Jason Lytle: Yours Truly, The Commuter (Epitaph – Anti-/Self)

Giorgio Busi-Rizzi | 23/6/2009

jason_lytleA vedere il suo disperante concerto dicembrino al Covo, un’ora e mezza solo voce, chitarra e batteria aggravate dall’abituale mise da taglialegna del Montana appena un po’ più naif della media, solo i più accaniti fan dei Grandaddy si sarebbero aspettato segnali confortanti da Jason Lytle. Invece questo Yours Truly: The Commuter non è solo indiscutibilmente un album dei (da?) Grandaddy: è anche il migliore, per lo scrivente, dai tempi dell’inarrivabile The Sophtware Slump.
Musicalmente, la strada è la solita: uguali il suono di batteria (in questo caso però fatto in casa: il piccolo Jason ha suonato tutti gli strumenti da solo), le reminiscenze degli ELO nelle chitarre (principalmente  acustiche però), gli arpeggi di piano, i sintetizzatori spaziali a costruire un uguale tessuto di pop da cameretta venato di psichedelia, forse solo più elementare nelle strutture (il reggae chiesistico – ma irresistibilmente catchy – di Birds Encouraged Him, la quasi sparklehorsiana This Song Is The Mute Button). Il che talvolta può sembrare un limite, ma libera pure l’album da certe verbosità parapsichedeliche che appesantivano talvolta l’impalcatura musicale nonnesca, mantenendo intatta l’efficacia dei momenti epici (cfr. I Am Lost o la doppietta conclusiva).
Ed incolumi sono anche i testi, l’usuale caleidoscopo di esseri improbabili (qui diffusamente bucolici: i mesi di isolamento sembrano marcare il lato hillbilly di Lytle) e considerazioni straniate sulla vita perse tra il nonsense e la saggezza infantile alla Aldo Nove.
Insomma, basta ascoltarlo, quest’album, per essere sicuri che è tutto di nuovo come sempre. E tornare di nuovo bambini atterriti e ammirati, e dormire rassicurati solo dalla compagnia del sussurro di Jason Lytle e dei suoi freak, sotto una coperta di pop, ammantati di una coltre di synth.

P.S.. Confido già lo sapeste, ma commuter vuol dire pendolare. Niente tecnologia stavolta. Sì, spiace anche a me.

Visita il MySpace di Jason Lytle
Guarda il video di I Am Lost (And The Moment Cannot Last)
Guarda Birds Encouraged Him suonata dal vivo a Maps o al SXSW, confrontala con Bob Marley e ridi. Poi riascoltala e prova a togliertela dalla testa.
Guarda la pagina Vimeo di Jason Lytle

Masha Qrella: Speak Low – Loewe and Weill in Exile (Morr Music)

Daniele Giovannini | 23/6/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/speaklow-250x250.pngMasha Qrella è magnificamente berlinese, come di questi tempi sono magnifici tutti i musicisti berlinesi, indipendentemente dal genere. Già bassista nei Contriva e tastierista nei Mina, quindi autrice della più adorabile indietronica femminile mitteleuropea, tra Morr e Monika, con il suo terzo album accetta di rendere tutto più complicato. Registrato in studio, arrangiato per una band vera con Masha Qrella alla voce e alla chitarra, Speak Low: Loewe and Weill in Exile è una bizzarra raccolta commissionata dalla Haus der Kulturen der Welt per celebrare, all’interno della rassegna “New York-Berlin”, i cinquant’anni dell’istituzione berlinese. Con Frederick Loewe e Kurt Weill, autori di classici di Broadway, Masha Qrella ha praticamente nulla in comune se non l’origine. Eppure, messe da parte le drum machine, l’estetica lo-fi e le cavalcate strumentali, Masha Qrella si dimostra non solo degna di trasformare la logora Speak Low in un gioiellino pop privo di drammaticità e pieno di piano elettrico, ma anche di confrontarsi con Weill, Loewe e Ira Gershwin come il Menard di Borges con il Don Chisciotte. Un consiglio rivolto ai giovani artisti è: non spalancate la finestra per gridare al mondo, con il sorriso sulle labbra, tutto quello che avete dentro. Masha Qrella, oltre a prendere alla lettera il suggerimento, sembra sigillare il suo nuovo sofisticato pop in quelle confezioni di plastica rigida con cui lottare, taglierino alla mano, per poter raggiungere il colorato e luccicante contenuto: alcune delle più laconiche e geniali cover mai arrangiate e suonate. Facendo sorprendentemente propri brani come I’m a Stranger Here Myself, September Song e Wandering Star, con quest’ultima che sembrava persa per sempre dopo l’imbarazzante versione di Lee Marvin in La ballata della città senza nome, Masha Qrella e la sua band riscrivono oggi piccole meraviglie che hanno animato per oltre mezzo secolo i palchi americani.

