I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 18/6/2009

rural_alberta_advantageNuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Per questa settimana Enzo e la Fagotta avevano deciso di non preparare proprio niente di speciale, tanto a quell’ora eravate già tutti al mare per l’aperitivo. E così ci siamo trovati negli studi di Via Berretta Rossa, quasi puntuali come sempre, con i nostri dischi preferiti del momento, un po’ di chiacchiere al microfono e un paio di birrette ghiacciate. Certe sere non occorre molto altro. Cheers. Questa è la nostra playlist:

Banjo Or Freakout – Baby, I Love You (Ronettes cover)
Phoenix – Listzomania
Crocodiles – I Wanna Kill
Mika Miko – I Got a Lot (New New New)
The Wave Pictures – Too Many Questions
Fanfarlo – The Walls Are Coming Down
Rural Alberta Advantage – Frank AB
Lacrosse – You Are Blind
Cats On Fire – The Steady Pace
Jason Lytle – Brand New Sun
Horse Shoes – The Imperial School
White Rabbits – Percussion Gun

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Rocking, rolling, thrilling

Francesco Locane | 17/6/2009

iloveradiorockAmiche e amici di Vitaminic, eccoci qua con una nuova puntata di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Nell’ultima puntata il primo film in scaletta è stato I Love Radio Rock, una commedia di Richard Curtis ambientata nel 1966, su una delle navi che, ancorate nel mare del Nord, irradiavano il Regno Unito, e non solo, di pericolosissimo pop e r’n'r. Con un cast bello ricco, Curtis confeziona un filmettino gradevolino, almeno a parere di chi scrive. Il dott. Noto e il nostro ospite e collega Michele Pompei, invece, sono stati decisamente più duri. Vitaminici e vitaminiche: se vi aspettate una commedia non stratosferica con una colonna sonora eccezionale, andate al cinema. Se pensate che sia un film sulle radio pirata, beh, lasciate perdere.

Abbiamo continuato con questi temi, poi, facendovi ascoltare una parte di intervista che Julien Temple, ospite del Biografilm Festival, ha fatto a Maps, sempre sulle nostre frequenze: come diceva Perry Como, magic moments. Vi abbiamo anche inoculato il solito trailer: si è trattato, stavolta, di Diari, un film-progetto presentato allo scorso Festival di Cannes.

Infine, secondo film in scaletta, Alibi e sospetti, del critico e sceneggiatore Pascal Bonitzer. Tratto da Poirot e la salma, di Agatha Christie, Bonitzer crea un giallo apparentemente classico, ambientato per la maggior parte in una villa della campagna francese. Anche in questo caso, cast deluxe, belle donne e begli uomini e… redazione divisa. A chi scrive è sembrato carino, ma nulla di più, Tommaso e Paolo l’hanno più caldamente difeso. Che volete, anche in ogni buona famiglia si litiga.

Bene, è tutto, a martedì prossimo!

Valentina Dorme: La Carne (Fosbury Records/Audioglobe)

Amos Martino | 17/6/2009

La Carne è il nuovo disco dei Valentina Dorme è bello e va ascoltato due, tre, dieci volte o quanto vi pare. Al primo ascolto mi hanno subito preso i testi, pieni di versi da incorniciare (o “da twittare” dice qualcuno) e di immagini vivide e a tinte forti. Poi la musica, che avvolge le parole e le abbraccia; a volte le stritola e le incalza (Un Nome Di Fantasma, Benedetto Davvero) altre, invece, le accompagna in un crescendo di timbri e ritmi che dura per tutta la canzone (I Girasoli). Le canzoni costruiscono una pellicola narrativa tra primi piani e campi lunghi, in un cortometraggio di storie d’amore tra sangue e proiettili (vedi la copertina), chitarre elettriche e pianoforte. A livello generale – se possibile – è ancora più corposo de Il Coraggio Dei Piuma, il loro precedente disco, e si percepisce un’architettura di suoni e testi ancora più solida ed efficace. Che poi io ancora abbia capito solo un terzo di quello che c’è di bello in questo disco, bé: questa è un’altra storia.

