The Dead Weather: Horehound (Sony)

Enrico Amendola | 16/7/2009

TDW_Horehound_coverSeguo ogni mossa discografica di Jack White, non tanto perchè mi abbia regalato chissà quali capolavori, ma perché ne ammiro l’attitudine sfacciatamente rock. Mi piace come suona la chitarra, mi piace la voce e la sua scrittura. A conti fatti, tra White Stripes e Raconteurs non c’è nemmeno un disco che porterei con me nella famosa isola deserta, però ogni tanto torno a girarci intorno, regalandomi qualche pomeriggio di sano ascolto rock’n’roll. Non potevo perdermi questa nuova incarnazione a nome The Dead Weather, che lo vede “sacrificato” al ruolo di batterista, limitandosi ad operare con la voce solo in un paio di episodi. Il resto della compagnia non è da meno: Allison Mosshart (The Kills) alla voce, Jack Lawrence (Raconteurs) al basso e Dean Fertita (tastierista dei Queens Of The Stone Age) alla chitarra. Sembrerebbero esserci tutti gli ingredienti per un disco col botto, da far impallidire la maggior parte delle uscite del genere, ma così non è. Come spesso accade al cospetto di questi supergruppi, le aspettative sono superiori a quello che è il risultato finale, comunque più che buono. Horehound è un disco diretto e sfacciato, di rock-blues, di ritmi midtempo e linee vocali  sincopate mescolate ad andamenti più regolari. Le canzoni sono solide, energiche, ma non sfuggono ad una classicità sentita già tantissime altre volte. In definitiva l’ennesimo disco di rock più che buono, per il quale non c’era bisogno di scomodare una line up di lusso. La mia isola deserta può ancora attendere Jack White, anche se questo disco brucia spesso i miei afosi pomeriggi estivi.

Guarda i video dei The Dead Weather

Squadra Omega: Tenebroso (Holidays Records/Clinical Archives/Vuoto)

Alex Grotto | 16/7/2009

ca199_01_front72 “Che disco mi consiglieresti per tornare ad essere fiero di avere un udito funzionante? Sai ultimamente tra Bob Sinclair e i Lunapop fatti col blahblahblah ho paura a girare per strada”. Questo è il grido d’aiuto lanciatomi da un amico la scorsa sera. Era visibilmente angosciato, ma io l’ho salvato. Anzi no, loro l’hanno salvato: la Squadra Omega, ovvero il collettivo lisergico originatosi spontaneamente dal pulviscolo spaziale di Mojomatics, The Intelligence, Movie Star Junkies, Vermillion Sands, With Love e Apoteosi Del Mistero. Ognuna di queste nebulose underground ha prestato un suo componente per la realizzazione di questo stupendo LP, dapprima prodotto e distribuito dalle netlabel Clinical Archives e Vuoto, ora anche inciso su un buon numero di vinili dall’amata Holidays Records. Tenebroso è frutto dell’incontro tra i vari musicisti durato una sola notte, una jam session a perdifiato fatta di visioni, rituali strambi compiuti da individui incappucciati e registrata al volo, come si faceva ai bei vecchi tempi quando le droghe erano buone e chi faceva musica lo sapeva bene. La Squadra Omega nel 2009 ripete quello che i Sam Gopal (si, quelli di Lemmy pre Hawkwind e Motorhead) avevano fatto per Escalator nel 1968: per un’intera nottata si rinchiude in una stanza a suonare uno space rock mistico, viscerale ed estasiante, contaminato dal jazz cupo che ricorda tanto quel Davis di Bitches Brews. Una sola traccia da venti minuti, omonima del disco, che si compone di sonorità orientali ed elettronica mai pacchiana o fuori dai limiti, una dimensione già sentita e, purtroppo, mai tributata abbastanza. Rivisitazione o tributo? Rispondo con: disco assolutamente strepitoso.

