Cursive: Mama I’m Swollen (Saddle Creek/Self)

Francesco Farabegoli | 30/6/2009

cmisLa grammatica dell’emo è argomento spinoso, o magari una grammatica dell’emo non esiste proprio. Il protagonista di questa storia, comunque, è uno di quelli a cui auguri di stare malissimo perchè ti possa regalare un altro disco come Domestica. Se sostituite la parola Domestica con The Downward Spiral, tanto per dire, la trama non cambia di molto. On and on and on and on and on, più o meno come iniziava quel disco là E che continua ad essere, anche a questo giro, il capolavoro, il disco da battere. Mama I’m Swollen, tuttavia, si fregia di un’autentica sorpresa sul finale: dopo nove pezzi in cui Tim Kasher si smarca tra un genere e l’altro offrendoci il solito stolido campionario di umori indie-pop a livelli che CHIUNQUE ALTRO se li può giusto sognare la notte e svegliarsi bagnato, arriva una staffilata da farti a fette il cuore e buttarlo in pasto ai cani. Si chiama What Have I Done?, chiude l’ultimo disco della band e ci mostra un lato di Cursive che a botte di Brutti Organi e Felici Vuoti c’eravamo quasi dimenticati che esistesse, roba sulla cui base in tempi non sospetti abbiamo deciso di ogni centesimo su Tim Kasher. La grammatica dell’emo, se lo chiedete a me, è una serie di regole sul quanto e sul come lasciarmi a bocca aperta mentre ti togli strati di pelle davanti ai miei occhi. Magari non è così per tutti, ma qualcosa del genere per me si avvicina alla definizione stessa di musica.

Visita il myspace di Cursive

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 30/6/2009

wax_anatomical_modelsEccoci a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Enzo e la Fagotta, dopo una settimana di sosta forzata e imprevista, tornano più in forma che mai per portarci verso mille nuove e mirabolanti avventure. Riusciranno a far partire i giradischi in tempo per una volta? Sapranno regolare volumi e microfoni? Rovesceranno ulteriori cocktail sul mixer della regia? Scopritelo insieme a noi in questa ennesima puntata tutta matta. E questa è la playlist:

Le Man Avec Les Lunettes – So Bored (Wavves cover)
Let’s Wrestle – We Are The Men You’ll Grow To Love Soon
The Wave Pictures – Bye Bye Bubble Belly
Wale – Rather Be With You (Vagina Is For Lovers)
The Very Best – Warm Heart of Africa
Horse Shoes – Changing Winds
[collegamento con Aurelio Pasini per la rubrica "I consigli del Paso"]
Yo La Tengo – Tom Courtenay
Wax Anatomical Models – Masquerade
Pete & The Pirates – Jennyfer
Phoenix – Lasso
Girls – Hellhole Ratrace
The Calorifer Is Very Hot – White Winter Hymnal (Fleet Foxes cover) – ma proprio solo un assaggio…

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Malcolm Middleton: Waxing Gibbous (Pias – Full Time Hobby/Self)

Giorgio Busi-Rizzi | 29/6/2009

middlAlbum controverso. Riceviamo e pubblichiamo due delle decine di migliaia di lettere giunte in redazione sull’argomento, rispettivamente di un fan entusiasta e di un anonimo hater.

“Il buon vecchio Charlie Brown colpisce ancora. Molti si aspettavano l’ennesimo album di pallose nenie, e Middleton esce fuori che sembra il Moz più allegro (o i Sophia che se la spassano). Non si nega nemmeno un paio di episodi tristanzuoli, il buon vecchio faccia-a-patata, e sono minimali e bellissimi e, beh, tristi per davvero. Ma sono parentesi: Ciccio è in gran forma e se volevate una specie di clone della sua produzione con gli Arab Strap siete voi a sbagliare. Brownie Charles non ha paura di mostrarsi felice (beh, più felice), e noi non dovremmo avere paura di gioire con lui: perché quest’album che evoca a più riprese Peter Gabriel sotto la facciata del pop senza pretese nasconde ritmiche elaborate, intrecci di chitarra da virtuoso, melodie vocali ben scritte ed arricchite dalla presenza di ospiti che sanno decisamente il fatto loro (King Creosote e parte dei Mogwai). Prossimamente nella vostra collezione di cd.”

