Intervista ai Pains Of Being Pure At Heart
All’inizio era solo il solito entusiasmo tra i blog degli indiekids, adesso però il chiacchericcio attorno a voi è enorme, e recentemente siete anche apparsi in tv al Last Call di Carson Daly. Credo che questo significhi che la vostra musica sia davvero valida e che vada al di là dei generi e delle classificazioni.. che ne pensate?
Peggy: In realtà non ho mai sperato che la nostra musica piacesse a più di una manciata di persone, quindi per come le cose si stanno mettendo ora, è davvero sorprendente. Non credo che questo significhi però che siamo più validi di altre band, sai? In un certo senso è quasi ingiusto che ci siano gruppi che hanno fatto dischi magnifici che ho ascoltato a ripetizione che non hanno avuto la possibilità di fare un sacco delle cose che stiamo facendo noi ora. Quindi mi sento solo molto fortunata.
Kip: Son d’accordo con Peggy. Non avremmo mai pensato che ci fosse gente che apprezzasse la nostra musica al di fuori dal giro dei nostri amici e degli altri fissati con certi dischi, come noi. Però è fighissimo.
I giornalisti di solito cercano di definire la vostra musica in molti modi. Visto che immagino sia abbastanza fastidioso, facciamo un giochino: provate a definirla senza usare le parole pop, C86, twee, shoegaze
P: Qualcuno ci ha definito “musica per adolescenti che non scappano di casa” e mi piace, come definizione. Provai a scappare di casa, una volta, ma avevo 8 anni e non son andata più lontana del cortile di casa mia. Non so se conti.
K: Quando ero al liceo, il mio migliore amico scappò di casa e venne a rifugiarsi a casa mia. Mia madre è molto carina e passò sopra al fatto che era lui fissato coi vampiri.
Pensate che stiamo andando incontro a una sorta di revival indiepop all’interno di circuiti più mainstream?
P: No, prima di tutto perché l’indiepop non è mai stato qualcosa alla moda. Molti, nei circuiti mainstream, ci paragonano ad altre band che fecero un percorso simile come gli Smiths o i My Bloody Valentine, ma non è davvero così, non cambia nulla: se domani vado in un negozio di dischi non è che trovi all’improvviso 7” dei Rosebuds o dei Flatmates. Penso piuttosto che un certo tipo di pop più rumoroso stia diventando sempre più accettato dal grande pubblico.
K: Si, penso che un sacco di gente a cui piace la nostra musica non abbia idea delle nostre influenze. Da una parte va bene così, dall’altra speriamo che sempre più gente possa scoprire band come i Rocketship e gli Aislers Set.
Abbiamo letto in giro che Alex e Peggy lavorano ad eMusic e Buzzfeed (che è una sorta di aggregatore dei tormentoni del web), e poi tutti voi usate abitualmente social networks. Pensate che la vostra esperienza con internet abbia in qualche modo giovato alla popolarità della band?
P: No, non credo che nessuno di quelli che leggono Buzzfeed sapesse che suonavo in una band finché il mio capo non scrisse un post su di noi dopo che uscì il nostro album. Però sicuramente internet ha fatto sì che la nostra musica fosse molto più accessibile, e questo ha indubbiamente aiutato.
Recentemente siete stati in tour in Inghilterra con i Wedding Present; immagino sia stato come un sogno di sempre che si è realizzato..
K: Di certo abbiamo imparato molto da quell’esperienza, e toccare con mano la dedizione dei loro fans che li seguono da oltre 20 anni è stato commovente. Non so quante delle band di adesso avranno tra vent’anni gente che è cresciuta con loro e che porta i propri figli ai concerti.. E’ stata un’iniezione di vitalità assistere a tutto ciò.
Che rapporti avete con la scena indiepop inglese?
K: Dobbiamo veramente un “grazie” gigantesco ai nostri fantastici amici e fans inglesi che ci invitano ogni volta a suonare lì da loro, che ci ospitano a casa o che semplicemente vengono ai nostri concerti; apprezziamo tantissimo tutto questo supporto ogni volta che ci troviamo a suonare in Uk. Molto tempo prima che fossimo conosciuti in America lì c’erano già dei ragazzi che sapevano a memoria i nostri pezzi e si scatenavano ai concerti, ed è una sensazione che non dimenticherò mai.
P: A dire il vero, a me piacciono anche un SACCO di band scozzesi.
Nelle prossime settimane suonerete in tutta Europa: al più grande festival spagnolo, il Primavera Sound, su un battello a Parigi, sulla spiaggia in Italia.. cosa vi aspettate? Pensate che i differenti palchi e pubblico davanti ai quali suonerete influenzeranno la vostra performance?
P: Sono letteralmente elettrizzata al pensiero delle prossime date, non aspetto altro! Sul serio! Non sono mai stata in tutti questi posti, suoneremo con degli amici in delle location esotiche, ed è tutto così divertente e surreale. Fino ad ora abbiamo quasi sempre suonato in club piuttosto piccoli e davanti gente che è lì per vedere solo noi. Penso che il Primavera sia un palco che metta un po’ di soggezione, perché ti senti come in dovere di lasciare un segno a gente che non ha mai ascoltato la tua musica e non è lì necessariamente per vedere il tuo show. Spero che ce la caveremo, non abbiamo mai suonato su palchi così grandi.
Il vostro primo concerto fu in occasione del compleanno di Peggy. Immaginiamo un ipotetico vostro ultimo concerto tra cinquant’anni. Cosa festeggereste?
P: Forse il mio 79esimo compleanno? Sarei abbastanza anziana, ma se ce la facessimo a suonare, festeggerei il fatto che mi ricordi ancora le mie parti alle tastiere. Me le ricordo appena già ora!
K: Si, e poi una cosa, chiunque in quella casa di riposo assomigli a Jim Reid (cantante dei Jesus and Mary Chain, NdR) farebbe meglio a guardarsi le spalle…
Vi sentite davvero dei “puri di cuore”?
P: Probabilmente è una cosa soggettiva, ma penso che ci sia una dinamica speciale tra noi quattro, il fatto di essere in questa band dà un valore aggiungo alle nostre vite. Siamo semplicemente una band che suona canzoni pop, ma penso che sia proprio questo nostro spirito a far sì che molta gente si affezioni a noi.
K: I miei compagni della band sono i miei migliori amici: non penso ci sia nulla di più figo al mondo che andarsene in giro e suonare insieme. E’ divertimento puro.



