Prefuse 73: Everything She Touched Turned Ampexian (Warp/Self)

Daniele Giovannini | 14/4/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/everythingshetouched-250x250.jpgPrefuse 73 è ormai un producer navigato, dalle radici mobili quanto i suoi pseudonimi, le sue ispirazioni e le sue destinazioni aeroportuali (Atlanta, New York, Barcellona, quindi Hefty, Schematic, Warp). Esce in questi giorni Everything She Touched Turned Ampexian, definitiva svolta verso un’elettronica torpida, componibile, macchiata di pop e colore. Preparations, il suo meno che degno predecessore, peccava di incompletezza e scarso coraggio. Non si può avvicinare la fusion, intrappolarla in un alambicco alchemico perché si purifichi e schiarisca, quindi interrompere a metà la distillazione. Altrimenti non è più fusion, non è più niente. Il Prefuse 73 del quinto album torna invece a essere un brillante esemplare nello zoo di eccentrici di casa Warp. Quando mode e tendenze raggiungono finalmente il gusto medio di certi fuoriclasse, personaggi come Scott Herren escono lentamente dal sentiero battuto. Everything She Touched suona come il frutto di un processo di distruzione e ri-creazione. Scomparsi ormai del tutto gli MC e l’esoterismo urbano, vengono sostituiti con nonchalance da tracce di melodie esotiche, da un’inerzia estiva, solare, e da un cut-up meno frenetico — ma comunque adatto a questi tempi di scarsa attenzione e infinite distrazioni. Se l’attacco è quello di un jukebox rotto che mescola surf rock e J Dilla, l’evoluzione nel corso delle 29 (ventinove) tracce, per neanche 49 minuti di musica, è verso l’innegabile psichedelia amorfa di quegli interludi dei Boards of Canada che non superano mai il minuto. Se ne esce con un umore non ben definito ma certamente distorto, come dopo essere rimasti sotto il sole troppo a lungo. Evoluzione dell’hip-hop astratto del primo Four Tet e dei cLOUDDEAD, è il suono evocativo della lieta rassegnazione di Prefuse 73 verso i propri disturbi ossessivo-compulsivi.

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Soap&Skin: Lovetune For Vacuum (Pias/Self)

Chiara Leandri | 14/4/2009

41ob7ak5-tl__ss500_Prendi un giorno in cui faresti mille cose. Prendi il momento in cui hai un sacco di fantasia. Anja Plaschg, austriaca, scivola come sapone sulla pelle. Leggera ed eterea, dolce e insinuante, morbosa e fluttuante. La vedi su una webzine straniera che si esibisce alla tastiera, quel suono fatto di tasti ed elettricità: sussurra dolce e poi grida e poi ti strazia; e tu ti chiedi se capirai mai il suo essere così facile e inebriante allo stesso tempo. Suona il pianoforte con la stessa energia di Regina Spektor, ma è più oscura. È una Cat Power meno spigolosa. Sa fare voli pindarici e sognanti come le Amiina, ma non sale mai troppo alle nuvole. E’ industriale e spietata in DDMMYYYY, con le sue elettroniche asimmetriche e cupe. Piacerebbe ai fans degli Evanescence, ma volentieri darebbe loro la merda. Non mi piace fare considerazioni anagrafiche, ma leggere che Anja ha solo 19 anni abbina molti interrogativi su cosa significhi essere geni al giorno d’oggi. Se penso che in terra teutonica “pianoforte goth” vuol dire LaFee, mi stupisco che esista ancora chi sa trovare molto, molto di più da trasformare in note. Prendo una frase a caso: “So viel Pathos muss sein”, così tanto pathos è indispensabile. Mi piace travalicare i generi e chi è ancora capace di stupire. Chi non è classificabile.

