Current 93: Aleph At Hallucinatory Mountain (Durtro/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 30/7/2009

c93Tu prova ad avere un mondo nel cuore etc etc etc etc. La questione precipua in merito alla musica di quelli che fanno musica ai livelli di David Tibet (un microcosmo di ex-wavers e neo-folksters che ruota intorno a una decina scarsa di figure tipo Doug Pierce, Tony Wakeford, Boyd Rice etc) è che non funziona nessuna delle regole che valgono per gli altri autori di musica suonata. In gran parte perché tutta questa gente produce modelli ideologici e stati d’animo in misura maggiore di quanto produca dischi e canzoni, e lo fa per un sottoinsieme di appassionati che è difficile identificare e impossibile contare (non molto diverso, tanto per dire, da qualsiasi giro ska-punk-patchanka, eccezion fatta che i personaggi di cui sopra il loro immaginario se lo sono costruito da soli, un giorno dopo l’altro). Di tutti i personaggi coinvolti nella questione neofolk, in ogni caso, Current 93/David Tibet è quello che più s’è smarcato dal nocciolo duro e ha saputo parlare al mondo intero, vuoi per il fascino global della sua musica dei tempi d’oro (Thunder Perfect Mind) vuoi per l’ormai abituale parata di incredibili ospiti che sfilano come strumentisti nei suoi dischi/concerti. A questo giro la formazione s’allarga a gente tipo Sasha Grey (?), Andrew WK, Baby Dee, James Blackshaw et similia, e la cifra stilistica prende la via dell’annunciatissima revisione ambient/drone del suono Current 93. Cosa succede dunque in Aleph At Hallucinatory Mountain? Quasi niente, invero: sontuose derive ambientali fatte di arpeggi di chitarra di sapore un po’ western e muri di archi assortiti, con David a declamare i suoi testi con il solito devastante accento british –tutto scritto e suonato da dio, fermo restando che la sensazione di tedio e il sospetto che tutto qui stia andando col pilota automatico da un bel po’ di tempo si fanno largo sempre più insistenti man mano che il minutaggio sale –e l’unico modo per farsela passare è di continuare a leggere i nomi dei guest. Va detto comunque che la questione noia è stata più o meno da sempre una componente fondamentale della cifra estetica del progetto Current 93, quindi in linea di principio è qualcosa di perdonabile. Mi dispiace di avere skippato a man bassa tutte le premesse linguistiche, ideologiche e concettuali alla base del disco: sarebbe imprescindibile ma non m’interessa.

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Casiotone For The Painfully Alone – Vs. Children (Tomlab/Audioglobe)

Amos Martino | 30/7/2009

casiotone_vs_coverCi eravamo lasciati con una raccolta, ci ritroviamo con il disco nuovo. Vs. Children, ultimo lavoro di Casiotone For The Painfully Alone, insiste sull’intimismo agrodolce di Ashworth, chino più che mai sui suoi strumenti e su una drum machine. Se solo mettesse da parte l’idea di lasciare a un pianoforte scordato e a una batteria da marching band il compito di sostenere le sue confessioni e si concentrasse solo su ciò che meglio gli riesce (vedi alla voce “elettronica”) sarebbe un disco da top ten. Man O’ War è una splendida canzone, ma sta lì sospesa: preludio a brani in cui sembra che ci sia Will Oldham che ha appena scoperto il cubase: un po’ poco, credo. L’idea di mettere insieme acustico e sintetico vive dell’intelligenza e bravura di Ashworth ma tende a ripiegarsi nelle sfumature trascurando il cuore di un bel disegno, ovvero il soggetto. Fuor di metafora, si sente la grande cura nella scelta dei suoni e della loro combinazione, ma tutto resta in un pacato sottofondo che quasi mai fa drizzare le orecchie.

Guarda e ascolta Man O’ War live a Louisville
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Psapp: Early Cats And Tracks vol. II (autoprodotto)