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Pink Mountaintops: Outside Love (Jagjaguwar/Goodfellas)

pinkmountaintops_outsidelove_coverLa peculiarità di Stephen McBean è quella di interpretare la psichedelia attraverso due linguaggi differenti. Con i Black Mountain  predilige un suono più duro, vicino all’ hard rock più lisergico mescolato al folk, mentre con i Pink Mountaintops smorza i toni, preferendo lambire territori propri del pop corale. Forme piuttosto differenti, ma la stessa sostanza. Outside Love è un disco che maschera gli intenti di fondo e mette il vestito elegante di opera pop dai toni solenni e dagli arrangiamenti stratificati. Le canzoni innalzano sottili muri shoegaze, dove i riverberi non prendono il sopravvento sulle linee vocali, il più delle volte corali e che  ricordano qualcosa dei Polyphonic Spree, sprofondando episodicamente in atmosfere più melliflue. Quando è la voce di Ashley Webb a condurre il gioco sembra di ascoltare i Mazzy Star,  negli episodi in cui a cantare è lo stesso McBean prende il sopravvento una struttura folk che si rialaccia ai Mercury Rev meno pomposi. La psichedelia è visibile in controluce e si fa silenziosa accompagnatrice dell’ascoltatore, preferendo girargli intorno anzichè colpire dritto al cuore. Non è un disco dalle grandi  e dirette emozioni, è una tenda aperta su un bellissimo spettacolo dalle tinte sgargianti o tenui a seconda della luce che, di volta in volta, si posa sulle canzoni. Proprio come un bellissimo quadro che necessita della distanza giusta per essere ammirato. (e.a.)

Torna Stephen McBean (Black Mountain) con il suo alter ego musicale, allargato a progetto collettivo includendo chilate di musicisti della scena indie canadese (sempre sia lodata). Partendo dal presupposto che ogni lavoro in cui capiti la Trudeau è bello a prescindere, quest’album è una spanna avanti rispetto al suo predecessore, il poco significativo Axis Of Evol, da cui si smarca non solo qualitativamente ma anche musicalmente, trasformando la maggior parte delle canzoni in gospel gioiosi e/o in tripudi di dolcissimi delay, di feedback, di rumore bianco d’accompagnamento gentile. Fuori di dubbio che il nostro ammiri la produzione di Jason Pierce, sia come Spacemen3 che come Spiritualized, ma qui spuntano fuori dei Grandaddy più rumorosi (Outside Love) o dei Wrens allegri (Holiday). Ecco, questo è un album musicalmente gioioso, entusiasta, anche quando è solo un contrasto ironico con testi – non sempre ottimi – che oscillano tra il triste e il morboso (il coro da We are the world che canta “Let’s be creatures of the night” in Vampires), apre evocando i J&MC e chiude con dei violini da film di Frank Capra, soprattutto tiene un livello sempre alto mentre dipana il suo finto romanzo (immortalato anche nella copertina, sinceramente inguardabile) su amore e odio: comprate, ascoltate, leggete anche voi, vale la pena. (g.b.r.)

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Free mp3! The Expatriate – Blackbird

Marina Pierri | 17/6/2009

ITMT-covers-newsGli Expatriate sono una band australiana che, come mi ha detto chi mi ha messo in mano In The Midst of This, il loro album di debutto, “ha potenzialità sia mainstream che alternative”. È verissimo. Piaceranno sia agli orfani degli Interpol che a chi guarda Mtv da mane a sera (categorie, peraltro, che non necessariamente si escludono). E la copertina del disco contiene anche una citazione importante…

Vi proponiamo la loro Blackbird: sapete cosa dovete fare, no? “salva destinazione con nome” e l’mp3 è tutto vostro.

Scarica l’mp3 di Blackbird degli Expatriate
, o ascoltala qui sotto!