10 maggio – Teatro Comunale – Ferrara
12 maggio – Casa 139 – Milano

Scarica l’mp3 di The Sun (outtake del disco di S&S)
oppure ascoltalo qui di seguito


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Leggi lo speciale di Intro.de a lei dedicato (in lingua originale)

Oppure leggi la nostra traduzione:

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Bob Mould: Life and Times (Anti/Self)

Francesco Farabegoli | 14/4/2009

bmlatParte Life and Times, canzone, e per un solo momento ti esplode in mano una bomba di… non so, non sono ricordi. Non è un pezzo degli Husker Du. Però il testo è scritto dalla stessa penna di Warehouse. E poi Life and Times, disco, diventa incredibilmente simile a quello che i dischi di Bob Mould sono sempre stati, cioè, ehm, dischi di Bob Mould. Rock americano estremamente mainstream, estremamente maturo, estremamente a fuoco ed estremamente non affare di chiunque in mezzo ad un mare di reunion prive di senso ne vorrebbe una, una sola, sensatissima. E ormai lo sappiamo come funziona quando arriva un disco nuovo di Bob: stroncature impietose e sarcastiche ben oltre i limiti delle canzoni, con una miriade di fan silenziosi che inveiscono all’incapacità dei critici di mettere le cose in prospettiva e perdonano a Bob un altro disco non-nostalgico e tutt’altro che perfetto, riponendo le loro segrete speranze nell’album successivo. Lontanissimo dalle due controparti se ne sta un Bob finalmente pacificato, fieramente americano nel suo scrivere e suonare pezzi, deciso ad emozionare se stesso prima che altri e ancora in grado di staccare qualche buona pennata, strenuo coltivatore dell’orto di cui raccoglie i frutti lontano dagli sguardi assassini di chi rimpiange passati prossimi e remoti. E cristo santo, avercene. Chi non è in grado di capire non è nemmeno in grado di avere rispetto, ed è perdonato ex-ante.

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Guarda su Youtube Bob eseguire il primo singolo (live&semiacustico)

Front Row: Dente @ Locomotiv Club, Bologna – 27.3.2009

Elena Morelli | 9/4/2009

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Francesco Locane | 8/4/2009

locandina_mostri-contro-alieniAmiche e amici di Vitaminic, benvenuti ancora una volta a Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali che va in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna.

Non uno, non due, ma ben tre film in scaletta. Il primo è Mostri contro Alieni, ultimo film della Dreamworks, firmato questa volta da Rob Letterman e Conrad Vernon. Sicuramente avrete sentito parlare di questo film, non tanto per la trama o per gli attori famosi che prestano la loro voce per la versione originale, ma per il fatto che è girato in tre dimensioni. Un 3d bello e emozionante, che rende la spesa del biglietto (più alta del solito, occhio!) un buon investimento. Parlando di questo film non ci siamo lasciati sfuggire un’esibizione di pretese culturali con un sunto storico delle evoluzioni tecnologiche nel cinema. Eh, so’ cose.

Il trailer che vi abbiamo inoculato nelle orecchie è quello di Sbirri. Raoul Bova produce un film a metà tra il documentario e la real tv. Mah, staremo a vedere (forse). Non potevamo, poi, non parlare del film che hanno coperto tutte le testate del mondo nelle ultime due settimane: Gli amici del bar Margherita, di Pupi Avati. Il film non è riuscito, c’è poco da fare, caro Pupi (sappiamo che sei un accanito lettore di Vitaminic). Troppi personaggi, troppo esposto l’autobiografismo. Non ci siamo.

E infine, la vera monnezza della puntata: Louise-Michel, di Gustave de Kervern e Benoît Delépine. La storia è attuale, sebbene in maniera involontaria. Louise, operaia di una fabbrica appena chiusa in Piccardia, ingaggia Michel per uccidere il padrone responsabile del licenziamento delle lavoratrici. Di qui una serie di gag (?) e situazioni che vorrebbero essere comiche e grottesche insieme, ma che strappano (tutte) mezza risata in un’ora e mezzo di film. Insomma, lasciate perdere. Menzione di disonore anche al cortometraggio che precede il film, Stella, di Gabriele Salvatores, che potete vedere qui.

