I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 13/5/2009

rihanna_rental_pics1Eccoci a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Questa settimana la città era invasa dagli ultrapioppi e nonostante il supporto della valorosa stagista Fagotta, Enzo aveva la voce filtrata peggio che un nastro della Fuckittapes. Per fortuna abbiamo ritrovato il collegamento con La Donna Di Prestigio (interrotta mentre si stava pettinando i capelli afro) e abbiamo dato il via a una nuova rubrica: “Alcolismo & Moquette”, che in qualche modo ci porterà dentro le dimore delle peggio popstar. Per “Londonwatch” Valido ci ha fatto un rapido report dal Camden Crawl e ci ha tirato fuori qualche nome da tenere d’occhio: Flashguns, Joy Formidable e James Yuill. Poi però, stanco di troppi ragazzini, ha voluto ascoltarsi i Fall. Ecco la scaletta di quanto andato in onda:

Hatcham Social – Sidewalk
Parker Lewis – Libre
Love Is All – Någonting Måste Göras
Julie’s Haircut – The Devil in Kate Moss
[in collegamento da Roma La Donna di Prestigio per la nuova rubrica "Alcolismo & Moquette"]
The Bird And The Bee – Don’t Stop the Music (Rihanna cover)
[in collegamento da Londra, Matteo "Valido" Zuffolini per la rubrica "Londonwatch"]
The Fall – 50 Year Old Man
Jason Lytle – It’s the Weekend

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

The Pains Of Being Pure At Heart: Covers & Mash-up

Nur Al Habash | 12/5/2009

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La conferma inequivocabile che questi quattro ragazzi di Brooklyn siano riusciti a far piacere le loro chitarrine jangly anche ai non-possessori-di-cardigan e frangia è che cominciano già a spuntare i primi mash-up e le prime cover, e anche con ottimi risultati.
Su The Hood Internet potete trovare un mash-up tra i Pains Of Being Pure At Heart e il rapper Asher Roth, dal pruriginoso titolo I Love Friction, mentre su Indie MP3 c’è una deliziosa cover di This Love Is Fucking Right eseguita dai francesi Bilinda Butchers, che riportano tutto su delle coordinate squisitamente Sarah Rec, com’è giusto che sia.

E infine, per chi volesse avere un’idea di come sarà vederli dal vivo il 1 Giugno al Magnolia, su Baeble Music ci sono le registrazioni di un loro intero concerto a Brooklyn. Enjoy!

Dissonanze 09: seconda serata (Palazzo dei Congressi, Roma, 9/5/2009)

Daniele Giovannini | 12/5/2009

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Seconda serata di Dissonanze: altra notte, altri ritardi. Ma benvenuti, spostando casualmente avanti e indietro set e dj set; sottraendoci quindi parte della responsabilità della scelta e risparmiandoci almeno in teoria molti mal di testa. Mal di testa che invece la nausea volgarotta suscitata da Radioclit feat. Afrikan Boy & Mo Laudi, sul tetto, ha allegramente evocato e tirato a lucido. Sotto una luna questa volta appannata e africana si sono susseguiti sul piatto Fever Ray e reggaeton quanto più abusato ed esaltante, in un contesto da animazione di villaggio turistico. Orrido e meraviglioso.
Giù nell’aula magna Bat for Lashes è salita sul palco a piedi nudi e con un completo-tutina a righe, op-art, e la disinvoltura di una Björk prima della maturità e timbri rétro e una voce, che da sussurrata e sensuale, saltava di due ottave nei ritornelli e inchiodava alla poltrona. Il suono pienissimo e cromaticamente calibrato non con i pantoni ma con le tinte di un negozio di abiti di seconda mano, il pubblico numeroso e applaudente, il merito della grandiosa batterista e del suo passare dal timpano ai drum pad e dai drum pad al timpano. Natasha Khan vincitrice morale della metà non danzereccia di questo Dissonanze, con o senza i meriti dell’ambiguo Two Suns. A seguire, quasi sottotono per contrasto, l’enfant prodige inglese Micachu e i suoi Shapes — due amici non più vecchi di lei. Mica Levi è un ragazzino scappato di casa, una Rachel Maddow pre-tailleur, affogata in una magliettona bianca, con un accento impastato non troppo britannico. E più che il pop d’Albione, infatti, abbiamo avuto avanti dei Moldy Peaches ubriachi di rumore e noia autostradale. Si è finiti per uscirne contenti e storditi, volendole un bene curioso. Come a quegli amici delle medie che ti passavano le cassette sciolte dal calore di una Golf dell’84, e tu le ascoltavi e scoprivi solo mesi più tardi che in realtà i Beach Boys no, non suonavano in modo così sgangherato. — Continua a leggere