Il download di Tenebroso messo a disposizione da Vuoto

Kieran Hebden & Steve Reid + Mats Gustafsson @ Meltdown Festival, Londra (20/06/09)

Massimo Reali | 16/7/2009

100_0053Rispetto. Anche se dalle mie parti si chiama riverenza. E che sta a significare il meccanismo per cui, quando ti trovi ad avere a che fare con qualcuno che reputi migliore di te, ti porta a seguirlo con i tuoi gesti e a fare in modo che sulla sua strada non trovi intoppi. Provando a costruire un’ipotetica scala di valori è poco giusto sopra l’ammirazione e sotto l’immobile e l’incondizionata e totale adorazione. Riuscivi perfino a leggergliela negli occhi di Kieran Hebden e Mats Gustafsson nei confronti di Steve Reid. Hanno cominciato senza il sax dello svedese, solo Steve Reid e Kieran Hebden, attaccando su Lyman Place. Da qui in poi via sugli ossessivi e inarrestabili pattern ritmici del batterista americano che Kieran “Four Tet” Hebden ha usato come terreno per costruire trame acide e allo stesso tempo dark. L’ingresso di Mats Gustafsson (con indosso una maglietta con su scritto FREE THE JAZZ), che durante tutta la prima parte del live è rimasto sul palco a muovere a tempo testa e piede, ha aggiunto fisicità al suono senza però arrivare mai saturare degli equilibri che in questi pochi anni di collaborazione fra i due sembrano più che rodati. Forse l’ottimo risultato di un live del genere sta davvero tutto qui: conciliare la freddezza robotica dell’elettronica con la fisicità romantica e primitiva del jazz senza rincorrere troppo la potenza dei beat o la sperimentazione improvvisata. E se il risultato è un inarrestabile monolite come questo il merito non può che essere degli interpreti.

Visita il sito di Kieran Hebden & Steve Reid…
…e il myspace di Mats Gustafsson
Guarda un video girato durante il concerto londinese

Graham Coxon: The Spinning Top (Transgressive/Audioglobe)

Giorgio Busi-Rizzi | 15/7/2009

coxon_2Chi è questo che sembra me con meno voce, mi fa il fantasma di Nick Drake appena materializzatosi.
È Graham Coxon, dico, e sussulto (ma neanche troppo, se c’è qualcuno da cui ti aspetteresti qualcosa del genere è lui).
Coxon il più brillante chitarrista brit-pop, Coxon che introduce ai Pavement un gruppo di proletari-ma-fighetti del sud est inglese?
Ossì, lui, faccio. La canzone si chiama Look Into The Light ed inaugura il suo settimo progetto solista, sempre con Stephen Street.
Beh, del resto non è una novità il suo amore per Bert Jansch, Davy Graham e Martin Carthy (il menestrello di Rangoon non è solo modesto – non si è citato – ma sa anche della produzione del nostro al di là degli episodi più evidenti, tra il lo fi degli esordi e il power pop recente).
E poi no, che non sembra te, continuo. Basta sentire la ninna nanna psichedelico/piratesca di Caspian Sea, la chitarra tra il brit pop e i King Crimson della seconda metà di If You Want Me, la lisergica Home, le svisate acide alla Morphine sul ritmo vagamente sambistico di Perfect Love e nel rumorismo free-jazz di Dead Bees, il brit contenuto e mascherato di This House e Humble Man, i pappaparara di gioia folkettona di Feel Alright, gli ululati di Tripping Over e le fisarmoniche (più coro gregoriano) di November. La chitarra acustica è folk, la pennata è folk, la mestizia è folk (Far From Everything), ma non è per niente un album di solo folk. Insomma, è un disco maturo (è persino un concept album sulla vita, o su una vita, umana, e pure l’artwork è opera sua – ed è stupendo), molto più vario dei precedenti, molto più lontano dagli standard di Coxon, da ogni coordinata del brit pop e dell’indie sporco (l’ultimo album di Doherty è suo al 50%) cui finora l’avremmo abbinato, reminiscente invece a più riprese di Pink Floyd e King Crimson, debitore al folk inglese.
Però non mi sembri convinto, fa Nick, fissando melancolicamente il vuoto fuori dalla finestra (dio, ora gli chiedo se mi canta Cello Song).
Sai, dico, il problema è che la maggior parte delle canzoni sono troppo prolisse,e la voce è piattina. Riuscisse a mantenersi più spesso sui tre minuti di Perfect Love, esempio da manuale di brevitas musicale, sarebbe un album da urlo. Invece è un’incompiuta. Sono canzoni belle ma un po’ pallosette, ci mettono un po’ per piacerti. Mica come le tue. Oh, non ti ho neanche chiesto che ne pensi.
Nick rimane contemplativo ancora un momento, poi mi guarda e fa: oh, per me è una figata. Quindi si accosta alla chitarra, la imbraccia mesto… e inizia a suonare gli Spinal Tap. Niente, certe volte conoscere meglio i propri idoli è davvero deleterio.

