pop): Badwan passa anzi dalle performance selvagge a un cantato più vicino al binomio Curtis-Murphy come quello offerto da tanti, troppi gruppi recenti; e pure la struttura dei brani è in qualche modo rassicurante, per l’ascoltatore con una media infarinatura di post punk e rock alternativo/psichedelico. Su una base che resta – nella voce, nelle atmosfere – orgogliosamente wave, si affacciano qua e là iniezioni più o meno robuste di chitarre shoegazer (non esattamente una novità coraggiosa, nel 2009). Altrove orge di synth e bassi riescono a riproporre cliché Joy Division senza irritare (Scarlet Fields); non mancano poi richiami episodici al garage brutto e cattivo del debutto (New Ice Age), romanticherie a sorpresa (l’intermezzo spectoriano di Who Can Say, certi testi più speranzosi che decadenti) e un paio di momenti kraut che incorniciano e rendono più fascinoso l’intero viaggio (l’intro di Mirror’s Image e l’ipnotica cavalcata del fulminante primo singolo Sea Within a Sea: un album che finisce con un pezzo del genere istiga al riascolto immediato). Per chi la (old) new wave l’ha sempre amata e sentita nelle vene, da prima che il proliferare negli anni ‘00 di epigoni non sempre all’altezza rendesse insopportabile anche solo sentirla citare, un disco come questo è una sorta di rivincita. Perché non importa quanto il collage proposto possa essere furbetto, importa quanto funzioni: qui abbiamo dieci canzoni che travolgono (più la testa e le gambe che il cuore, va detto), che non suggeriscono la solita ambizione di diventare i nuovi U2, che sbattono di nuovo quel suono, quei fremiti e quell’inquietudine in faccia a tutti.
(P.M.)
Visita il myspace degli Horrors
Guarda il video di Sea Within a Sea
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