Introducing Andrew Bird

Giorgio Busi-Rizzi | 11/5/2009

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Signore e signori, vogliate dare un caloroso benvenuto ad Andrew Bird: violinista, polistrumentista, whistler professionista, insomma l’Alessandro Alessandroni di Chicago, Illinois. O, ehm, giù di lì. Il fatto che il concerto milanese del 18 maggio (esclusiva italiana per i Vitaminic Days) sia stato spostato al Musicdrome per la quantità di richieste dovrebbe convincervi che si tratta di un grande evento.
E non diciamo per dire: Andrew Bird è un interprete dotatissimo e un autore preparato tecnicamente e capace di reinventarsi continuamente. Non è un caso che, pur restando nel macrocosmo dell’indie, sia passato nei suoi ultimi tre album da un pop orchestrale ad un indie tout court (alla Wilco) ad un indie-folk-pop elegante ed orecchiabilissimo (nell’ultimo disco – per tacere dell’edizione deluxe con un secondo cd di canzoni strumentali, deliziosamente elaborate, registrate con Glenn Kotche dei Wilco ed il fido Martin Dosh). Dell’album avevamo parlato (molto bene) qui. Se invece voleste farvi un’idea del modus operandi di Bird o dell’evoluzione dei suoi gusti, potreste dare un’occhiata alla progressione di interviste rilasciate ad A.V.Club: periodo Incredibile Production Of Eggs, periodo Armchair Apocrypha, e la più recente, successiva all’ultimo, eccellente, Noble Beast . Per inciso, i tre album sono una delle cose più pregevoli prodotte negli ultimi anni, il genere di musica che conquista subito ma regge a distanza di mesi ogni volta come al primo ascolto (cioè la musica fatta bene).

Però preferiremmo davvero darvi un saggio delle sue capacità, piuttosto che parlarvene solo; la rete per fortuna è dalla nostra parte, in quanto Bird ha dei fan appassionati che hanno accumulato tanto ottimo materiale su di lui. Materiale di cui ci pregiamo di suggerirvi questa selezione (fruttata, aromatica, dal colore trasparente e qualsiasi altra cosa vi convinca a sentirlo dal vivo – è per il vostro bene), così composta:

— Continua a leggere

Dissonanze 09: prima serata (Palazzo dei Congressi, Roma, 8/5/2009)

Daniele Giovannini | 11/5/2009

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Come intorno al Vaticano c’è una linea di confine impercettibile, così intorno al Palazzo dei Congressi in occasione di Dissonanze sembra se ne innalzi una. La nona edizione di Dissonanze appariva tanto eterogenea, sulla carta almeno ma non soltanto, che un campo di forza calato sopra al Palazzo dei Congressi avrebbe avuto due scopi, fondamentali entrambi. Avrebbe prima di tutto contenuto la quantità e la diversità di proposte, anche se per la natura stessa del festival tutte provenienti dal ribollente brodo della musica elettronica, dei lati B e delle radici altre; quindi avrebbe permesso di isolare uno dei rarissimi e coraggiosi eventi di respiro europeo dal resto dell’Italia becera e assopita. Evento ancora più coraggioso essendo tenuto nell’ex-capitale dell’impero, ora divenutane per flussi e riflussi storici provincia estrema. Tutto questo peraltro senza esterofilia, ma fregandosene comunque con disinvoltura della political correctness del fare spazio a tutti i costi a una qualche presunta scena italiana.
Chi non frequenta le parti del punk rauco e musicalmente sgrammaticato, di notte va a vedere le luci del palazzo dell’Inail. La luna piena e i modesti grattacieli dell’Eur circondavano la terrazza su cui si esibiva Gaslamp Killer, nella notte giovane, mentre nel Palazzo passeggiavano ancora solo drappelli di uomini della sicurezza. Dalla West Coast, amico di Daddy Kev e Flying Lotus e tutti gli altri DJ e viaggiatori losangelini, è andato senza violenza da hip-hop sporco al rap del sud, passando per l’India e tornando allo psy-hop. Intanto al piano di sotto come di consueto gli orari si sgretolavano, slittando in avanti di mezz’ore, con buona pace degli uffici di promozione e dei programmi già andati in stampa. Il piazzale era stato colonizzato da un autobus sponsorizzato su cui qualcuno metteva musica pigra. — Continua a leggere

Goblin Cock: Come With Me If You Want To Live (Robcore/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 11/5/2009

gccwmUn bel viaggio a metà tra indierock e stoner per il secondo episodio della saga Goblin Cock, il gruppo della domenica di Rob Crow (quello dei Pinback, uno per cui ogni giorno è domenica). I binari: disco di rock indipendente come l’avrebbero fatto alla fine degli anni ottanta, più o meno influenzato da quello che girava e più o meno parodistico nel definire se stesso nel tono e negli accenti (che poi la musica di cui è parodia è già una forma di parodia di suo, etc). Il risultato finale è che Rob Crow è Rob Crow e i dischi di Rob Crow tendono ad essere buoni, anche quando si fa chiamare Lord Phallus. Come To Me If You Want To Live non fa eccezione.