The Rifles: The Great Escape (679 Recordings/Audioglobe)

Amos Martino | 17/6/2009

Arrivano da Londra i The Rifles e dalla City fanno sapere che si tratta di una possibile “next big thing” all’interno della scena europea dell’indierock. Solidi e compatti come l’acconciatura di Javier Zanetti negli ultimi dieci anni, i quattro nuovi eroi del brit-rock fanno volare le chitarre elettriche in riff semplici ed efficaci che richiamano gli Smiths – con toni meno poetici – e i Libertines. The Great Escape, il loro ultimo lavoro, ha il pregio di non impantanarsi tra le valvole degli amplificatori ma di concedere spazio, invece, a marce più basse, momenti scoperti in cui si percepisce la qualità musicale della band. I brani vanno in crescendo e, se le prime canzoni sono piuttosto skippabili, le tracce centrali sembrano le migliori (sarà che Winter Calls, per esempio, sembra provenire dalla fine degli ‘80s). Magari non è un disco fondamentale per la vostra collezione – certo non per la mia – nonostante le raccomandazioni di Paul Weller; ma se vi capita di essere in macchina e di correre da qualche parte allora alzate pure il volume e sorridete.

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Guarda il video di The Great Escape

Egle Sommacal: Tanto Non Arriva (Unhip Records/Audioglobe)

Simone Varriale | 17/6/2009

tantononarrivaC’è chi, album dopo album, resta sempre uguale a se stesso. Eppure c’è anche chi sposta le coordinate del proprio immaginario, trasformandone senso e sapore. Egle Sommacal ci aveva lasciati con il country-blues di Legno, un personale tributo (passando per John Fahey) alle radici della musica americana. Se quel disco evocava un mondo pianeggiante, di grandi spazi e orizzonti senza confini, Tanto Non Arriva è ambientato da tutt’altra parte. Il suono si è spostato verso il blues urbano e un jazz che chiamo ‘primigenio’ solo perché non capisco nulla di jazz, mentre la chitarra acustica ha lasciato il posto a un’elettrica sottilmente spigolosa e ai fiati della Banda Roncati, che forniscono un lirismo inedito alla musica di Sommacal. Tuttavia sono le conseguenze simboliche di queste scelte ad essere sorprendenti. Se Le Ragazze Hanno Sempre Ragione ricorda le atmosfere del passato, il resto del programma trasporta l’ascoltatore in una città fangosa e satura di vicoli. Rigorosamente notturna: perché anche l’illuminazione è cambiata, ed è difficile non pensare ai Massimo Volume più riflessivi ascoltando Alcuni Dicono Buonanotte, La Sera e Il Tuo Lato Di Letto. Mentre in canzoni come Fuori Dal Bar e Alla Ricerca Di Un Lavoro, i fiati aggiungono connotazioni grottesche, suggerendo (almeno a me) la Bologna afosa di questi giorni. Un’eterna e desolata domenica, un po’ indolente e paranoica, che Egle Sommacal ha saputo render bella.

Visita il sito della Unhip Records

Ascolta Fuori Dal Bar per sola chitarra (live at Maps)

PJ Harvey & John Parish: A Woman A Man Walked By (Island/Universal)

Chiara Leandri | 16/6/2009

pjharveyjohnparishPassa attraverso mutazioni carnali, vive sotterranea della stima globale infischiandosene dei paragoni con Patti Smith, che poi è solo banale “giornalismo pigro”. Vuole essere uguale a se stessa, Polly, rinunciare a quel qualcosa in comune con la Sacerdotessa (ispirazione? sensibilità?) senza dover accettare compromessi. Azzardando, lei è anello di congiunzione fra i Seventies ”rugosi” di Patti e le moderne girls, tutte problematiche eppure così sentimentali. Ma non se lo merita. Dopo 17 anni e segni fondamentali, per il rock, come Dry, To Bring You My Love o Stories From the City, Stories From The Sea, per citarne alcuni, si può evitare. Continua per la sua strada, tenendo in mano una chitarra di cui sfrutta delle semplici pennate sporche, mentre la voce ti afferra per l’intestino senza voler smettere di cambiare. Che siano le ballate vittoriane di White Chalk o l’alternativa di Is This Desire?, l’attitudine non cambia e siamo sempre qui.
Quest’ultimo album ha le sue particolarità, ma rimane sempre un album di PJ Harvey. Coi suoi momenti pop, le urla incazzose, la sinfonia, la poesia. E’ poliforme, Polly. Compone in 3 movimenti, come un’opera lirica che si ribalta e arrotola. Eterea e sonnacchiosa, sogni con Leaving California, April, The Soldier. Poi ti spara pezzi increspati come Sixteen, Fiftheen, Fourteen, la title track A Woman A Man… oppure The Chair. E infine vorresti schiaffeggiarla con Pig Will Not. No, davvero: da massacrarla. Mai si adagia sugli allori, mai si rinchiude nela forma della definizione, e questo è il bello. Perchè sorprende, Polly, e ancora regala un pezzo di storia, musica dal sapore così antico che ancora oggi non sappiamo disdegnare.

