Pure Reason Revolution: Amor Vincit Omnia (Superball Music/Audioglobe)

Chiara Leandri | 13/7/2009

untitledI ritmi cupi e sporchi vanno di moda, quindi non sarà difficile apprezzare questi albionici Pure Reason Revolution. Sul confine fra l’electro e il rock duro, si impongono con quel pizzico di pop che piace a tutti, peccato che su qualche passo si spostino dai Linkin Park del 2000 ai Maximo Park del 2005 – i tempi cambiano, le mutazioni si evolvono, ma molte cose rimangono uguali. Però, ecco, questa è solo una prima e banale osservazione. Capita, poi, che durante il banale passaggio di uno dei brani più lunghetti, tutto diventa inaspettatamente poco scontato. Se pensi di averli inquadrati su Les Malheurs, arriva una AVO (”Amor Vincit Omnia”: la title track, in pratica) o una Deus Ex Machina che, pronuncia inglesotta del latino a parte, sbarella tutto. Vero industrial anni ‘90, contaminazioni techno e guazzabuglio di sensazioni. Non sono scontati, e lo sanno. Giocano con una voce mainstream per sorprenderti all’improvviso con l’arrivo di un groove metà ballereccio e metà profondo, spigoloso. E’ un secondo lavoro di tutto rispetto, diverso da ciò che è stato detto (eroi del prog alla Pink Floyd: il tempo è ormai passato) o di ciò che loro stessi possono dire a proprio riguardo (Depeche Mode come ispirazione) . Non credetegli, non giudicate da quello che vedete: piuttosto, ascoltate.

Live: 
17 luglio @ Stadio A. Picchi, Livorno

Guarda una bella anteprima live
Visita i PRR su Last.fm

 

Dirty Projectors Contest!

Marina Pierri | 9/7/2009

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Today, it’s Dirty Projectors’ Day!

Per festeggiare questa lieta evenienza, inventata di sana pianta da noi circa dieci minuti fa, vi regaliamo un oggetto da paura: un’edizione LIMITATISSIMA di Bitte Orca formato cassetta. Eh già, cassetta. Che peraltro contiene istruzioni per scaricare gratuitamente alcuni mp3. E bellissima ed è firmata Domino. Quando vi ricapita? Tra l’altro abbiamo ragione di credere che non si trovi nei negozi…

E allora via, fiondatevi. Di corsa. Che non ne ce ne sono molte. Per ricevere una a casa vostra, (scriveteci) vitaminicontest (at) gmail (dot) com indicando il vostro nome, cognome, indirizzo e risposta alla seguente domanda:

C’è un frutto caduto che per Longstreth, titolare dei DP, è particolarmente grazioso. Di quale frutto di tratta?
(eheheh)

Dirty Projectors – Bitte Orca (Domino/Self)

Marina Pierri | 9/7/2009

bitte-orcaPerché certe cose vengano fuori, ne sono piuttosto convinta, sono necessarie delle premesse, delle condizioni. La creatività non basta. L’intenzione neppure. Il talento men che meno. Perché certe cose spuntino, maturino, serve del coraggio più di tutto, ma di più, certamente di più! serve che nasca un pubblico – parliamo di prodotti culturali, ovviamente -  disposto a recepire. È questo, io credo, il caso attorno alla fortuna più o meno improvvisa di Bitte Orca.
I Dirty Projectors con questo disco, il loro migliore, si spostano paralleli sull’asse della melodia, ma lo schema di fondo non sembra essere variato troppo, così come quel bizzarro gusto per la rielaborazione, la citazione, la reinvenzione di testi (non in senso stretto) più e meno celebri. La band di Longstreth è quella che ha ripensato i pezzi dei Black Flag con Rise Above ed è la band che, oggi, ripensa i Jackson 5 con Stillness Is The Move e Nico con Two Doves. Il punto, e qui mi riallaccio al discorso precedente, è che in questi mesi il pop sperimentale è emerso, salito in superficie.
Sotto un certo punto di vista, Bitte Orca completa la trilogia avant-pop di questa prima parte del 2009: Animal Collective, Grizzly Bear e infine, si, Dirty Projectors. Tre dischi che ci hanno bucato la testa e ci hanno spazzato via, in maniera ovviamente molto differente da caso a caso, ma con un forte minimo comun denominatore: la strada impervia dell’ “inascoltabile” si raddrizza sulla via del pop, agganciandosi al già noto, al “classico” (pensate agli AC con il surf, o ai GB con il girl group sound). È un miracolo. Dei musicisti e nostro, gli ascoltatori: l’orecchio collettivo vi accetta, creature curiose, forse persino un po’ prepotenti. Alla fine siamo realmente noi ad avere modificato cosa ci piace, perché ci piace, come lo prendiamo. Non loro. Che bene o male marciano spediti, e da anni.