Visita il Myspace di Goblin Cock
Leggi la presentazione nel blog di Goodfellas Promo

Rone: Spanish Breakfast (InFiné/Self)

Daniele Giovannini | 8/5/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/05/spanishbreakfast-250x250.jpgUna colazione spagnola deve avere qualcosa di diverso da una inglese, tedesca o italiana, altrimenti non risveglierebbe la curiosità dell’assonnato viaggiatore digiuno di aggettivi e nazionalità. Se le differenze con un’anonima colazione continentale si riducono o meno a torrijas e churros, occorre chiederlo a Rone. Professionista delle colonne sonore e della musica d’ambiente, Rone è l’identità segreta che il sound designer francese Erwan Castex adotta nei suoi viaggi attraverso i regni della techno onirica. Il suo debutto, per la sempre interessante label InFiné, si propone proprio come Spanish Breakfast. È minimale, inizialmente leggero, colorato, con un retrogusto di miele. Si muove con gli occhi socchiusi e un frusciare di lenzuola dalla stanza da letto al caffè, in un temporale estivo di rumorismo e loop rilassanti. La delicatezza di xilofono e ritmi sintetici di Belleville è il mattino parigino, solo per tornare poi a letto (Interlude in the Bed), ed alzarsi quindi solo per pranzo nella bruma oltremanica delle più fosche ma goffe Poisson Pilote e, già di ritorno in terra francese, Bora Vocal. È un percorso culinario, in effetti, la ricerca di una pace attraverso un’elettronica in più portate, pulsante e stordita. Sognante eppure con lo scendere della sera pieno di essenziale disillusione, Spanish Breakfast è il ritratto di una Parigi ipotetica nei toni con cui si è soliti cantare Berlino. Verrebbe voglia di passare la giornata seduti in un parco cittadino, se non fosse che nella Parigi di Rone i parchi sono di plastica, il Louvre abitato dai fantasmi di Pac-Man e la Senna di un arancione brillante.

Visita il sito di InFiné

Guarda il video di Spanish Breakfast.

Sam Paglia: Electric Happiness (Dejavu/Audioglobe)

Enrico Amendola | 8/5/2009

l_4685bd223e99442db6c7c1eb308cccfbLa definizione di lounge music mi mette in difficoltà. L’ho sempre ssociata a certe soluzioni sintetiche e piuttosto fiacche che si ascoltavano nelle compilation di Buddha Bar o nei locali fighetti in cui qualche volta (e solo per sbaglio) sono capitato. Ultimamente la trovo accostata alla parola pop e, come nel caso di Sam Paglia, al genere soul-funk. Al di là di ogni digressione sui generi musicali, Electric Happiness è lo specchio dell’eclettismo musicale del suo autore, già compositore, disegnatore, cantante e scrittore. La scaletta si muove tra felici intuizioni soul, momenti di rock cantautorale, bossanova e jazz alcoolico, disegnando una festa di suoni e melodie che indugia raramente in momenti di vera malinconia. La fantasia al potere unita ad una buona padronanza del mezzo, restituisce un disco molto piacevole per gli amanti del genere. Il booklet, con la descrizione a firma dell’autore stesso di ogni brano in scaletta, aiuta ad entrare in connessione con l’inusuale immaginario che permea le composizioni del disco. Un piccolo valore aggiunto di una produzione piuttosto originale. In definitiva, di lounge e di noia qui non se ne vede nemmeno l’ombra lontana. Il mistero del suo vero significato, almeno per il sottoscritto, resterà ancora un mistero.

Visita il myspace di Sam Paglia

Intervista a Wavves

Il tuo album Wavvves è uscito per Fat Possum, che è (o meglio, era) un’etichetta specializzata sul revival roots blues del Mississippi: settantenni di colore senza denti con una chitarra in braccio. Che c’entri tu con loro e con Matt Johnson? Lo conosci personalmente?
Si, l’ho conosciuto personalmente attraverso questo mio progetto; mi hanno avvicinato proponendomi di fare delle cose insieme, poi siamo usciti e ci siamo rovinati un paio di volte, e adesso siamo qui.

Com’è successo che Wavves sia diventato la next big thing della musica pop americana?
Il fatto che qualcuno lo dica su internet non vuol dire che sia vero.