Visita il MySpace di Masha Qrella
Visita il sito della Morr Music

Vitaminic Days, part #2

Redazione | 22/6/2009

(la puntata precedente)

Vitaminic Day # 5 con Abe Vigoda + Buzz Aldrin @ La casa 139, 28.05.09

Bologna VS Los Angeles. Buzz Aldrin e Abe Vigoda. L’altro astronauta -l’eterno secondo, l’uomo che ha messo piede sulla luna dopo Armstrong- e l’attore de Il Padrino. Una delle accoppiate più riuscite del nostro piccolo festival. Attesissimi, entrambi. Entrambi sorprendenti, a prescindere dalle distanza geografiche e le etichette e il punk e le sue derive -synth o tropical – che siano. Buzz Aldrin -autori di uno splendido cd-r demo, attualmente al lavoro sul primo LP – Abe Vigoda – per la prima volta in tour in Italia- in dieci minuti annullano anche i dubbi di chi inizialmente si tiene timidamente lontano dal palco e confermano le voci che li volevano imperdibili dal vivo. Scuro, ossessivo, travolgente il gruppo di Gelo, Nico e Giallo (gli Abe Vigoda sotto il palco apprezzano visibilmente…). Frenetici e rumorosi “i don’t want to say shoegazey, but kind of” i giovanissimi ragazzi californiani. Due set distanti ed egualmente intensi. Due band di cui riparleremo presto. Prestissimo. (t.b.)

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Guarda gli Abe Vigoda filmati dal nostro Tomm.

Vitaminic Day #6: Kiss This Night con Vivian Girls + The Pains Of Being Pure At Heart @ Circolo Magnolia, 1.06.09

Mettiamo subito le mani avanti e diciamo che la combo del primo giugno con Pains Of Being Pure At Heart e Vivian Girls insieme sul palco del Magnolia era quanto di più spettacolare si fosse visto in Italia negli ultimi mesi, e non vi nascondiamo che buona parte della redazione lo aspettava come i bambini il natale.
Fresche di Primavera Sound barcellonese dove han tirato su uno show assolutamente divertente, le Vivian Girls sono salite sul palco dell’idroscalo un po’ stanche e confuse, tirando via uno ad uno i loro pezzi sporchi ed essenziali in un trionfo di teenage pride e punk attitude. Ad aiutarle, il reduce batterista di Wavves per l’occasione trasformato in uomo-tamburello. La scaletta è scesa veloce e divertente, ma sapevamo che le ragazze (forse provate dallo stress di un tour de force) potevano sicuramente dare di meglio.
L’arrivo dei Pains Of Being Pure At Heart invece è coinciso con quello di una sottile pioggerellina che bagnava i visi di quanti in primafila ascoltavano commossi e col naso all’insu pillole di pop-rock anni novanta che sapevano di nostalgia e innamoramenti improvvisi. Mossette da rockstars e attenzione sempre alta, canzoni diventate ormai inni e bei tagli di capelli. La strada da Brooklyn all’Idroscalo, insomma, era più breve di quanto pensassimo. (n.a.h.)