Bitte Orca è il primo disco dei DP su Domino. Visita il sito della Domino

Il Gran Galà di Seconda Visione – 1

Francesco Locane | 8/7/2009

red_carpetAmiche e amici di Vitaminic, se n’è andata anche l’ottava stagione di Seconda Visione. Oggi e mercoledì prossimo potrete ascoltare tutta la puntata speciale del Gran Galà, andata in onda su Città del Capo – Radio metropolitana dalle 21 alle 2330 di martedì 7 luglio.

In questa prima parte sono stati assegnati i premi alla Gnocca dell’anno, Gnocco dell’anno, Film Equo e Solidale, Film DAMS e Scienze della Comunicazione, Attrice Filodrammatica e Attore Filodrammatico.

Inoltre abbiamo chiesto a Federico Bernocchi, Pier Maria Bocchi, Manu Marchesi, Davide Turrini, Francesco “Kekkoz” Chignola e Roy Menarini quali fossero per loro i tre migliori film della stagione e quale fosse, invece, il peggiore.

Nella seconda e ultima parte, i premi “seri”. Buon ascolto!

The Horrors: Primary Colours (Beggars Banquet-XL/Self)

The Horrors: rivelazione dell’anno o bluff indegno? Di seguito due pareri opposti a confronto. Ma potete anche farvi la vostra idea ascoltando l’album in streaming (in fondo a questo post), o andandoli a sentire dal vivo al Parklife il 21 luglio a Milano.

