The Dead Weather: Horehound (Sony)
Seguo ogni mossa discografica di Jack White, non tanto perchè mi abbia regalato chissà quali capolavori, ma perché ne ammiro l’attitudine sfacciatamente rock. Mi piace come suona la chitarra, mi piace la voce e la sua scrittura. A conti fatti, tra White Stripes e Raconteurs non c’è nemmeno un disco che porterei con me nella famosa isola deserta, però ogni tanto torno a girarci intorno, regalandomi qualche pomeriggio di sano ascolto rock’n’roll. Non potevo perdermi questa nuova incarnazione a nome The Dead Weather, che lo vede “sacrificato” al ruolo di batterista, limitandosi ad operare con la voce solo in un paio di episodi. Il resto della compagnia non è da meno: Allison Mosshart (The Kills) alla voce, Jack Lawrence (Raconteurs) al basso e Dean Fertita (tastierista dei Queens Of The Stone Age) alla chitarra. Sembrerebbero esserci tutti gli ingredienti per un disco col botto, da far impallidire la maggior parte delle uscite del genere, ma così non è. Come spesso accade al cospetto di questi supergruppi, le aspettative sono superiori a quello che è il risultato finale, comunque più che buono. Horehound è un disco diretto e sfacciato, di rock-blues, di ritmi midtempo e linee vocali sincopate mescolate ad andamenti più regolari. Le canzoni sono solide, energiche, ma non sfuggono ad una classicità sentita già tantissime altre volte. In definitiva l’ennesimo disco di rock più che buono, per il quale non c’era bisogno di scomodare una line up di lusso. La mia isola deserta può ancora attendere Jack White, anche se questo disco brucia spesso i miei afosi pomeriggi estivi.

“Che disco mi consiglieresti per tornare ad essere fiero di avere un udito funzionante? Sai ultimamente tra Bob Sinclair e i Lunapop fatti col blahblahblah ho paura a girare per strada”. Questo è il grido d’aiuto lanciatomi da un amico la scorsa sera. Era visibilmente angosciato, ma io l’ho salvato. Anzi no, loro l’hanno salvato: la
Rispetto. Anche se dalle mie parti si chiama riverenza. E che sta a significare il meccanismo per cui, quando ti trovi ad avere a che fare con qualcuno che reputi migliore di te, ti porta a seguirlo con i tuoi gesti e a fare in modo che sulla sua strada non trovi intoppi. Provando a costruire un’ipotetica scala di valori è poco giusto sopra l’ammirazione e sotto l’immobile e l’incondizionata e totale adorazione. Riuscivi perfino a leggergliela negli occhi di
Chi è questo che sembra me con meno voce, mi fa il fantasma di Nick Drake appena materializzatosi.
Dopo due mesi e 971.000.000 pagine su Google, saprete già cosa aspettarvi da questo album e da Mike Sniper, nerd innamorato di Bauhaus, Joy Division e Cure (e di tante altre cose). Sul revival di questo passato, come al solito, si può dire tutto e il contrario di tutto, ma stavolta Mike l’ha spuntata: la critica si è innamorata della sua
Amiche e amici di Vitaminic, come diceva quello, this is the end. Seconda e ultima parte del Gran Galà di 
La Warp non gode forse di ottima salute, ma è tutt’altro che morta. È in lavorazione in queste settimane una lussuosa compilation che celebra i venti anni dell’etichetta di Sheffield. Tra i nomi storici scelti a rappresentare il meglio dell’elettronica di fine secolo non ci sono sorprese (Aphex Twin, LFO, Squarepusher: i soliti noti). C’è però un unico nome, tra le nuove leve, che compare finora in tutte le tracklist, le tracklist alternative, le versioni speciali e le molteplici edizioni in vinile di Warp20. Si tratta di 