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(foto di Bianca Ferrari, a cui vanno un mondo di ringraziamenti; questo è il suo blog!)

Vitaminic Day #7: Secret Furry Hole Night con His Clancyness + Women @ Lato B 3.06.09

Si poteva intuire già qualcosa di come sarebbe andata la serata al Lato B di Porta Ticinese quando nel bel mezzo del sound-check i Women si sono divertiti a improvvisare prima i Television e poi gli Swell Maps, due coordinate musicali assolutamente importanti per la band canadese e che hanno fatto intendere che piega avrebbero preso gli eventi.
Questa tappa dei Vitaminic Days è stata aperta dal nostro His Clancyness, ovvero Jonathan Clancy, già nei Settlefish e negli A Classic Education, che con il suo nuovo progetto solista (accompagnato da Paul Pieretto agli effetti e campionamenti) si dedica a un pop più sognante, poetico e sfuggente, con canzoni che sembrano lasciate quasi allo stato embrionale, e che poi fioriscono sull’onda dell’improvvisazione più emotiva. A impreziosire la scaletta, una cover di El Perro del Mar e una citazione degli stessi A Classic Education.
Anche sul minuscolo palco i Women si trovano a loro agio, niente sembra scalfire la loro serenità e compostezza, e quando attaccano a suonare scatenano un’energia che forse non tutti si aspettavano. Un rock che a tratti divaga psichedelico e quasi liquefatto, dall’aria inconfondibilmente Sixties, per poi raccogliersi all’improvviso e sferzare preciso, vibrante e vicino. Set equamente suddiviso tra le canzoni del debutto omonimo (con una fenomenale Black Rice su tutte – sarà scontato dirlo ma è stata un’esperienza incredibile ascoltarla seduti lì davanti, praticamente in mezzo agli amplificatori) e svariate nuove composizioni che andranno a far parte del prossimo album. La situazione aveva un po’ dell’incredibile, ma Shaking Hand aveva subito reso l’atmosfera elettrica e tesa, Upstairs aveva caricato le attese e Group Transport Hall è stata addirittura accolta da un piccolo boato da tutte le persone stipate nella stanza. Alla fine è stato inevitabile alzarci tutti piedi e finire quasi addosso alla band per il lungo bis. Piccola nota di costume: a metà serata sono entrati nel locale i Maximo Park, anche loro quella sera in concerto a Milano e arrivati senza nemmeno farsi una doccia pur di non perdere una canzone dei Women. Gratificazione non da poco e che ci conferma quanto avessimo visto giusto nella scelta della band canadese. (e.b.)

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(foto di Carlo Beccalli)

Gazebo Penguins: The Name Is Not the Named (Suiteside / Audioglobe)

Enzo Baruffaldi | 22/6/2009

gazebo_penguinsUna band punk che cita Alfred Korzybski? Sì, vi prego. [...] con molto entusiasmo [...] Dopo Penguinvasion del 2006 [...] bordate pazzesche [...] Primo vero lavoro sulla lunga distanza [...] l’infaticabile etichetta genovese [...] caratteristiche: [...] fienile, [...] accapigliarsi furibondi, [...] chitarre, [...] nelle chitarre, [...] ma anche [...] chitarre e bei cori da sing-along con l’indice al cielo [...] e soprattutto strepitosi concerti. [...] Motorpsycho? [...] come nella traccia There’s never goodbye for Motorpsycho’s fans [...] senza At The Drive In? [...] per fortuna c’è [...] Babo Vs Mollica At The Gates ci stava bene [...] Wallabees [...] spacca [...] la Bassa con coerenza [...] passione, [...] più di ogni altra cosa si percepisce [...] si annusa [...] Korzybski del 1921 [...] affianca e in qualche modo seduce [...] Bruno Germano dei Settlefish alla produzione [...] un suono che si fa [...] Emilio. [...] proietta, [...] chi l’avrebbe detto? The Death Of Anna Karina [...] la differenza tra luogo e spazio [...] post-punk [...] energia senza tregua [...] Strepitosi [...] pinguini [...] su pinguini [...] nelle chitarre.