the_horrors-primary_coloursSarebbe stato carino averli come sono stati nei primi mesi della loro esistenza, intramontabile emblema del concetto 2.0 di rock band a cui non serve di avere inciso o SAPER SUONARE musica per fare gente ai concerti. Questa è gente che, a sentire le voci, ha imparato a tenere in mano le chitarre durante il primo tour. Il fatto che io li detesti non significa che non li capisca, tutt’altro; è solo che, non so come spiegarlo, tu chiami il tuo idraulico di fiducia a riparare il water e scopri che è stato rimpiazzato da un ritardato di ventisei anni che si veste come il conte dracula e non sa un cazzo di tubature e guarnizioni. Quindi a me di base The Horrors fanno schifo perchè io non sono una ninfomane decerebrata. Questa cosa se sei un gruppo di ragazzi carini devi imparare ad accettarla. Comunque non sono qui per tirare insulti generici al gruppo: gli insulti sono mirati al loro ultimo disco. Il loro ultimo disco è un lavoro che, in ottemperanza al dettame di base secondo cui la musica è la parte meno rilevante della cosa-Horrors, si “dimentica” di avere bazzicato tutta quella faccenda garage-noise (con risultati disprezzabili, sia chiaro) ai tempi di Strange House con la foga di chi sembrava sentirsi nato per leccare il culo ai Piranhas. E tutto d’un tratto la musica degli Horrors diventa una roba del tipo cerchiamo di essere i PIL ma magari infilaci due chitarre tipo shoegaze. Negli ultimi tre anni è difficile pensare a un’intenzione più paracula e noiosamente allineata, realizzata tra l’altro con il cinismo più distaccato e calligrafico che recentemente ci sia dato ascoltare. E allora perchè di preciso CHIUNQUE li ha accolti lodandone il coraggio e la versatilità senza sgamarli? L’unica cosa davvero bizzarra degli Horrors è l’incessante inarrestabile favore critico che ricevono ad ogni nuova scorrettezza, un po’ come Silvio Berlusconi. Non fosse ammantato di questo alone di brillantezza e coraggio, Primary Colours verrebbe giustamente accolto a suon di sbadigli -quelli che riservi ai dischi che sai di poter trovare al banchetto degli usati tre mesi dopo l’uscita della rece su NME. E invece no. I motivi principali sono due: il primo è che la maggior parte delle persone che scrivono recensioni pesanti oggigiorno non capiscono un cazzo di musica -non è cattiveria, è una constatazione: dei critici seri avrebbero scoperto più buoni gruppi e meno ciofeche da un singolo e via. Il secondo è che la musica degli Horrors è perfettamente cucita sui canoni critici attuali, segno che è ora di scaricare detti canoni giù per un fosso quanto prima. Mi sento costruttivo, quindi mi permetto di lanciare un paio di concetti a caso: Il nuovo disco degli Horrors fa quasi più cacare del disco prima; il fatto che abbiano cambiato radicalmente genere in favore di qualcosa MOLTO più di moda è indice soprattutto del fatto che il disco prima non sia riuscito abbastanza, nè a livello artistico nè di vendite, da ingabbiarli nel genere con cui hanno deciso di iniziare; non ne possiamo più di gente che cerca di scrivere la nuova Just Like Honey come se la vecchia non avesse abbondantemente rotto le palle; se la musica è così irrilevante e intercambiabile puoi anche fare qualcos’altro -il modello, il creatore di accessori, il graphic designer, mica ti sto obbligando ad andare a vender tettoie ondulate porta a porta. Basta che la smetti di fare dischi.
(F.F.)

Che sarebbe stato l’ennesimo gruppo che riprende (anche) Bauhaus e Joy Division a tirar fuori uno degli album rock più importanti della prima parte del 2009 (per il felice incontro di maturità stilistica, freschezza, varietà e compattezza, per l’alto livello delle canzoni, per il gradimento trasversale), se lo aspettavano in pochi. Ma sul fatto che quel gruppo sarebbero stati The Horrors, fino a qualche mese fa non avrebbe scommesso quasi nessuno. Li avevamo lasciati con il bizzarro psychobilly-garage – tra Cramps, Birthday Party e spruzzi di new rave – dell’esordio di due anni fa Strange House, e al di là del genere proposto (che un po’ li confinava nella nicchia goth) i cinque londinesi avevano tutto per essere disprezzati: look imbarazzante che oltrepassa il sottile confine tra il gioco estetico sulla propria immagine e i Tokio Hotel, appoggio sproporzionato del solito NME, gossip a sovrastare i discorsi sulla musica (il flirt del cantante Faris Badwan con Peaches Geldof). I nuovi Horrors hanno mantenuto i ciuffi inguardabili (anche se la copertina sfuocata del nuovo Primary Colours ce li risparmia), ma la crescita musicale è impressionante (la produzione di Geoff Barrow dei Portishead ha senz’altro contribuito) e il sound della band appare trasformato. Non è tanto una questione di maggiore “originalità” (per quanto oziosi possano essere nel 2009 i discorsi sull’originalità nella musica pop): Badwan passa anzi dalle performance selvagge a un cantato più vicino al binomio Curtis-Murphy come quello offerto da tanti, troppi gruppi recenti; e pure la struttura dei brani è in qualche modo rassicurante, per l’ascoltatore con una media infarinatura di post punk e rock alternativo/psichedelico. Su una base che resta – nella voce, nelle atmosfere – orgogliosamente wave, si affacciano qua e là iniezioni più o meno robuste di chitarre shoegazer (non esattamente una novità coraggiosa, nel 2009). Altrove orge di synth e bassi riescono a riproporre cliché Joy Division senza irritare (Scarlet Fields); non mancano poi richiami episodici al garage brutto e cattivo del debutto (New Ice Age), romanticherie a sorpresa (l’intermezzo spectoriano di Who Can Say, certi testi più speranzosi che decadenti) e un paio di momenti kraut che incorniciano e rendono più fascinoso l’intero viaggio (l’intro di Mirror’s Image e l’ipnotica cavalcata del fulminante primo singolo Sea Within a Sea: un album che finisce con un pezzo del genere istiga al riascolto immediato). Per chi la (old) new wave l’ha sempre amata e sentita nelle vene, da prima che il proliferare negli anni ‘00 di epigoni non sempre all’altezza rendesse insopportabile anche solo sentirla citare, un disco come questo è una sorta di rivincita. Perché non importa quanto il collage proposto possa essere furbetto, importa quanto funzioni: qui abbiamo dieci canzoni che travolgono (più la testa e le gambe che il cuore, va detto), che non suggeriscono la solita ambizione di diventare i nuovi U2, che sbattono di nuovo quel suono, quei fremiti e quell’inquietudine in faccia a tutti.
(P.M.)