Chiara Leandri | 29/7/2009

psappArriva il secondo volume, per chi si era perso anni di memorabilie sparse su troppi vinili e singolucci. I Psapp ritornano col loro corteo di gatti e pellicce, ma viaggiano solo se guidati dal mouse. Eh già, Early Cats And Tracks è un progetto autoprodotto che vuole semplicemente mettersi al passo coi tempi. Impazzisci su ebay alla ricerca dell’EP del 2003? Non hai capito dove diavolo è stato pubblicato quel pezzo che ti piace? E loro invece te lo servono in un ciotola d’argento, su iTunes. Questo secondo volume archeologico (un po’ in ritardo rispetto al primo, del 2006) è il collegamento fra un passato meditativo, quasi new age, e un presente che vira sulla melodia e la cantabilità. Se siamo ormai abituati a pezzi ritmati e pazzerelli come gli ultimi tre – semifamosi – album ci dimostrano, i toni dei “primi gatti” sono ancora rilassati, sonnacchiosi, e devono ancora stirare le zampe per spiccare il balzo. I Psapp, qui, potrebbero quasi essere degli zelanti apprendisti dei Sigur Ros (Northdown C), se non volessero già dimostrare che le ritmiche, loro, riescono a farle con diversa fantasia, usando la pioggia e la grattugia. Sono soffici e raffinati, con quell’elettronica che prende il giorno, e te lo fa sognare. Sussurrando (o facendo le fusa).

Trova Early Cats And Tracks II sul loro negozio online
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Glen Johnson: Institutionalized EP (Secret Furry Hole)

Daniele Giovannini | 27/7/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/07/sfh4_072.jpgGlen Johnson ha sempre fatto del suo meglio, in particolare in questi ultimi anni inquieti, per circondare il suo faccione inglese — spesso celato — di pop gotico e neri barocchismi. Il flusso continuo di lavori dei variegati Piano Magic, di cui Johnson è padre putativo e leader sin dalle origini, è stato interrotto quest’anno dall’esordio solista Details Not Recorded (per non menzionare però i precedenti electro-vittoriani come Textile Ranch). A poca distanza dall’ottimo album, segue l’Institutionalized EP, uscito su cassetta per Secret Furry Hole. Il linguaggio e le atmosfere sono, seppur di poco, diverse. D’altro canto, quando si è tanto prolifici, l’esplorazione di stili e percorsi deve avvenire a piccoli passi, con moderazione e una dedizione infinita. Quando si è, in più, smisuratamente modesti, il perenne ricorso all’introspezione finisce per essere l’unica vera costante. I cinque brani di Institutionalized sono una versione ariosa e ospedaliera della new wave, frutto delle stesse sedute casalinghe da cui è nato Details Not Recorded e di un’ossessione per Joseph Carey Merrick. Tra solitudine e rancori malcelati, tra il sentirsi diversi e l’essere diversi, si snodano intrecci rarefatti di rassegnazione crescente (Ageing) e ondate di plasticosa malinconia 80’s (Come Back). È una sorta di Leonard Cohen in versione indietronica con tastiere e xilofono, inclusa la cover di Secret Girl dei Sonic Youth, di ambient altamente umorale e ormonale. Il migliore EP per quei giorni in cui le finestre non riescono a contenere il calore della stanza, se la stanza fosse enorme e lattiginosa, nel mezzo di una città deserta, e l’inverno fosse adesso.

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Dinosaur Jr.: Farm (Jagjaguwar/SELF)

dinosaur_jr_-_farmCi piace essere quel che siamo, ed essere rappresentati da quelli che abbiamo deciso essere i nostri eroi. A un certo punto negli Stati Uniti è funzionata un sacco una declinazione ben precisa di power-pop che aveva invaso il college rock e stava creando proseliti. A quei tempi J Mascis contava davvero qualcosa, riempiva i locali, pensava in grande, scriveva in grande. Il momento è passato, come svariate altre cose che “passano” in questi frangenti. Gli eroi sono nati fuori tempo, e più il tempo passa più l’eroismo pare evidente. Il suono del marchio Dinosaur Jr. è lo stesso da vent’anni e passa: rumoroso, sofferente, melodico, inadatto. J Mascis la porta avanti con una sorta di autistico senso del dovere che spazza via le contingenze e lo piazza in mezzo al flusso di suoni che i suoi amplificatori continuano a generare. J Mascis è un’altra categoria. La musica dei Dinos è sempre stata qualcosa di coraggioso, tanto nel momento in cui ne venivano delineati i caratteri di base quanto nel momento in cui J decideva di uscirne per sperimentare altro. Ed è doppiamente coraggiosa al giorno d’oggi, riproponendosi sostanzialmente identica all’impianto più celebre della band (quello di Bug) mentre il mondo ha deciso di guardare da un’altra parte e di lasciare tutta una stagione di suoni a prender polvere sugli scaffali di qualche ex-appassionato. E allora Farm e le sue canzoni sempre uguali e sempre diverse diventano soprattutto il suono del mio cuore che batte e di quanto se ne deve andare affanculo chi non lo capisce. Viene in mente l’espressione “musica fine a sé stessa”. Che di solito è un insulto, abituati come siamo a comprare ed ascoltare musica fine a guadagnar soldi, rimediar figa, insegnarci cose, primeggiare e scroccare birra gratis nei posti. J ha il dono di saperci parlare, da sempre e come sempre. Farm è solo l’ennesimo capolavoro della sua discografia. Tranquilli, non voglio convincervi. [F.B.]