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My Latest Novel: Deaths & Entrances (Bella Union/Coop)

Daniele Giovannini | 22/6/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/dande-250x247.jpgNon passa anno senza le due o tre band indie scozzesi di turno. I My Latest Novel, come per molti altri accade, sembrano appena a un passo dal raggiungere l’ampio pubblico al di qua del vallo adrianeo, della Manica o dell’oceano. Formatisi qualche anno fa in quel di Glasgow, sono stati malauguratamente colpiti dalla subitanea fama di gruppo post-Arcade Fire — la band con il più alto rapporto rilevanza percepita per la musica leggera del XXI secolo/album pubblicati. Se tre quarti dei demeriti dietro la sostanziale non-evoluzione (anch’essa solo percepita) tra il grazioso debutto Wolves e il nuovo Deaths & Entrances vanno imputati agli sconsiderati recensori, la band stessa ha le sue responsabilità. Esponenti di un filone che fatica a rinnovarsi, i My Latest Novel si baloccano con impeti di pop orchestrale e marosi armonici, intrecci vocali e la caratteristica dimensione onirica di certo indie-rock britannico. Non attraversa Deaths & Entrances il territorio del folk elettrico di massa; poco condivide con gli Arcade Fire a parte l’essenza solidamente melodica, gli occasionali interventi di fiati e i dirompenti e prevedibili climax, tra cori e controcori. L’album, con i suoi testi eccezionalmente efficaci e non un singolo brano davvero debole, mostra i suoi lati fragili nella vaghezza dell’afflato teatrale e nella scarsa presa, sulla lunga distanza, del cantato monocorde di Chris Deveney. Se da una parte ci sono episodi brillanti come I Declare a Ceasefire, il paragone più lusinghiero per brani come Reappropriation of the Meme sono i Coldplay: non bastano purtroppo impeto ed emotività, occorrono arrangiamenti coerenti e convincenti. In Deaths & Entrances c’è ancora molto da raffinare, ma noi continuiamo ad avere fiducia nella Scozia e tifiamo per i My Latest Novel.

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DM Stith: Heavy Ghost (Asthmatic Kitty/Goodfellas)

Giorgio Busi-Rizzi | 19/6/2009

heavyghostAllora, prestate attenzione perché questo è un album meraviglioso, per lo scrivente finora forse il migliore del 2009. Disco del mese per Blow Up di aprile, l’esordio sulla lunga distanza (dopo l’EP Curtain Speech) di David (in arte DM) Stith è un tripudio per l’udito. Restituito alla musica (polistrumentista, figlio d’arte, si era dedicato inizialmente al design: la bella copertina dell’album è sua) da My Brightest Diamond (ripagata da una collaborazione reciproca più che soddisfacente), coccolato dalla Asthmatic Kitty, Stith regala un esordio memorabile, tra cantautorato sperimentale, psichedelia, alt-folk e progressive per piano e chitarra depressi alla Elbow (ma se voleste giocare coi nomi, vengono in mente Robert Wyatt, Tim Buckley, a tratti persino certe cose dei Radiohead). Heavy Ghost, si chiama, ed è un titolo azzeccatissimo: sono piene di fantasmi questi ritmi tribali, le armonie vocali anarchiche, gli ululati angelici, le dolcissime cacofonie che compongono le dieci tracce di questo cammino fantasmatico, di questa progressione più visionaria che visiva, sospesa tra la schizofrenia e la cristologia, la veste musicale della follia divina alla Giovanna D’Arco. Isaac’s Song esordisce atterrendoci con voci spettrali, Creekmouth è un sabba polifonico alla maniera del Collettivo Animale, Pigs un gospel neniante, uno spiritual disperato, il Vangelo delle occasioni sprecate, Spirit Parade un canto da tarantolati. Si recupera la calma quel tanto che basta a implorare una grazia quando tornano a parlarci le vocine. Si ottiene il Perdono, si ritrova di nuovo la calma, via verso un Osanna, verso l’Ineffabile. E infine usciamo a riveder le stelle. E poi, se si ha ancora un briciolo di senno nel cervello, si ricomincia. Un album spettrale per restare incantati. Meraviglia, davvero.