Visita il MySpace di Graham Coxon
Guarda il video di Sorrow’s Army
Guarda il video di In The Morning
Guarda Sorrow’s Army live per NME

Blank Dogs: Under And Under (In The Red/Goodfellas)

Simone Varriale | 15/7/2009

blankdogsDopo due mesi e 971.000.000 pagine su Google, saprete già cosa aspettarvi da questo album e da Mike Sniper, nerd innamorato di Bauhaus, Joy Division e Cure (e di tante altre cose). Sul revival di questo passato, come al solito, si può dire tutto e il contrario di tutto, ma stavolta Mike l’ha spuntata: la critica si è innamorata della sua nebulosa discografica, compresi gli album On Two Sides e Under And Under. Forse è andata così perché Sniper ha realizzato un’operazione di scavo archeologico. La cosa interessante di Blank Dogs infatti è il suono lercio, rovinato, vecchio; che evoca il pathos per un’antica cassetta ritrovata nello scantinato. Come se Under And Under venisse proprio da quel 1978-84 sempre più mitico e idolatrato. Un riferimento che è quasi un ricatto morale, visto che significa New York, un certo giro di etichette (oggi), quella storia lì, ecc. ecc. Di conseguenza, tutti parleranno di te per denigrarti o esaltarti, e otterrai una merce più preziosa dell’oro: la comunicazione. Alla fine, però, parliamo di un disco che di “ciccia” ne ha tanta, con canzoni cupe, stronze e ruffiane quanto basta. E quella voce scassata che fa pensare a un’altra merce tenuta in grande considerazione: l’originalità. Qualunque cosa significhi.

Leggi la presentazione di Blank Dogs di Goodfellas
Leggi l’ambiziosa recensione di Under And Under di Pitchfork
Guarda Blank Dogs dal vivo al SXSW 2009

Gran Galà di Seconda Visione – 2

Francesco Locane | 15/7/2009

red-carpet-2Amiche e amici di Vitaminic, come diceva quello, this is the end. Seconda e ultima parte del Gran Galà di Seconda Visione, andato in onda matedì 7 luglio su Città del Capo – Radio metropolitana, in cui abbiamo assegnato i nostri premi al meglio e al peggio della stagione cinematografica 2008-2009, ottavo anno di trasmissioni.

Dopo i premi frivoli, quelli seri: Migliore Colonna Sonora, Miglior Film d’Animazione, Miglior Attrice, Miglior Attore, Cesso d’Oro (ma anche d’argento e di bronzo) e, infine, l’attesissimo (ma sì, dai) Seconda Visione d’Oro.

Abbiamo anche sentito i pareri sulla stagione appena conclusa di Gianluigi Lanza e di Luciana “la Papessa” Apicella.

E’ davvero tutto. Alla prossima stagione, buone vacanze e grazie. Ma continuate a scriverci, eh: secondavisione@hotmail.com.