Una delle migliori cose dei tuoi dischi sono le copertine. Sembrano lavori à la Glen Friedman, ma con una dimensione più pop. Perché il ragazzino sullo skate? Ci sarà lo stesso tema anche per le prossime copertine?
Era semplicemente qualcosa che ci stava bene, con l’estetica, i titoli e tutto il resto. E’ venuto tutto insieme e basta. Non sarà lo stesso per i prossimi dischi.

Non ho recensito Wavves (sono troppo pigro), ma se l’avessi fatto, avrei detto qualcosa tipo “Wavvves è il disco-simbolo di tutta la scena shitgaze, suonato per chi non ha idea di cosa significhi shitgaze”.
La scena Shitgaze, assieme ai No Age, sono i nomi a cui la stampa ti affianca più spesso. Cosa ne pensi?

Non lo so. Non ho opinioni, a meno che non si parli di Seinfeld o di Tiger Woods PGA tour 09.

Com’è cambiato il tuo pubblico dopo il successo del secondo album?
C’è più folla. La gente canta.

Si dice che il tuo show al SXSW sia stato uno dei più entusiasmanti e sorprendenti, e si sa, il SXSW oramai è il posto per eccellenza della musica indie. E’ stata una cosa speciale per te oppure era uno show come un altro? Quale delle altre band che partecipavano ti è piaciuta di più?
Non so a quale show tu ti stia riferendo.. abbiamo fatto 13 concerti diversi al SXSW quindi sono contento che almeno uno sia venuto bene, perché ce ne sono stati 6 o 7 di cui non mi ricordo niente e sono abbastanza sicuro che facessero schifo.

So Bored è diventato un inno, e in qualche modo è anche arrivato nei dancefloors di tutto il mondo. La scorsa settimana mi è capitato di sentirlo ad un club; alcuni non lo capivano, perché è troppo rumoroso, ma altri erano totalmente presi! Non mi pare però che sia un pezzo scritto per essere ballato o per essere passato nelle college radio. Mi sbaglio?
L’ho scritto perché mi piaceva come suonava, poi può significare qualsiasi cosa per chiunque. E’ diverso per ogni persona, credo.

Hai mai sentito parlare di un ragazzo italiano che si fa chiamare Banjo Or Freakout?
Si, si, penso che abbiamo suonato assieme una volta, forse proprio al SXSW. Era lo showcase di Gorilla Vs Bear. Comunque sia me lo son perso.

Se non vado errato, Wavves è una sorta di one man band che si sdoppia per i live. I dischi sono tutti registrati a casa. Sarà per sempre così oppure hai progetti diversi per il futuro?
Credo che sarà così per sempre. Non sono contrario a registrare con altra gente, però sono una persona troppo arrogante e prepotente per lavorarci insieme. Ho un’idea precisa di come voglio che la mia musica suoni e sono troppo stupido per provare a spiegarlo alle persone, quindi nella maggior parte dei casi è più semplice che faccia tutto da solo.

Dimmi qualche buon disco che stai ascoltando al momento
Ho ascoltato un sacco i The Crystal. C’è questa canzone che si chiama He Hit Me (It Felt Like A Kiss) e parla di una ragazza che tradisce il suo uomo, lui la picchia e a lei piace. E’ una cosa abbastanza malata ma è fighissima e poi la canzone gliel’ha scritta Carole King. Strano, vero?

Traduzione di Nur Al Habash

Juliette Commagère: Queens Die Proudly (Aeronaut/Goodfellas)

Enrico Amendola | 7/5/2009

juliette-commagereDue sono gli appunti che si possono fare a Juliette Commagère e al suo Queens Die Proudly: innanzitutto la lunghezza eccessiva dell’album e poi il “ciondolare” tra atmosfere molto piacevoli che non riescono mai a concretizzare un vero colpo di classe. Due peccati poco più che veniali, ma che uniti insieme ci restituiscono un buon disco ed un’artisa con potenzialità sicuramente superiori al risultato ottenuto. Si naviga nelle sicure acque di un pop elegante dagli arrangiamenti raffinati, a braccetto con ricche trame sintetiche unite a momenti di classicismo cantautorale in talvolta si perde la misura, inciampando in qualche stucchevole barocchismo. Nei crediti figura anche la chitarra di Ry Cooder, precisamente nella seconda traccia Overcome, ma non ce ne saremmo mai accorti se non avessimo avuto a portata di mano il booklet. Il fatto di non scivolare nel facile clichè del folk-intimista, che sta assicurandosi una fetta sempre più considerevole del cantautorato femminile in territori indiepop, è sicuramente una buona notizia. Come accennato in precedenza, siamo al cospetto di un buon disco sporcato da qualche difetto, ma soprattutto di un’artista dalla scrittura già ora piuttosto originale, che necessita di un lavoro di smussamento e di maturazione per rendere al massimo delle proprie potenzialità.

Visita il myspace di Juliette Commagère

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