Jason Lytle: Yours Truly, The Commuter (Epitaph – Anti-/Self)
A vedere il suo disperante concerto dicembrino al Covo, un’ora e mezza solo voce, chitarra e batteria aggravate dall’abituale mise da taglialegna del Montana appena un po’ più naif della media, solo i più accaniti fan dei Grandaddy si sarebbero aspettato segnali confortanti da Jason Lytle. Invece questo Yours Truly: The Commuter non è solo indiscutibilmente un album dei (da?) Grandaddy: è anche il migliore, per lo scrivente, dai tempi dell’inarrivabile The Sophtware Slump.
Musicalmente, la strada è la solita: uguali il suono di batteria (in questo caso però fatto in casa: il piccolo Jason ha suonato tutti gli strumenti da solo), le reminiscenze degli ELO nelle chitarre (principalmente acustiche però), gli arpeggi di piano, i sintetizzatori spaziali a costruire un uguale tessuto di pop da cameretta venato di psichedelia, forse solo più elementare nelle strutture (il reggae chiesistico – ma irresistibilmente catchy – di Birds Encouraged Him, la quasi sparklehorsiana This Song Is The Mute Button). Il che talvolta può sembrare un limite, ma libera pure l’album da certe verbosità parapsichedeliche che appesantivano talvolta l’impalcatura musicale nonnesca, mantenendo intatta l’efficacia dei momenti epici (cfr. I Am Lost o la doppietta conclusiva).
Ed incolumi sono anche i testi, l’usuale caleidoscopo di esseri improbabili (qui diffusamente bucolici: i mesi di isolamento sembrano marcare il lato hillbilly di Lytle) e considerazioni straniate sulla vita perse tra il nonsense e la saggezza infantile alla Aldo Nove.
Insomma, basta ascoltarlo, quest’album, per essere sicuri che è tutto di nuovo come sempre. E tornare di nuovo bambini atterriti e ammirati, e dormire rassicurati solo dalla compagnia del sussurro di Jason Lytle e dei suoi freak, sotto una coperta di pop, ammantati di una coltre di synth.
P.S.. Confido già lo sapeste, ma commuter vuol dire pendolare. Niente tecnologia stavolta. Sì, spiace anche a me.
Visita il MySpace di Jason Lytle
Guarda il video di I Am Lost (And The Moment Cannot Last)
Guarda Birds Encouraged Him suonata dal vivo a Maps o al SXSW, confrontala con Bob Marley e ridi. Poi riascoltala e prova a togliertela dalla testa.
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Masha Qrella è magnificamente berlinese, come di questi tempi sono magnifici tutti i musicisti berlinesi, indipendentemente dal genere. Già bassista nei Contriva e tastierista nei Mina, quindi autrice della più adorabile indietronica femminile mitteleuropea, tra Morr e Monika, con il suo terzo album accetta di rendere tutto più complicato. Registrato in studio, arrangiato per una band vera con Masha Qrella alla voce e alla chitarra, Speak Low: Loewe and Weill in Exile è una bizzarra raccolta commissionata dalla Haus der Kulturen der Welt per celebrare, all’interno della rassegna “New York-Berlin”, i cinquant’anni dell’istituzione berlinese. Con Frederick Loewe e Kurt Weill, autori di classici di Broadway, Masha Qrella ha praticamente nulla in comune se non l’origine. Eppure, messe da parte le drum machine, l’estetica lo-fi e le cavalcate strumentali, Masha Qrella si dimostra non solo degna di trasformare la logora Speak Low in un gioiellino pop privo di drammaticità e pieno di piano elettrico, ma anche di confrontarsi con Weill, Loewe e Ira Gershwin come il Menard di Borges con il Don Chisciotte. Un consiglio rivolto ai giovani artisti è: non spalancate la finestra per gridare al mondo, con il sorriso sulle labbra, tutto quello che avete dentro. Masha Qrella, oltre a prendere alla lettera il suggerimento, sembra sigillare il suo nuovo sofisticato pop in quelle confezioni di plastica rigida con cui lottare, taglierino alla mano, per poter raggiungere il colorato e luccicante contenuto: alcune delle più laconiche e geniali cover mai arrangiate e suonate. Facendo sorprendentemente propri brani come I’m a Stranger Here Myself, September Song e Wandering Star, con quest’ultima che sembrava persa per sempre dopo l’imbarazzante versione di Lee Marvin in La ballata della città senza nome, Masha Qrella e la sua band riscrivono oggi piccole meraviglie che hanno animato per oltre mezzo secolo i palchi americani.









Non passa anno senza le due o tre band indie scozzesi di turno. I
Allora, prestate attenzione perché questo è un album meraviglioso, per lo scrivente finora forse il migliore del 2009. Disco del mese per Blow Up di aprile, l’esordio sulla lunga distanza (dopo l’EP Curtain Speech) di
Vecchio bacucco is the new à la page. So che non ve ne fate moltissimo ma una delle mie ossessioni sono i titoli stupidi, e le traduzioni italiane degli stessi. La prima traccia del secondo lavoro della
Elvis Presley è vivo. Enzo Biagi è vivo. Che Guevara è vivo. Adolf Hitler è vivo, e oggi è un pacifico apicoltore molto rammaricato del suo passato. Vivono tutti in una comune a Tenochtitlan, e li abbiamo rintracciati per chiedere che ne pensino di questo doppio EP (attenzione: NON è un album) di
Si dice che il cuore non serva a nulla, se non lo si può regalare a qualcuno. Allo stesso modo, a che serve la musica, se non la si può condividere? 