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Guarda il video di Isaac’s Song
Guarda il live acustico di Thanksgiving Moon per Le Cargo

Crippled Black Phoenix: 200 Tons of Bad Luck (Invada/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 19/6/2009

cbp200Vecchio bacucco is the new à la page. So che non ve ne fate moltissimo ma una delle mie ossessioni sono i titoli stupidi, e le traduzioni italiane degli stessi. La prima traccia del secondo lavoro della Fenice Nera Azzoppata si chiama Burnt Reynolds. Non riesco a tradurlo. Riesco a tradurre il titolo del disco, volendo –suona un po’ come Duecento tonnellate di sfiga. Mi sento di dedicarlo alle sfortune avute durante i Vitaminic Days. La musica della Fenice Nera Azzoppata comunque è quello di cui potrete leggere su internet, vale a dire una versione calligrafica di certe manifestazioni di psichedelia folk vintage che hanno molto influenzato il postrock da Chicago a Edimburgo, o anche un’onesta ripresa pari pari di certi Pink Floyd. Mors tua vita mea, non la mia tazza di tè –ed è un po’ una delusione pensare che CBF è tutto sommato uno spin-off di Electric Wizard e Mogwai, cioè in potenza il gruppo di pop britannico più poderoso degli anni duemila. E in atto no.

Visita il sito della Fenice Nera Azzoppata

Beirut: March of the Zapotec/Holland (Pompeii/Self)

Giorgio Busi-Rizzi | 19/6/2009

beirut - march of the zapotec + hollandElvis Presley è vivo. Enzo Biagi è vivo. Che Guevara è vivo. Adolf Hitler è vivo, e oggi è un pacifico apicoltore molto rammaricato del suo passato. Vivono tutti in una comune a Tenochtitlan, e li abbiamo rintracciati per chiedere che ne pensino di questo doppio EP (attenzione: NON è un album) di Beirut. Ecco cosa hanno detto.
EB: “Il vecchio cronista fa fatica a capire come si passi da questa musica balcanica resa ancora più tangibile, più imperfetta e scura dall’accompagnamento dei 19 fiati di una banda funeraria messicana, a quell’elettronica. I due EP sembrano tenuti insieme con lo scotch, non è solo una questione di suoni. La seconda metà – non a caso concepita prima di affermarsi con la ragione sociale di Beirut (all’epoca si faceva chiamare Realpeople), è acerba, infantile, evitabile, poco armonizzata con i toni carichi di pathos della voce di Condon.”. EP: “Inizialmente pensavo fosse un leak falso – Elvis scarica compulsivamente dal web – ma no, è proprio così. E sembra fatta col Music Maker, te lo ricordi, dude? Voglio dire, con un altro genere di suoni potrebbe quasi andare bene… ed episodi come Venice sono davvero interessanti. Ma hai sentito No Dice? È orrenda, amico, orrenda. Gigi D’Agostino faceva di meglio, 10 anni fa.” EG: “Premesso che la voce di Condon riesce a dare una certa connotazione positiva anche al secondo EP, la cosa paradossale è che la metà messicana, che esplora territori più usuali e quindi è a maggior rischio di suonare già sentita, suona vivida e corposa, mentre la metà elettronica pare la scopiazzatura (malriuscita) di altre mille cose: manca di ingegno, di cuore, dell’anima del Messico (¡que siempre viva!) che riempie il primo EP. Insomma l’esperimento, per me, è fallito quanto il governo cubano di Castro.”