Visita il myspace degli Horrors
Guarda il video di Sea Within a Sea
Guarda il video di Who Can Say

Ascolta l'intero album in streaming

The Love Language: s/t (Bladen County)

Nur Al Habash | 7/7/2009

LoveLanguageStu McLamb è la prova vivente che una pena d’amore può essere la migliore soluzione per rilanciare una carriera. Dopo problemi d’alcolismo, un brutto addio della ragazza e anche della band in cui militava all’epoca (i Capulets), ha scelto semplicemente un nome da cui ricominciare:  The Love Language. Dietro queste tre parole infatti c’è molto più che un gruppo: c’è un progetto di vita, tanto talento e last (but not least) un canzoniere di perdono alla sua bella (che per la cronaca, non ha accettato di rimettersi assieme a lui ma in compenso ha disegnato la copertina dell’album).
A prescindere dalle sorti esistenziali di McLamb però, questo disco è un gioiello di pop distorto che gioca con i riverberi come farebbe una band garage e si tinge di eleganza e malinconia retrò come qualsiasi cantante fascinoso degli anni cinquanta. Qualcosa di rozzo e carino allo stesso tempo, che mette in fila i Jefferson Airplane e Buddy Holly, gli Walkmen e gli Strokes, gli Arcade Fire e i Saturday Looks Good To me, in un trionfo spettacolare di groove senza età, instant classics e puro pop. Da rimanerci secchi.

Ascolta la loro Daytrotter Session
Visita il blog della band

King Creosote: Flick the Vs (Domino/Self)

Paolo Morelli | 7/7/2009

king_creosote-flick_the_vsL’indie-folk non è roba per tutti. E catturare a lungo l’attenzione di chi come il sottoscritto non inserisce esattamente Badly Drawn Boy tra gli artisti che gli hanno cambiato la vita è un compito duro. Ci riesce solo a tratti, nel suo ultimo album, l’iperproduttivo musicista scozzese Kenny Anderson (fondatore della piccola Fence Records e animatore dell’omonimo collettivo, nonché autore di oltre una quarantina di uscite a nome King Creosote in poco più di dieci anni, tra dischi ufficiali e cd-r). Dall’ascolto delle dieci tracce di Flick the Vs traspaiono la cura e l’amore profusi nella loro realizzazione: l’impianto acustico di base è trasformato o impreziosito ora da un’elettronica non troppo invadente, ora da giochetti di organo e xilofono, ora da archi e fiati (grazie alla partecipazione di vari membri del Fence Collective). Ecco quindi che un sax baritono sbarazzino rende la marcetta di No Way She Exists uno dei pezzi più godibili – insieme allo spensierato singolo Coast on By. Convince anche il più drammatico pezzo d’apertura No One Had It Better: peccato che quel dinamismo e quella tensione non trovino poi molto seguito nel resto del disco, che comprende momenti rilassati al limite dello sbadiglio (Nothing Rings True) e brani un po’ troppo “circolari” e ripetitivi per i miei gusti (la furbetta Rims, che non mancherà di suscitare entusiasmo. In altri). Chi è più avvezzo al genere “electro-folk-pop di provincia con voce monocorde” potrebbe insomma trovarsi molto più a suo agio di me nel regno ovattato di King Creosote: sia per la varietà e la delicatezza dei suoni impiegati, sia per le piacevoli svolte a sorpresa che regala qualche canzone nella coda (Camels Swapped for Wives).