Best Contest Ever! Vinci un iPod Touch con Vitaminic e Parklife Festival

Marina Pierri | 14/7/2009

Qual è l’azienda più figa della terra (o almeno è nella top ten)? La Apple, si. Perciò questo non può che essere un contest fighissimo, legato all’imminente Parklife Festival di cui vi abbiamo già parlato (siateci!). Insomma, voglio dire, vincere un iPod Touch? Si, ancora si! Leggete il regolamento dopo l’immagine.

parklifeApple_contest


Parklife Festival, il distributore autorizzato Apple Soundwave e Vitaminic.it

mettono in palio un iPod touch (modello da 16 Gb).
Per partecipare al contest basta acquistare entro il 20 Luglio 2009 dallo store iTunes almeno un brano delle band di Parklife Festival (www.parklifefestival.it) e inviare a (vitaminicontest@gmail.com) vitaminicontest (at) gmail (dot) com la mail di conferma dell’acquisto.

Verrà estratto un vincitore per l’iPod touch e un abbonamento per i due gg di Parklife Festival.

Termine ultimo per partecipare è la mezzanotte del 20 Luglio 2009.
Sound Wave, distributore autorizzato APPLE, sarà presente con uno stand a Parklife Festival il 21 e 22 Luglio per mostrare gli ultimi software APPLE per creare musica.

Soundwave
www.soundwave.it

Info contest:
(vitaminicontest@gmail.com) vitaminicontest (at) gmail (dot) com

Info Parklife Festival:
www.parklifefestival.it
www.myspace.com/parklifefestivalmilano
www.grindinghalt.it
www.gibson.com/en-us/lifestyle/Default.aspx

Clark: Totems Flare (Warp/Self)

Daniele Giovannini | 14/7/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/07/totemsflare-250x250.jpgLa Warp non gode forse di ottima salute, ma è tutt’altro che morta. È in lavorazione in queste settimane una lussuosa compilation che celebra i venti anni dell’etichetta di Sheffield. Tra i nomi storici scelti a rappresentare il meglio dell’elettronica di fine secolo non ci sono sorprese (Aphex Twin, LFO, Squarepusher: i soliti noti). C’è però un unico nome, tra le nuove leve, che compare finora in tutte le tracklist, le tracklist alternative, le versioni speciali e le molteplici edizioni in vinile di Warp20. Si tratta di Clark, meritatamente e in modo non troppo sorprendente incoronato tra i nuovi alfieri del gentil suono, delle texture gelatinose e della legna violenta. Esempio da manuale delle contraddizioni dell’elettronica gretta nelle forme ma non nell’animo, nuova erede di antiche tradizioni, Totems Flare è il quinto album del vergognosamente giovane Chris Clark — il terzo lapidariamente siglato con il solo cognome, Clark. Totems Flare è tutt’altro che perfetto. I sintetizzatori grassi, il rumore bianco e la rombante sporcizia sonora, ormai riconoscibilissima firma delle produzioni di Clark, assumono qui una forma che si allontana in uguale misura dagli ultimi due lavori. La dose di cantato massicciamente processato — efficace in Growls Garden, siderale in Talis, eccessiva in Rainbow Voodoo — è forse l’ingrediente chiave, la diluizione che rende alcuni brani altrimenti inoffensivi (d’accordo, offensivi almeno come quelli di Turning Dragon) dei veri mostri hard techno che si spengono, in un bagno di sangue, dopo essersi automutilati a morsi. Nonostante la miscela sia più un frullato che un amalgama omogeneo, il suono già esplorato in Growls Garden si fa più divertente e meno minaccioso del solito: Rainbow Voodoo, per esempio, è uno scontro frontale tra un gruppo punk e una boy band, iniettato di 8-bit e chiuso da un lungo charleston sintetico. Immerso nel suono di mille astronavi in assetto da guerra, Totems Flare è però purtroppo il pilota kamikaze che, assordato dai rombi dei motori ad antimateria e dalle armi laser, si getta nel ventre della Morte Nera. L’intento è limpidissimo, il risultato esplosivo. Ma, nell’interminabile discesa verso l’obiettivo, la navetta ribelle minaccia continuamente di cedere sotto la propria stessa accelerazione.