A quel punto Hitler si è avvicinato e ha chiesto ai tre se volevano bere una cerveza, e tutti si sono allontanati spediti.

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Guarda un intero live di Beirut su Baeblemusic
Guarda il parere dei tre vecchietti originali di Breakfast at Sullimay’s su My Night with the Prostitute from Marseille

Even Dogs Like To Dance. Canebagnato Records Contest!

Enzo Baruffaldi | 18/6/2009

Si dice che il cuore non serva a nulla, se non lo si può regalare a qualcuno. Allo stesso modo, a che serve la musica, se non la si può condividere? Canebagnato Records ha deciso di regalare il suo cuore e la sua musica, tutti racchiusi in una compilation ricca e toccante, dai suoni tesi e delicati al tempo stesso: Even Dogs Like To Dance. Il modo migliore per festeggiare un compleanno (tre anni, ormai è una storia seria) e per festeggiare un’etichetta discografica che porta avanti una linea, come dicono loro, “di un certo tipo”. Quel “certo tipo” che forse non salta troppo all’occhio, non sembra molto alla moda e che ti fa dei discorsi che ci metti un po’ a capire. Insomma, “quel certo tipo” a cui poi capisci di volere bene, anche se non hai sempre le parole per spiegarlo nel modo giusto. Ma per quello ci sono le canzoni. E dentro Even Dogs Like To Dance ce ne sono ben diciotto, di tutte le misure e colori. Si va da Alligator dei Baby Blue, come piccoli Moldy Peaches, a Shade Of Blue di Marvin, glitch frugale e sensibile, da Gasoline Maphia Sings dei Mr.60, folk che abbraccia Belle & Sebastian, a Smiling dei Peter Kernel, paranoica e “sonica” al punto giusto. L’umore predominante è forse più malinconico, ma quando meno te lo aspetti può saltare fuori quel lampo di ironia o un’alzata d’ingegno che spazzano via ogni nuvola grigia. A voi la scoperta dentro questa bella raccolta. Auguriamo anche noi un cielo sereno e cento di questi giorni alla Canebagnato Records.

Canebagnato Records e Vitaminic vi regalano tre copie di Even Dogs Like To Dance. (Scriveteci alla solita mail) vitaminicontest (at) gmail (dot) com ricordandovi di indicare il vostro nome e un indirizzo a cui potervi spedire il disco…

Se poi siete dalle parti di Milano vi aspettiamo domani sera al Circolo Arci Cicco Simonetta. Canebagnato Birthday Party con Lonesome Southern Comfort Company, Casita Nuestra e Pocket Chestnu. Ore 21, ingresso gratuito.

VITAMINIC DAYS, part #1

Redazione | 18/6/2009

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(per leggere i contenuti creati ad hoc per gli artisti dei Days, cliccate qui: un superarchivio di interviste, video, “introducing”… e news!)

Abbiamo pensato e organizzato i Vitaminic Days, nove date così come ci apparivano a marzo, con diciannove artisti, in soli tre mesi. Qualsiasi persona con la testa sulle spalle vi dirà che bisogna essere pazzi o stolti a mettersi in un casino del genere, che per una cosa così ci vuole un anno di lavoro, almeno, se non si vuole crepare di stress e rabbia per gli inevitabili casini che si accompagnano a una prima edizione. E a quella qualsiasi persona non potrete che dar ragione, visto che di casini ne abbiamo avuti a bizzeffe, abbastanza da farci bestemmiare fino ad oggi. Volete sentirne qualcuno (anche se già probabilmente lo conoscete)?