Visita il myspace di King Creosote
Guarda il video di Coast on By

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 7/7/2009

best_coastE anche per quest’anno (l’ottavo!) siamo giunti all’ultimo appuntamento stagionale con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Enzo e la Fagotta dovevano avere ospiti, The Calorifer Is Very Hot, per presentare il loro nuovo singolo e ascoltare qualche canzone in acustico dal vivo, ma come sempre succede a polaroid le cose sono andate diversamente. Così hanno rimediato con un paio di ottimi collegamenti, svariati brindisi, molti dischi per l’estate e numerosi saluti e abbracci. Buone vacanze a tutti! Questa è la playlist dell’ultima puntata:

The Calorifer Is Very Hot – Lester
Love Language – Lalita
The Wave Pictures – My Kiss
The Drums – Let’s Go Surfing
Liechtenstein – Postcard
[collegamento con Beatrice per la rubrica "Thanks for the rubrica"]
Quakers and Mormons – New York Town
Lucky Soul – Whoa Billy!
Best Coast – Sun Was High (So Was I)
Crocodiles – Here Comes the Sky
[in collegamento da Londra, Matteo "Valido" Zuffolini per la rubrica "Londonwatch"]
Let’s Wrestle – Diana’s Hair
DJ Minaccia – So Bored (Wavves cover)

Scarica la puntata in mp3…
oppure ascoltala qui sotto in streaming:

White Denim: Fits (Full-Time Hobby / Self)

Enzo Baruffaldi | 6/7/2009

white_denimC’è troppa psichedelia, c’è troppo hard blues, c’è troppo free jazz o qualcosa che gli somiglia, ci sono troppi riff pesanti che picchiano sul metallo nudo e crudo, ci sono troppe dilatazioni e sospensioni, c’è troppo spesso una voce che ricorda, in maniera variabile, White Stripes, Jon Spencer, MC5, Sly Stone, Red Hot Chili Peppers, Jimi Hendrix (ma quest’ultimo forse è solo la suggestione delle chitarre). Insomma c’è troppo di un enorme casino freakettone per farmi dire che questo disco lo posso amare davvero. Ma poi chi sono io per poterlo amare? Questa musica che forse non capisco fino in fondo mi ha fatto comunque agitare mentre l’ascoltavo. Mi chiedeva di reagire: di gambe, di testa o di pancia. Puoi fare headbanging su Say What You Want o sul singolo I Start To Run (con tanto di campanaccio punk funk!), puoi perderti nei deliri liquidi alla Doors di Sex Prayer, puoi cercare le coccole folk di Paint Yourself (epica come certi Broken Social Scene), o addirittura farti coinvolgere dalla groova in tutto e per tutto black di Regina Holding Hands. Ma non c’è un unico verso per prendere questo disco, si dà per intero. E alla fine di Fits, dei White Denim mi piacciono anche gli incessanti cambi di tempo, mi piace il modo in cui l’aggressività della prima parte di scaletta si sfalda e sublima a mano a mano che si procede, mi piace che questo trio di Austin sembri scoppiare di una creatività che gli scappa in continuazione da ogni parte. Avanti, ancora, di più!