Visita il MySpace di Clark
Visita il sito della Warp Records

Anteprima: The Calorifer Is Very Hot! – Eyes Attack 7” (WWNBB)

Redazione | 13/7/2009

In esclusiva su Vitaminic, ascoltate lo streaming integrale del nuovo, folle singolo per The Calorifer Is Very Hot!

We Were Never Being Boring Collective è super felice di presentarvi il primo 45 giri a firma The Calorifer Is Very Hot!
Dopo il debutto con Marzipan In Zurich (MyHoney Records, 2007), la banda del calorifero ritorna con questo Eyes Attack, un sette pollici che più eclettico e sbagliato non poteva essere, tanto che un lato va a 33 giri.
Si apre con Lester, sembra un duello spaghetti western tra Morricone e i Monkees, ma in pieno sole si rincorrono soltanto pistole ad acqua. Non sparate sul pianista. All’ombra risuona uno scacciapensieri, mentre i cori si addormentano ubriachi in fondo al saloon.
L’altra faccia della medaglia è Skipping Brain, un vagabondaggio pop psichedelico che riverbera romantico e trasandato. Evaporano le voci sugli strati di synth analogici, qualcuno ha dimenticato accesa una drum machine tutta la notte, ogni cosa si dissolve all’alba.
Questo 45 giri anticipa Evolution On Stand-By, album in uscita a ottobre sempre su We Were Never Being Boring Collective, e sarà in vendita ai concerti e sul sito wwnbb.blogspot.com.
Tutte le info sulla band le trovate su thecaloriferisveryhot.com

The Paper Chase: Someday This Could All Be Yours (Southern/Goodfellas)

Alice Lazzati | 13/7/2009

Un disco nasce con l’intenzione di essere la prima parte di un concept sulle catastrofi naturali. Nasce in Texas e in questo non c’è proprio nessun paradosso, anzi. Nasce da una band che ha fatto di epicità e cupezza il suo cavallo di battaglia. In Someday This Could Be All Yours (Vol.1) dei Paper Chase ogni canzone poi è perfino corredata da una sorta di didascalico sottotitolo in parentesi: alla fine tutto quadra. Guardi la copertina e subito ti viene in mente un riferimento letterario, accantonando l’abituale sequenza di numi tutelari del suono. Il quinto album di John Congleton e affini da Dallas naviga infatti dalle stesse parti di The Road di Cormac McCarthy, nella stessa cupa disperazione, nelle stesse storie personali inquiete e ingombranti. Il concept non è certo a presa immediata, il rischio esasperazione è sempre dietro l’angolo, eppure questa volta il math-noise dei texani emerge e arriva diretto allo scopo. Ad aiutare arriva sicuramente la vena virante al – qualcuno mi maledica mentre lo scrivo – pop (If Nobody Moves Nobody Will Get Hurt-The Extinction), che rende le dieci canzoni più accessibili rispetto ai lavori precendenti con batterie tuonanti ed epiche che lasciano spazio ad arpe minori e a voci sussurrate. Se da un parte l’approccio vocale accigliato di Congleton farebbe in buona misura di Xiu Xiu e Cursive band da ballare spensierati, dall’altra è da concedere alla band il tentativo di stemperare le spigolosità noise con melodie che, se non proprio anthemiche, evitano almeno lo spiacevole effetto emo-da-stadio di molti gruppi odierni. Arrivati a The Human Condition, ultimo e definitivo flagello del mondo, vorremmo quasi credere a Congleton, alle sue creature disadattate che si aggirano senza meta e alle sue paradossali preghiere di salvezza. Forse il mondo è fottuto e noi ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Visita il myspace dei Paper Chase.
Guarda il vecchio video di Said the Spider to the Fly.

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