Blank Dogs, gran tuonato, non si è fatto il passaporto in tempo e ha annullato il tour europeo, inclusa la sua attesissima unica data italiana da noi; Wavves ha fatto il suo freak show sul palco del Primavera ed ha cancellato trenta concerti, inclusa la sua attesissima unica data italiana da noi; il Bitte, che doveva ospitare la nostra serata finale proprio con Wavves e annessa, fighissima parata di dj, ci ha tirato un pacco colossale più o meno all’ultimo minuto (avevano appena riaperto ed erano preoccupati del baccano, li abbiamo capiti, ma potevano dircelo prima); il Rocket, che doveva ospitare la serata con Women, ha avuto problemi legati all’impianto e altre cose, e ci ha costretto a trovare una location d’emergenza in due giorni contati. Infine, Banjo or Freakout, artista a cui tenevamo moltissimo e che doveva suonare anche in un’altra manifestazione musicale qualche giorno dopo, ci ha informato di essere stato messo in condizioni tali per cui scendere in Italia gli sarebbe stato di notevole disagio, e ha quindi rinunciato. È stata una vera nota dolente: ci abbiamo rimesso noi e il pubblico davvero interessato alla musica. Eviteremo la polemica, visto che se fanno già troppe,  definiremo assurda la situazione per quella che ambisce a essere la cosiddetta scena indipendente italiana. La cattiva informazione o mancanza di comunicazione tra parti, lo sappiamo, ha giocato un ruolo non indifferente nella vicenda; nonostante questo alcuni punti restano poco chiari e siamo assai dispiaciuti di come la faccenda, da qualunque punto la si guardi, è stata gestita.

Per questo, non saremmo sinceri se vi dicessimo che non ci siamo sentiti veramente, ma veramente sfigati, ma è anche vero ci è rimasta la giusta lucidità per guardarci allo specchio soddisfatti di come sono andati i Vitaminic Days. Sono nati un po’ per caso e un po’ per gioco, si, ma soprattutto perché crediamo che sia ora di uscire dagli schermi dei computer e reimpossessarsi del territorio offline, della città. Sapere che, se vogliamo, c’est a nous, può ancora essere il nostro campo giochi, anche se siamo piccoli e inesperti e quel che vi pare. Che ci crediate o no, la redazione di Vitaminic ha fatto tutto da sola: abbiamo scelto gli artisti uno a uno, abbiamo passato ore a telefono con i locali di Milano (che, tocca dirlo, è una città poco live-friendly, almeno per gli act medio-piccoli), con i booker, persino con gli artisti, abbiamo messo la mano nelle nostre tasche, abbiamo curato ogni dettaglio della grafica e dei contenuti, uno a uno. E sapete cosa? siamo davvero felici di averlo fatto. Anzi, lo rifaremo presto, e meglio, con tutta la calma, il senno di poi e quelle cose lì. Perché, evidentemente, la testa sulle spalle non ce l’abbiamo: pensiamo con le orecchie. A suon di chitarra e batteria.

Di quei venti giorni ci resta un ricordo splendido, specie per quel che riguarda la famosa serata con i Women, che ci sentiamo di ammettere essere stata una delle serate più belle a cui abbiamo avuto la fortuna di partecipare, da anni. Ringraziamo Live In Italy, Hub e tutti quelli che ci hanno aiutato in maniera del tutto disinteressata, a partire dai ragazzi di Vice Magazine, che si sono lanciati con entusiasmo nel progetto e ci hanno supportato per tutto il suo corso, a Rolling Stone, a Jon Clancy, ad Icepick, Livio Basoli, Carlo Beccalli, FrizziFrizzi, 42 Records e Pippola Music, Ondarock e specialmente (di cuore) a tutti i dj della serata finale. Ancora, a chiunque altro abbia reso quest’esperienza assolutamente speciale anche semplicemente ringraziandoci, o sorridendo. Ne è davvero valsa la pena. Grazie. — Continua a leggere

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