“Io l’ho sempre adorato, MM. Ricordo un suo concerto di qualche anno fa, talmente bello che a fine serata solo sei persone si erano tolte la vita. Comunque io l’adoro, MM. Per questo chiudo gli occhi di fronte alle lievi pecche di quest’album, che saltuariamente riesce anche a divertire, ma che accumula una stupefacente serie di pessimi suoni di synth, riuscendo a richiamare alla mente qua e là un perfido melange tra gli Smiths e cose tipo Katrina & The Waves, i Colplay, i Killers, persino i Trail of Dead (nei pesantissimi incisi epici di Love On The Run). Ho una brutta notizia per te, MM: gli anni ottanta sono finiti, e non è questo il tipo di revival che ci si auspicherebbe. E se il vate musicale ideale di questa collezione di rock da fm di decente gusto potrebbero essere gli 883, come testi ci muoviamo sempre nelle solite coordinate, cioè fra Marco Masini, il duo novembre e Mauro Petrarca, il poeta cimiteriale. Insomma io lo adoro, MM, e quest’album è già cult. Accattatevillo. Voi, però, che a me mi vien da ridere.”

Visita il Myspace di Malcolm Middleton
Guarda Middleton e Moffatt (e tanti e tanti altri) parlare del di lui album (qui la seconda parte) (Middleton accenna anche gran parte delle canzoni alla chitarra )
Ascolta e scarica Carry Me, dal nuovo Waxing Gibbous (via Stereogum)
Guarda Red Travellin’ Socks dal vivo,  in versione acustica

Regina Spektor: Far (Sire/Warner)

Chiara Leandri | 29/6/2009

untitledIn origine doveva chiamarsi Fart. Forse scherza, Regina, ma insieme a lei ridiamo anche noi. D’altra parte, non è la dichiarazione stessa della facezia uno strumento di denuncia crudele e insieme piacevole? E’ fatta proprio così, Regina, da una parte sforna melodie placide e godevoli, dall’altra punge e provoca con le parole. Cambia solo di una virgola nel nuovo album, e non è certo questa sua attitudine che manca. E’ più rilassata, più concentrata sulle belle note piuttosto che sulla provocazione. Dai tempi di Soviet Kitsch si stempera la riottosità adolescenziale (Your Honor rimarrà sempre un pezzo memorabile). Da Begin To Hope perde la voglia di sfornare belle canzoncine (l’avete conosciuta solo grazie a Fidelity, confessatelo). Ora rimangono intensi momenti voce e piano, mentre lei gioca come sempre con le possibilità della voce, che sia tentativo di diventare delfino (Folding Chair? Davvero?), un hallelujah dalla spiritualità tutta sua, un viaggio oltre la Russia e New York, nel suo personale crogiolo di esperienze musicali. Tracce magiche (la stupenda Eet) o forti, tutto si dipana tra il terreno fart e un mistico far.

Live in Italia:
15 luglio 2009 @ Villa Arconati, Milano

Guarda il video di Eet
Guarda il video di Laughing With
Guarda il video di Dance Anthem Of The ’80s
Non l’avevi letta? Riguardati l’intervista di Spin sul nuovo album

Righeira @ Calajunco, Reggio Calabria (26/06/2009)

Amos Martino | 29/6/2009

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Da cosa parto? dai capelli di Johnson Righeira? dagli mp3 sparati a palla? dai video di windows media player? dalla buzzicona bionda che ballava al ritmo di lambada tra l’indifferenza generale? dal file “governo tecnico mix.mp3″ che campeggiava sul righeira-pc?