Tranquillo, non hai bisogno di convincermi. Nessuna persona dotata di udito funzionante potrebbe parlare male di questo nuovo disco dei Dinosaur Jr., il secondo con la ritrovata formazione originale della band del Massachusettes. Qui c’è tutto quello che ce li fa amare da una vita, a partire dal travolgente singolo Over It fino all’epica I Don’t Wanna Go There. Le chitarre luuuunghe e spesse, la voce lacerata di Mascis, l’aria indolente e gli scatti poderosi, quel misto di rumore e melodie che graffia dentro. Non c’è niente che non va in queste dodici canzoni (per quanto magari Your Weather, scritta da Barlow, si trascini un po’ e sembri più lunga dei suoi tre minuti). Ma d’altra parte non posso nascondermi che ascoltando Farm ho sentito che mi mancava qualcosa. La scaletta scorre e le canzoni si confondono, “come si intitolava questa?”. Anche gli amori di una vita possono a volte farci sentire un po’ stanchi, possono passarci davanti agli occhi senza che il nostro cuore abbia un sussulto. È probabile che sia un problema soltanto mio, ma dopo tutto quello che abbiamo vissuto assieme alla musica dei Dinosaur Jr., Farm mi è sembrato più un bel regalo d’anniversario che un bacio appassionato. [E.B.]

Lissy Trullie: Self-Taught Learner (Wichita/Self)

Simone Varriale | 27/7/2009

LissyTrullie-02-bigProve tecniche per fabbricare una star. Nel senso che allo stato attuale, Lizzy McChesney è un’aspirante icona pop senza il “popular”. Nel frattempo si accontenta dell’indie, ma le cose potrebbero cambiare alla svelta. Non per nulla parliamo di un’ ex modella, ex studentessa di arti visive ed ex lavapiatti di 25 anni, che ha formato una band con l’ex bassista dei Saves The Day e che vuole farsi produrre l’album d’esordio da Bernard Butler (ex chitarrista dei Suede, uno che negli anni ‘90 spacciavano per l’erede di Johnny Marr). Un quadro con troppi “ex” per passare inosservato. Ad ogni modo, già con questo EP, i Lissy Trullie fugano ogni dubbio e ricordano i migliori Long Blondes. Il segreto della formula sta tutto in Ready For The Floor, una cover degli Hot Chip con cui la band di New York si traveste da storia del pop inglese. Le altre canzoni confermano questo amore per la terra d’Albione: Forget About It e She Said hanno la svagatezza urbana di certi Arctic Monkeys, e non mancano reminiscenze di gruppi “made in ‘77″ come Jam e Clash (quindi pure dei Libertines). E Blondie? Ti sei scordato dell’unica band americana senza la quale questa roba non avrebbero senso? Beh, mica devo farvi tutto l’albero genealogico. Non ce n’è bisogno. Self-Taught Learner è complesso perché suonato e prodotto molto bene, ma risulta piacevole e immediato (e talvolta tedioso) come una caramella.

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Front Row: Tv On The Radio @ Bands Apart – Ferrara, 21.7.2009

Elena Morelli | 27/7/2009

33ORE: Quando vieni (Garrincha dischi)

