Beirut: March of the Zapotec/Holland (Pompeii/Self)
Elvis Presley è vivo. Enzo Biagi è vivo. Che Guevara è vivo. Adolf Hitler è vivo, e oggi è un pacifico apicoltore molto rammaricato del suo passato. Vivono tutti in una comune a Tenochtitlan, e li abbiamo rintracciati per chiedere che ne pensino di questo doppio EP (attenzione: NON è un album) di Beirut. Ecco cosa hanno detto.
EB: “Il vecchio cronista fa fatica a capire come si passi da questa musica balcanica resa ancora più tangibile, più imperfetta e scura dall’accompagnamento dei 19 fiati di una banda funeraria messicana, a quell’elettronica. I due EP sembrano tenuti insieme con lo scotch, non è solo una questione di suoni. La seconda metà – non a caso concepita prima di affermarsi con la ragione sociale di Beirut (all’epoca si faceva chiamare Realpeople), è acerba, infantile, evitabile, poco armonizzata con i toni carichi di pathos della voce di Condon.”. EP: “Inizialmente pensavo fosse un leak falso – Elvis scarica compulsivamente dal web – ma no, è proprio così. E sembra fatta col Music Maker, te lo ricordi, dude? Voglio dire, con un altro genere di suoni potrebbe quasi andare bene… ed episodi come Venice sono davvero interessanti. Ma hai sentito No Dice? È orrenda, amico, orrenda. Gigi D’Agostino faceva di meglio, 10 anni fa.” EG: “Premesso che la voce di Condon riesce a dare una certa connotazione positiva anche al secondo EP, la cosa paradossale è che la metà messicana, che esplora territori più usuali e quindi è a maggior rischio di suonare già sentita, suona vivida e corposa, mentre la metà elettronica pare la scopiazzatura (malriuscita) di altre mille cose: manca di ingegno, di cuore, dell’anima del Messico (¡que siempre viva!) che riempie il primo EP. Insomma l’esperimento, per me, è fallito quanto il governo cubano di Castro.”
A quel punto Hitler si è avvicinato e ha chiesto ai tre se volevano bere una cerveza, e tutti si sono allontanati spediti.
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