Bé. Ieri sera c’è stata una serata ad alto contenuto di divertimento e nostalgia, almeno per me: nato nell’estate del 1983 e con un nome davvero disgraziato, oggetto di scherno fino a un decennio fa* (e anzi qualcosa in più). Ieri sera, in qualche modo, si è chiuso un cerchio: ho conosciuto i colpevoli, i Righeira; il duo che da bambino imitavo facendomi il ciuffo con il gel davanti allo specchio (così raccontano) e cantando “i-nnamoratissimo” alle prime bimbe che incrociavo sulle spiagge di San Lorenzo.

Ieri sera – dicevamo – i Righeira hanno cantato al Calajunco di Reggio Calabria, un lido “pettinatissimo” pieno di mascalzoni latini, briatore wannabe, e ragazze scosciate più o meno (molto più che meno) notevoli.

Johnson e Michael si presentano sul palco come due gemelli eterozigoti; il primo con il classico fisico da vecchia star dal ventre prominente e una maglietta che segna la storia della serata: su uno sfondo nero, campeggia luminosa e catarifrangente la gigantesca scritta “Righeira changed my life” che nel corso del concerto diventerà per noi “Righeira changed my wife” e “Righeira changed my size” (con chiaro riferimento al giro vita di Johnson). Completano il quadro dei pantaloni strettissimi e degli occhiali tipo Enrico Ruggeri prima del bivio. Michael, invece, delude le aspettative perché sembra uscito dal matrimonio di una nipote: vestito nero, camicia e cravatta rossa.

Quando alle loro spalle compare lo schermo di Windows Vista, Michael gira per le cartelle sfidando la presbiopia incitato dal compagno d’avventure e da una banda di groupies (che siamo noi), parte Futurista e Michael sciorina nozioni di storia dell’arte. Il seguito è un susseguirsi di fantastici tormentoni e  brani dall’ultimo disco (”non se l’è cagato nessuno”, dirà poi Johnson), la gente fa i cori e sorride.

Mentre ballo mi guardo attorno e penso a una divisione manichea del pubblico: i buoni stanno sotto al palco a ballare e cantare, sciorinando una serie di cazzate rivolte ai due. I cattivi, invece, se ne stanno in disparte: hanno il colletto alzato, i pantaloni bianchi e toccano il culo alle loro donne (chiusa la parentesi alla Stefano Benni).

Finisce lo spettacolo e andiamo a conoscerli, Michael è impegnato ad arrotolare fili mentre Johnson è più disponibile. Mi faccio firmare un foglio, facciamo delle foto, gli racconto di quando mi prendevano per il culo storpiando il mio nome e che sono felice che finalmente conosco i Righeira. Baci, abbracci, sorrisi in favore di fotocamera.

Poi parliamo della sua maglietta. Dice di averne vista una su ebay con la scritta “James Brown changed my life” e di aver pensato a farne una personalizzata perché “James Brown è un pilastro ma a me i Righeira hanno cambiato di più la vita”.

Bé, caro Johnson, anche a me.

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*Mi chiamo Amos. L’anno che sono nato impazzava “Vamos a la playa”.

(foto di Arianna Malara)

Nathan Fake: Hard Islands (Border Community/Audioglobe)