Giorgio Busi-Rizzi | 27/7/2009

quando“Voglio farti scendere un momento nel mio inferno, ma non so se può bastare”.
Comincia così l’esordio solista di 33ORE, su impalcature desertiche, con una voce (ed un certo dipanarsi della struttura del cantato, in tutto l’album) fortemente reminiscente di Niccolò Fabi, ma con testi e arrangiamenti che dicono tutt’altro. Come, dice bene Rocksound, Benvegnù che suona con i Karate. Il percorso di Marcello Petruzzi verso il cantautorato anni ’70 passa attraverso tutti gli anni ’90, le cui impronte digitali negli arrangiamenti di queste undici canzoni sono inconfondibili: gli echi delle progressioni del grunge, del lo-fi (Cerco una ragione), dell’alt-folk (scomodare Jeff Buckley – non per la voce, quanto per la musica – per una volta non sembra inappropriato), di tanto alternative italiano si sentono, e tanto. (Peraltro – si potrà dire “Niccolò Fabi” recensendo uno che ha suonato e suona con Franklin Delano, Caboto, 4fioriperzoe e Blake/e/e/e? – Massì.)
Tra l’altro, la voce-alla-niccolofabi è il limite più grande dell’album: dipanata su linee armoniche ampie ed articolate, è onestamente intonata ma poco incisiva, ci arriva sempre ma con una certa difficoltà finendo per risultare un po’ piattina.
È uno scoglio da superare, comunque, per non lasciarsi disamorare di questi arrangiamenti stupendi, curati con Matteo Romagnoli (4fioriperzoe) e impreziositi dalle tastiere di Piero Canali (già con Moltheni) e dagli archi di Nicola Manzan. È uno scoglio da superare per percorrere e ripercorrere questi undici quadri d’autore fino alle terzine dell’impeccabile Polvere, per ascoltare e riascoltare il delizioso rhodes della mesta (ma non dimessa) Ultima stella (a giudizio dello scrivente la perla dell’album), per sentirsi confortati nello scoprire che un disco così ben scritto e arrangiato è un’opera prima (per quanto solo nel senso di “primo album solista”).
Un lavoro compatto che unisce testi incisivi ad architetture musicali deliziose: consideratela la riscoperta di un certo modo di fare canzoni, chiamatelo cantautorato 2.0, ma non fatevelo sfuggire.

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Front Row: Animal Collective @ Bands Apart – Ferrara, 21.7.2009

Elena Morelli | 24/7/2009

Kraftwerk + Offlaga Disco Pax @ Italia Wave Love Festival, Livorno (18/07/09)

Paolo Morelli | 24/7/2009

Un ritorno alle origini. Questa la sensazione provata da molti nell’assistere al concerto dei Kraftwerk allo stadio Picchi di Livorno (grazie, Italia Wave) in mezzo al prato gremito di pubblico. Quando il breve djset introduttivo di Marco Passarani (efficace nel tener calda la platea) si spegne, il sipario/tenda semitrasparente che per mezzora aveva coperto il palco si apre e i quattro componenti dell’attuale line-up del gruppo tedesco (con Ralf Hütter unico superstite della formazione classica e quindi ormai dominus incontrastato della formazione) si sono posizionati dietro alle rispettive consolle, ci si aspetta lo storico incontro con brani che per la musica pop elettronica degli ultimi trent’anni hanno rappresentato l’origine di tutto o quasi (”seminale” in certi casi è termine davvero riduttivo). E le aspettative non potrebbero essere ripagate in modo migliore: nell’ora e mezzo abbondante proposta non manca praticamente nessuno dei pezzi storici della band di Düsseldorf, da Autobahn fino alla suite Boing Boom Tshak/Musique Non Stop da Electric Cafe. Nel mezzo tutto il resto, accompagnato da visuals d’impatto e allo stesso tempo semplici, che restano legati al tema (testuale e ritmico) della canzone risultando chiari ma mai didascalici (è questo il valore aggiunto dell’esperienza-live Kraftwerk, posto che escludendo la voce trattata di Hütter la quantità di suoni effettivamente riprodotta sul palco dai quattro rimane un mistero per iniziati). Il momento visivamente più suggestivo da questo punto di vista è senz’altro Tour de France, con la compenetrazione di effetti grafici e riprese di paesaggi e corse d’epoca. Ma il tema del movimento e dei mezzi di trasporto la fa da padrone anche in altre incarnazioni (dalla monotonia lisergica di Autobahn all’inter-rail sonoro di Trans-Europe Express), e si accompagna a quelli della tecnologia informatica (la paranoia di Numbers e Computer World) e dell’ibridazione uomo-macchina (”the man-machine-machine-machine-machine-machine-machine-MACHINE“, il mantra di apertura delle danze che probabilmente risuona ancora oggi nelle orecchie dei presenti). Tra la prima parte del concerto e la mezzora finale in cui i quattro Kraftwerk tornano sul palco indossando acclamatissime cyber-tute c’è l’atteso intermezzo di The Robots, che porta all’estremo la provocatoria estetica musicale dell’impersonalità: sul palco nessun musicista “vero”, solo i quattro Kraftwerk-robot.

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