Guarda il video di Black Hearted Love
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Paolo Benvegnù: 500 EP (La Pioggia Dischi/Venus)

Giorgio Busi-Rizzi | 16/6/2009

500Nineties are over forever and ever, cantavano gli A Toys Orchestra nel loro esordio. Eppure ci sono artisti per cui non sembra siano mai finiti – in un senso totalmente positivo.
Uno di loro è Paolo Benvegnù: ogni suo album svela sempre all’esame autoptico quegli arrangiamenti densi, quei testi surreali e suggestivi che caratterizzavano i suoi Scisma. Sto partendo dall’assunto che anche voi riconosciate che gli Scisma sono uno dei cinque gruppi italiani migliori degli anni ’90, e se non siete d’accordo, beh… (squilla un telefono) … come? Ah, grazie! Dice Josiph che se non siete d’accordo siete in grave errore, e vi scomunica lui prossimamente (grazie Jo!).
Ma se anche non lo foste (empi!), il punto è che gli anni ’90 (o i primi 2000) in questo EP spuntano dovunque; è solo che spesso non sono quelli che uno si aspetterebbe. A tratti viene in mente persino la Lara Martelli di Orchidea Porpora (dico). Perché quest’EP è allo stesso tempo indiscutibilmente alla Benvegnù (500 sarebbe stata benissimo su Armstrong), ma anche spiazzante.
Come in questa versione di Nel Silenzio, trasfigurata rispetto alla sua originaria comparsa sull’EP 14/19: potrebbe essere la più bella canzone che i Negramaro abbiano mai scritto nella loro carriera. Se non l’avesse scritta Benvegnù.
O nell’interpretazione da chansonnier maturo (alla, ehm, Morgan) in Superstiti.
L’unica certezza è che in questo lavoro sorprendentemente solare (per gli standard della casa) Benvegnù conferma la sua indiscutibile, impressionante maturità (è autodichiaratamente terminata l’educazione sentimentale), la capacità di uscire anche da qualsiasi presunto canone di alternatività, di cercare di (e riuscire a) scrivere semplicemente ottima musica. Quindi mi rivolgo a te. Sìsì, a te, che hai visto Sanremo, a te che guardavi e guarderai X-Factor. Io lo so che tu non sei cattivo: solo, non hai avuto l’occasione giusta. Però, guarda: eccola. Esci e vai a comprare questo EP, sei ancora in tempo per redimerti. Pensaci, davvero, è per il tuo bene. Concorda anche Josiph. Pensaci.

Guarda una bella versione live di Nel Silenzio su tiscali:musica
Guarda l’intervista a Paolo Benvegnù su XL
Leggi l’intervista a Paolo Benvegnù su tiscali: musica
Guarda intervista e spezzoni di concerto di Paolo Benvegnù per Salotto Muzika

Francesca Lago: The Unicorn EP (On The Camper)

Amos Martino | 16/6/2009

Francesca Lago è una cantautrice. Se il genere vi piace – Frida Hyvonen, Emiliana Torrini – allora va bene, cercatevi pure il disco che ne parliamo, altrimenti passate oltre. L’essenzialità degli arrangiamenti è sorretta da una personalità decisa, costante fondamentale di questo The Unicorn – il suo secondo disco a dodici anni dal primo – un EP concentrato in venti sinceri minuti. Chitarra e voce curano la trama e l’ordito, annodandosi con naturalezza in un ricamo silenzioso e riservato.
Ed è proprio questa atmosfera discreta il punto di forza dell”EP, di questo disco sognante e notturno.

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