Daniele Giovannini | 26/6/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/06/hardislands-250x250.jpgPochi anni fa il mio cuore era della dance music giovane e sensibile, quella serpeggiante di linee melodiche più che bruta e tambureggiante. Avevo infatti deciso di strappare le radici detroitiane e abbracciare l’elettronica che al ritmo favorisce la pace — peace versus pace, se volete. Nathan Fake è stato uno dei miei punti di riferimento. Fake ha una storia di EP techno-house per Traum Schallplatten e Border Community presenti in ogni singolo mix, negli anni in cui ancora sguazzavo senza annegare in quel mare. L’uscita nel 2006 di Drowning in a Sea of Love non è stato un grattacapo solo perché il Silizium di Apparat e l’elettronica spumosa degli M83 avevano ormai già sortito il loro effetto. Nathan Fake, che d’altro canto è praticamente mio coetaneo, è stato così per qualche tempo il tardoadolescenziale prodigio dai grandi occhi lacrimosi, il giovincello dal sorriso sincero, anche se nei set continuava con grande classe e discrezione a tirare giù legna. Il seguito di Drowning in a Sea of Love si chiama Hard Islands e, pur non dimenticando i synth estatici e gli swoosh euforici, paga il suo tributo a questi anni di clubbing tanto quanto alla migliore lontana IDM-industrial dei classici Warp. Quello che potrebbe nelle intenzioni essere un esempio da manuale di personalità multiple una più gradevole dell’altra si realizza però in un minialbum, mezz’ora appena, pieno di difetti. È un giocattolo techno di idee a metà, stretto tra beat di grana fine che sembrano non decollare mai, quattroquarti dalle texture ricche ma statiche, e melodie di quattro note che evocano il peggio della eurodance. Emergono solo occasionali nuclei acidi, trucchetti di editing ed eccentricità, quasi fosse materiale grezzo da manipolare di fronte a un pubblico. The Turtle e Narrier sono rispettivamente una vertiginosa fanfara a propulsione nucleare di synth buffi e graffianti, e un horror cavernoso che ha dentro tanto Aphex Twin quanto Extrawelt; episodi isolati, comunque. Ci attendevamo un secondo atto di Drowning in a Sea of Love, oppure un Nathan Fake all’altezza degli esordi. In entrambi i casi, qualcosa di pessimo o di grandioso: non la curiosa, forse coraggiosa e a malapena divertente via di mezzo che è Hard Islands.

Visita il MySpace di Nathan Fake
Visita il sito di Border Community

Indierocket Festival – are you going?

Marina Pierri | 26/6/2009

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C’è un “programma” che ci sta cuore, qui a Vitaminic, più di ogni altro: supportare la musica dal vivo. In effetti, è un periodo pessimo per gli amanti dei palchi medio-piccoli e degli act medio-piccoli e sembra ci sia poca via di mezzo, in gran parte d’Italia, tra Katy Perry, TV On The Radio e una (magari) fantastica band locale. Si, insomma, lo diceva Bugo, c’è crisi e la crisi si riverbera anche su chi, con uno sforzo micidiale e una passione enorme, organizza live da duecento persone battendosi per portare a suonare nella propria città le band che ama. Sarà perché di recente siamo stati dall’altra parte della barricata e ci abbiamo provato anche noi, ma smuovere i posteriori della gente con proposte allettanti è semplice sulla carta, difficilissimo una volta arrivati ai fatti. Nonostante questo c’è chi ci prova ancora e mette su cartelloni davvero niente male. È il caso dell’Indierocket Festival di Pescara, che da anni ha scelto di lavorare sul territorio. Se vi trovate da quelle parti, o pensate di passare un weekend diverso, passateci. Figurarsi, è persino gratis e supporta la causa del terremoto in Abruzzo. E probabilmente, anzi certamente, è più piacevole stare all’aria aperta che in uno sgabuzzino, con un paio di dj, a sudare sette camicie in città.


L’IndieRocket Festival 2009 per la rete

Artisti aquilani Onlus
La migliore musica indipendente internazionale a Pescara,
ex Caserma Di Cocco, sabato 27 – domenica 28 giugno

