Glen Johnson: Institutionalized EP (Secret Furry Hole)
Glen Johnson ha sempre fatto del suo meglio, in particolare in questi ultimi anni inquieti, per circondare il suo faccione inglese — spesso celato — di pop gotico e neri barocchismi. Il flusso continuo di lavori dei variegati Piano Magic, di cui Johnson è padre putativo e leader sin dalle origini, è stato interrotto quest’anno dall’esordio solista Details Not Recorded (per non menzionare però i precedenti electro-vittoriani come Textile Ranch). A poca distanza dall’ottimo album, segue l’Institutionalized EP, uscito su cassetta per Secret Furry Hole. Il linguaggio e le atmosfere sono, seppur di poco, diverse. D’altro canto, quando si è tanto prolifici, l’esplorazione di stili e percorsi deve avvenire a piccoli passi, con moderazione e una dedizione infinita. Quando si è, in più, smisuratamente modesti, il perenne ricorso all’introspezione finisce per essere l’unica vera costante. I cinque brani di Institutionalized sono una versione ariosa e ospedaliera della new wave, frutto delle stesse sedute casalinghe da cui è nato Details Not Recorded e di un’ossessione per Joseph Carey Merrick. Tra solitudine e rancori malcelati, tra il sentirsi diversi e l’essere diversi, si snodano intrecci rarefatti di rassegnazione crescente (Ageing) e ondate di plasticosa malinconia 80’s (Come Back). È una sorta di Leonard Cohen in versione indietronica con tastiere e xilofono, inclusa la cover di Secret Girl dei Sonic Youth, di ambient altamente umorale e ormonale. Il migliore EP per quei giorni in cui le finestre non riescono a contenere il calore della stanza, se la stanza fosse enorme e lattiginosa, nel mezzo di una città deserta, e l’inverno fosse adesso.
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