Visita il sito dei White Denim
Guarda il video di I Start To Run
Scarica un po’ di mp3 da RCRD LBL
Ascolta (e scarica) una session dal vivo dell’anno scorso per Daytrotter

AutoKratz: Animal (Kitsuné/Cooperative/Self)

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/08/autokratz-250x250.jpgNella stessa settimana in cui la boutique Kitsuné (52 Rue de Richelieu, ovviamente a Parigi) ha aperto la stagione dei saldi, per una coincidenza che potrebbe avere qualcosa di ironico l’etichetta discografica che porta lo stesso nome e che ne condivide la fortunata sorte ha fatto uscire questo secondo lavoro del duo londinese Autokratz. Non si tratta proprio di una svendita totale, ma forse non sarebbe sbagliato prenderla come un invito a valutare bene quali spese concedersi. Dopo il mini album Down & Out in Paris and London del 2008 c’era parecchia attesa per questo nuovo Animal, e gli Autokratz hanno deciso di giocare in contropiede, facendo contenta la (immaginaria?) critica musicale, da un lato, e continuando a spingere sul lato electro e dance, dall’altro. Alcuni pezzi infatti sembrano palesi omaggi a New Order e Primal Scream, con una ricerca melodica che si sposa bene con quella ritmica, mentre altri episodi si spogliano di ogni pretesa intellettuale, chiamando in causa soltanto muscoli e sudore. Qualcuno dai gusti abbastanza ampi potrà giudicare la sintesi riuscita nel suo complesso. A me pare che certi completi Kitsuné mostrino ben altra grazia e finezza, ma magari non è quella la cosa più importante. Insomma, Animal non è certo il vestito buono della festa, ma per uscire il sabato sera andrà benissimo. (E.B.)

È come se a volte non si potesse proprio fare a meno di sorprendersi ed entusiasmarsi, anche non necessariamente in questo ordine. Accade con certi riti di iniziazione dell’età adolescenziale, fase dell’esistenza particolarmente idiota ma formativa. Quando si è spinti, da qualche sorta di istinto ancestrale, a ripercorrere lo stesso cammino e nutrirsi dello stesso cocktail di ormoni che hanno percorso e che ha già esaltato 60-100 miliardi di adolescenti (essere umano più, essere umano meno). Il duo britannico autoKratz è certamente elettronico, certamente divertente, facilmente etichettabile come perfetto esempio della nuova ondata di pop da dancefloor bastardizzato con la techno francese. Ammesso che qualcosa del genere esista. Con la fronte sudata del quindicenne e il cuore che pompa, gli autoKratz hanno compresso in Animal quanto di più figo ed eccitante possa idealmente esserci nel suscitato ipotetico genere di musica leggera. Se non fosse che qualcuno è già passato, ha già sperimentato, ha già scartato, incartato di nuovo e riciclato qualcosa che era innovativo nell’83 quando i New Order declinavano l’innovazione al giusto tempo verbale. I saltellanti, inquieti, discontinui 50 minuti di beat solidi e cantato sottotono, nonostante qualche colta citazione kraftwerkiana in Gone Gone Gone tra ruttini e timbri di libreria, suona quasi più come omologata e omologante dance-rock che un’iniezione di sangue nuovo nella lontana fase calante della new wave. Animal, giocattolo synthpop adolescenziale in salsa Kitsuné londinese, non sopravvive a un buffetto del fratello maggiore con la maglietta dei Depeche Mode. (D.G.)

Visita il myspace degli Autokratz
Scarica l’mp3 di Cant’ Get Enough
Guarda il video di Always More
Scarica la cover di Swastika Eyes dei Primal Scream
Leggi come gli stessi Autokratz presentano il loro nuovo album
C’è ancora qualche giorno per partecipare al remix contest, presto!

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