Siamo cattivi, eh? Mandateci pure dello spam a secondavisione@hotmail.com, vi risponderemo comunque! Martedì prossimo non ci siamo, perché il giorno prima è Pasquetta, mica vogliamo passarlo chiusi al cinema. A martedì 21, quindi!

Fitness Forever: Personal Train (Pippola Music/Audioglobe)

Amos Martino | 8/4/2009

È da Napoli che arriva uno dei gruppi migliori di quest’anno solare: i Fitness Forever. Pubblicati da Pippola Music in collaborazione con la prestigiosa Elefant Records (che li distribuisce nel mondo), i FF richiamano il passato dei favolosi anni ’60 ricolorandolo con le matite dell’indiepop europeo (La Casa Azul).
La semplicità delle immagini – tutte riferibili all’estate, alla spensieratezza e ai costumi interi a righe – è riflessa dalla musica: limpida, solare, immediata. La genialità del quartetto napoletano (come dicono loro stessi “un quartetto a fisarmonica” in quanto spesso si trovano a suonare in dieci) sta anche nella capacità di recuperare lo stile degli arrangiamenti di scuola italiana (Trovajoli, De Angelis, Reverberi) ed internazionale (Bacharach, a cui è anche dedicato un brano) con la leggerezza sfrontata di un gruppo pop che si diverte e – soprattutto – fa divertire.
L’Italia che c’era e non c’è più rivive con sorridente e delicata nostalgia (su tutte Albertone) mescolandosi a suoni da discoteca in spiaggia (Se Come Te, D’Estate) facendo crescere l’attesa della stagione, con il desiderio di giocare ai vitelloni tra un cornetto e un’aranciata. Applausi anche per le foto di Anna Di Prospero, quadretti retrò che completano la galleria di questo Personal Train, splendido esordio dei Fitness Forever.

Visita il Myspace dei Fitness Forever

Julie Doiron: I Can Wonder What You Did With Your Day (Jagjaguwar/Goodfellas)

Nur Al Habash | 8/4/2009

i-can-wonderSentire la Doiron canticchiare sto vivendo una vita da sogno, con persone meravigliose tutte attorno, fa un certo effetto. Soprattutto se si ricorda anche solo una canzone dai precedenti nove album in cui la ex Eric’s Trip indugiava sugli aspetti più dolorosi dei suoi demoni interiori. Adesso invece è tutto passato, la life of dreams in apertura di disco sembra essere un traguardo così importante nella vita della cantante canadese che influenza tutte le dodici tracce che si trasformano magicamente in una gioiosa lista della spesa con le piccole cose che rendono una vita adorabile: gli amanti, il tornare a casa, le lampade, la neve che scende giù forte. Quasi da diabete, c’è da ammetterlo, ma l’andamento folk e minimale à la Kimya Dawson non sbaglia (quasi) mai, mettendo a segno alcune delle tracce più riuscite del disco, lasciando solo spazio per composizioni più ruvide e quasi rock che sanno di K Records e anni novanta, a cui vanno aggiunti ritornelli indiepop vecchio stile che ti trapanano la testa. Un mix di certo non inedito, ma incredibilmente ben fatto.

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I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 8/4/2009

heike_has_the_gigglesEccoci a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Nonostante l’ingiustificata e gravissima assenza della stagista, la settimana scorsa abbaimo comunque messo assieme una serata coi fiocchi: sono venuti a trovarci in studio gli Heike Has The Giggles, che dopo una lunga chiacchierata ci hanno regalato anche un paio di brani dal vivo, poi siamo stati molto felici di regalare un biglietto per il concerto degli Speedmarket Avenue a Bologna (venerdì 10 al Locomotiv Club), ed è tornato ai microfoni pure Lucio, il nostro fotografo ufficiale.
Questa la playlist della trasmissione:

Fanfarlo – Ghost
Speedmarket Avenue – Enlightened & Left-Wing Indeed
Pocketbooks – Cross the Line
Cats On Fire – Tears In Your Cup
The Strange Boys – Heard You Wanna Beat Me Up
Airborne Toxic Event – Gasoline
Holmes – Storm
Butcher Boy – A Better Ghost
[intervista agli Heike Has The Giggles]
Heike Has The Giggles – 16th of June [live in studio]
Heike Has The Giggles – Two Sisters [live in studio]
Gazebo Penguins – Wallabees

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Bat For Lashes: Two Suns (Astralwerks/Parlophone)

Simone Varriale | 6/4/2009

sfw-bat-for-lashes-two-sunsC’è già chi teme che Natasha Khan possa diventare troppo facile o visibile. Personalmente invece fatico a concepire Bat For Lashes come un progetto indie. E trovo impossibile apprezzarla senza la visualità eccessiva, le suggestioni gotiche (tra Donnie Darko e David Lynch) e l’ambiguo immaginario femminile (reso emblematico in Siren Song). Ma c’è di più: Bat For Lashes si candida a diventare la faccia crepuscolare di Lily Allen. Un’incarnazione di quella paura che la Allen nasconde sotto l’ironia e la sfacciataggine. Perché si, Natasha Khan è un icona Pop. E diciamolo, la Bjork di Medúlla avrebbe fatto carte false per una canzone come Two Planets. Two Suns replica il miracolo del disco d’esordio coniugando sperimentazione e seduzione. Prendete il singolo Daniel: il ritornello ricorda quello di Breathing di Kate Bush, ma senza neanche l’ombra dei suoi barocchismi, con l’orecchio teso al lato scuro (e più seducente) dei Depeche Mode. La produzione poi rifugge ogni estetica del piccolo (cioè indie), esaltando il ritmo delle canzoni in una dialettica tra sonorità folk (Peace Of Mind) e nostalgia per gli anni ‘80 (Pearl’s Dream). Potrei descrivere ogni singola canzone, ma Two Suns è un disco efficace perché rifugge la dissezione critica. E’ questo l’effetto del miglior pop, sembrare naturale e non costruito; oltre che sedurre.

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Fanfarlo: Reservoir (autoprodotto)

Enzo Baruffaldi | 6/4/2009

fanfarloLe vie dell’hype sono misteriose e imprevedibili. Pur essendo coccolata dalla critica d’Oltremanica da almeno un paio d’anni, pur potendo annoverare David Bowie tra i propri ammiratori, pur avendo partecipato già a due edizioni del festiva SXSW e avendo appena fatto da spalla agli Snow Patrol per uno di quelli che gli inglesi chiamano “arena tour” in Gran Bretagna, la band londinese dei Fanfarlo è ancora senza contratto e debutta con un album autoprodotto. Miopia dell’industria discografica? Colpa della recessione? Lasciamo questi interrogativi a chi di dovere e occupiamoci della musica. Perché Reservoir è senza ombra di dubbio un disco che non passa inosservato, e che anzi trova un posto di sicuro rilievo tra le uscite di quest’anno. Pop sontuoso che suona come un largo abbraccio sin dalle prime battute dell’apertura I’m a Pilot. Le analogie evidenti con suoni alla Arcade Fire (Harold T. Wilkins) si irradiano in altre direzioni: Luna e la trascinante Ghost richiamano alla mente gli Okkervil River, Fire Escape addirittura i Grandaddy, mentre Drowning Men potrebbe essere uscita dalla penna dei National. Non a caso, per le registrazioni del disco i Fanfarlo si sono affidati Peter Katis, che proprio con i National (e con gli Interpol) aveva già lavorato. Arrangiamenti scintillanti di archi e fiati fanno da cornice, o meglio, da rampa di lancio per melodie pressoché perfette che la voce morbida di Simon Balthazar (di origini svedesi) sa accompagnare sfiorandole appena. Forse, lungo queste undici tracce, si avverte una certa uniformità di colori, ma si tratta comunque di un esordio che ha del grandioso.

Visita il sito ufficiale dei Fanfarlo
Scarica l’mp3 di I’m a Pilot
Guarda il video di Harold T. Wilkins

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