Diciotto artisti, fra band e dj, provenienti da Italia, Germania, Gran Bretagna, Francia, Olanda e Stati Uniti. Due giorni di musica live, fra il palco principale e la Wood-oo area, dove si alternano le selezioni dei dj. L’appuntamento con le migliori proposte del panorama musicale indipendente   dall’Italia e dall’estero è a Pescara, sabato ventisette e domenica ventotto giugno presso il parco dell’ex Caserma Di Cocco per la sesta edizione dell’IndieRocket Festival.
Si alterneranno suoni fra indie, electro, funk-punk, new wave, post punk e desert rock in atmosfere decadenti e noir, esotismo, lounge, surf, jazz e blues. Dai campionamenti al clarinetto, corno e trombone, fino alla sperimentazione pop, componenti funk, elementi puramente rock, innesti elettronici o canzoni della tradizione popolare romanesca. All’IndieRocket si segue la danzabilità di alcuni gruppi o si sceglie il puro ascolto di altri.
Grazie al sostegno dell’assessorato al Turismo ed ai grandi eventi del Comune di Pescara, insieme ad una fitta rete di partner privati, tra i quali Mediterranea Costruzioni, Furious Clothing, OnAir, Mono Spazio Bar, la sesta edizione dell’IndieRocket Festival è all’insegna di  una grande causa: contribuire all’attività della rete Artisti aquilani Onlus. La rete si è costituita subito dopo il terremoto con l’adesione di artisti, educatori, operatori culturali, organizzando incontri e spettacoli per la popolazione.
Gli utili ottenuti dagli ingressi a sottoscrizione libera e dall’attività del bar verranno devoluti agli Artisti aquilani Onlus, per eventi culturali e iniziative sociali da svolgersi sul territorio aquilano.
Un IndieRocket Festival, dunque, che alla musica in primo piano affianca l’elemento della solidarietà. Nelle edizioni precedenti il Festival ha superato i mille spettatori a sera: se ne attendono ancora di più vista anche la simultaneità con i Giochi del Mediterraneo Pescara 2009. La direzione artistica è di Clapdance Promotion, l’organizzazione dell’associazione culturale Skyline Lab. In programma nuovi importanti nomi della scena musicale italiana e internazionale (Poni Hoax, zZz) e band internazionali quali The Cesarians e Publicist, conosciute e amate dal pubblico di IndieRocket e dei club pescaresi, che da anni hanno sposato in pieno gli obiettivi del Festival e che si sono mostrate entusiaste di esibirsi per l’Aquila.

info@indierocketfestival.it
Tel. 085.4429521; 085.9433583

PROGRAMMA

INDIEROCKET FESTIVAL 2009

27 / 28 Giugno – 6^ edizione

Pescara / Parco ex Caserma Di Cocco

ingresso a sottoscrizione libera dal pomeriggio all’una di notte

tutti gli utili saranno devoluti alla rete Artisti aquilani Onlus

27 giugno parco ex Caserma Di Cocco

MAIN STAGE

Matinée
El Santo Nada
Jester at Work

Spiritual Front
Liquid Laughter Lounge Quartet (Ger)

The Cesarians (Uk)
Ardecore
Wood-oo area: Guido Savini, Shirt vs T-Shirt

28 giugno parco ex Caserma Di Cocco

MAIN STAGE

Calin (Fra)
Low Frequency Club

Lazer Crystal (Usa)

Did
Publicist (Usa)
zZz (Ola)
Poni Hoax (Fra)

Wood-oo area: Guglielmo Mascio, Fabrizio Mammarella

Lacrosse: Bandages For The Heart (Tapete/Audioglobe)

Nur Al Habash | 26/6/2009

lacrosse2Da un certo punto di vista era abbastanza inevitabile: visto il sottile declino di tutto il filone pop svedese da diabete, anche i Lacrosse hanno preso provvedimenti al riguardo e deciso di cambiare rotta (almeno un pochino). Se i temi e le atmosfere rimangono quelle del più classico twee da cameretta (basta dare uno sguardo a titolo e copertina: il trionfo dei cuoricini spezzati), le sonorità si animano di una spinta decisamente più rock (oserei dire punk, ma non potrei farlo senza ridacchiare) che si traduce in una batteria martellante e protagonista e chitarre elettriche sempre più indisciplinate. Le melodie catchy che ci si aspettano dai Lacrosse però rimangono lì (dietro, il solito Jari Haapalainen), e non si spostano nemmeno un millimetro da quelle del precedente This Year Will Be For You And For Me.
Il risultato si posiziona a metà strada tra la carica liberatoria dei Los Campesinos! e quella devastante dei connazionali Love Is All, mancando però totalmente di integrità ed originalità.
Tutto sommato, non era poi meglio rimanere in cameretta?

Visita il sito ufficiale dei Lacrosse
Guarda il video di We Are Kids

Maxïmo Park: Quicken The Heart (Warp/Self)

Paolo Morelli | 25/6/2009

maximo_park-quicken_the_heartUn singolo instant-classic come The Kids Are Sick Again e la sirena angosciante che infiamma Wraithlike in apertura erano segnali confortanti per chi confidava che i Maxïmo Park al terzo album non avrebbero tradito. Purtroppo anche i fans più affezionati del quintetto inglese (tra cui mi annovero) devono ammettere, con un filo d’amarezza, che nel complesso in Quicken the Heart si sente la mancanza sia della freschezza dell’esordio A Certain Trigger che delle melodie nervose e disperate di Our Earthly Pleasures (di cui musicalmente QTH costituisce una sorta di esasperazione). Certo, siamo sempre ben sopra la media del post-punk-revival da anni imperante: chi aveva a lungo sorseggiato la cicuta smithsiana di Books from Boxes avrà modo di ritrovare quella malinconia in Questing, Not Coasting o in Calm; chi si era esaltato con Our Velocity avrà a disposizione sfuriate chitarristiche in abbondanza. Laddove però OEP manteneva alti il ritmo e la tensione emotiva dall’inizio alla fine, qui diversi brani non sono esenti da sbavature. Talvolta un crescendo fantastico è spento nel finale da un ritornello poco convincente (The Penultimate Clinch); spesso dispiace che non abbiano seguito adeguato certi ganci melodici assassini, o gli squarci di genialità di un Paul Smith vocalmente ineccepibile ma dalla penna complessivamente meno ispirata. Dove più ci si distacca dai canoni compositivi del gruppo, poi, i risultati sono altalenanti (imbarazzante seppur appiccicoso il disco-funk-rock sensuale di Let’s Get Clinical, inconcludente il trionfo di synth di Tanned). Insomma, ci teniamo il pathos di Roller Disco Dreams e una buona manciata di altri pezzi in cui annegare le paturnie di un’estate (”the comforting ache of the summer holidays“): il resto è buon materiale per le scalette dei concerti tiratissimi del gruppo, ma difficilmente lascerà troppe cicatrici nel nostro cuore (meglio così?).

Visita il myspace dei Maxïmo Park
Guarda il video di The Kids Are Sick Again
Guarda una bella versione acustica di I Haven’t Seen Her in Ages, da uno showcase a Glasgow

Guarda il video del nuovo singolo Questing, Not Coasting

Cass Mccombs: Catacombs (Domino/Self)

Amos Martino | 25/6/2009

Solo il senso del dovere mi ha spinto ad ascoltare quest’album dall’inizio alla fine. Catacombs, il nuovo disco di Cass Mccombs, è davvero estenuante: tra il country e il folkpop ma senza la leggerezza necessaria perché le canzoni non diventino lamenti lunghi cinque minuti. Non si avvertono cambi di marcia nel disco, monocorde come lo strumento di Pitagora e fluttuante tra slide guitar e archi sonnolenti. L’unico brano che mi ha fatto drizzare le orecchie è The Executioner’s Song, non a caso, la canzone più essenziale dal punto di vista dei suoni, dei timbri e della vocalità. Il resto è materiale confezionato bene per un country-pub dove però la maggior parte delle persone ascolta distratta in compagnia di una bionda. Peccato perché la qualità c’è – controllo delle sonorità, delicatezza, melodia – ma è soffocata da impasti e sovrastrutture che la annullano, o quasi.

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Guarda il video di Dreams Come True Girl (feat. Karen Black)

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