Grandmaster Flash: The Bridge (Strut/Audioglobe)

Francesco Farabegoli | 21/4/2009

gmftbNon è gentile stroncare un grande come Grandmaster Flash, visto e considerato che sono vent’anni e passa che l’uomo non si fa vivo con un titolo a suo nome nei negozi di dischi. Del resto non sembra che il ventennio in questione non sia stato passato a scremare le idee geniali in merito a cosa mettere dentro il suo comeback. Piuttosto ad acquisire una collezione di skills che qualsiasi buon produttore hip hop, a qualsiasi livello di popolarità ed età anagrafico, ha acquisito con una certa qual facilità dalla metà degli anni novanta in poi. E va benissimo, perchè alla fin fine la storia di Grandmaster Flash è la storia di qualcuno a cui piace stare dentro ciò a cui sta -e che certo, ai tempi di The Message ha fatto la storia. Nondimeno, The Bridge è un discreto disco (hip) pop, per nulla old-school se non in un paio di episodi stile Here Comes My Dj, condito con di una milionata di ospiti di primo livello. Musica che scende giù per la gola come un bicchiere di acqua fresca -schifo non fa, ma un tozzo di pane non guasterebbe. E saremmo stolti se non dessimo la colpa della nostra delusione all’aspettativa di una cosa decisamente più spartana e minimale, ma in questo caso non ho voglia di declassare l’aspettativa come canone critico di scarto.

Visita il myspace di Grandmaster Flash

En Roco: Spigoli (Fosbury/Audioglobe)

Enrico Amendola | 21/4/2009

en_roco_spigoliNel nuovo disco degli En Roco, a dispetto del nome, di veri e propri spigoli non se ne vedono fino all’ultima traccia “Rompicapo”, che chiude in veste garage-rock un disco per il resto molto più morbido. Addentrandosi nelle atmosfere dei testi, ci si imbatte metaforicamente nelle numerose sporgenze appuntite che la vita quotidianamente ci offre nei rapporti con noi stessi e con gli altri. E’ una scrittua matura quella della band genovese, che in chiave elettroacustica prende forma di canzoni morbide senza rinunciare alla sostanza. Ricordano i Perturbazione per le atmosfere sospese tra rock e pop d’autore, non hanno la pretesa di inventarsi nulla di nuovo, mettendo nel piatto una manciata di brani di grande sincerità e per nulla invadenti. E’ l’equilibrio di chi ha maturato un percorso artistico ben preciso che, con pochi fronzoli, confeziona un disco che per l’intera durata non mostra cadure di tono e si lascia ascoltare con molto piacere. A volte, a furia di cercare il particolare nascosto, ci si dimentica che la bellezza è proprio sotto i nostri occhi.

Visita il myspace degli En Roco
Visita il sito della Fosbury records

Dear Reader: Replace Why With Funny (City Slang/Self)

Chiara Leandri | 21/4/2009
dear_reader-replace_why_with_funny_a
C’è qualcosa che i Dear Reader non mettono fra le loro influenze artistiche. Oltre a Imogen Heap e Laura Veirs, aggiungerei un pizzichino di Joan Osborne, Sixpence None The Richer e, insomma, cantautrici che sanno tanto affascinare. Se non le conoscessero abbastanza, gliele consiglio. Già, perchè i due Dear Reader si sentono molto fuori dal mondo. Vengono da Johannesburg, Sud Africa, dove la natura è tanto bella ma astiosa, posto dove le cose le imparano da internet, confrontandosi con ciò che si scopre al momento. Non si erano neanche accorti che il vecchio nome della band, Harris Tweed, poteva andare incontro alle ire del marchio scozzese. Così hanno scelto un bel riferimento alla Jane Eyre di Charlotte Brönte, quella che si affacciava dal libro con un buon ”caro lettore, ora ti racconto la mia storia”. E noi ascoltiamo con molto interesse.
Le suggestioni sono tante, mai scontate. Dearheart è una melodia delicata, una voce che sale vellutata, un piano protagonista. E’ tutto soffuso di simpatica follia, ironia, rinascita dopo l’amore. Oppure si scivola fra note quasi oscure o pompose, lamentando “I’m alone, I’m alone” (e ammettiamolo, a volte una semplice frase soggetto-verbo-aggettivo basta a riempire il cosmo delle proprie sensazioni. Sì, è proprio quello che ci vuole). Le frasi musicali non sanno fermarsi al solito giro e quindi variano ed evolvono e non si fermano. E’ una bella sorpresa, questo duo. E’ un racconto avvincente ed è una buona lettura. Proprio come se Charlotte Brönte, con tutte le sue sorelle, ci richiamasse – in musica – dalle pagine del libro. Varrebbe la pena gustarsi le prossime date in Italia, a supporto di un ospite d’eccezione. Et voilà!
Dear Reader in Italia con Get Well Soon:
28 aprile 2009 – Controcanto Festival – Ancona
29 aprile 2009 – Circolo degli Artisti – Roma
30 aprile 2009 – Covo – Bologna
1 maggio 2009 – La Limonaia – Fucecchio (FI)

A Camp Contest!

Marina Pierri | 20/4/2009

a_camp_crop_jpg_595x325_crop_upscale_q85

Questa sera, al Magnolia, siamo lietissimi di presentare l’unica data italiana degli A Camp, la band di Nina Persson: questo lunedì milanese piovoso che si tingerà di rosa, di certo, appena la band salirà sul palco. Metteremo anche dischi! ( Scriveteci ) vitaminicontest (at) gmail (dot) com(specificando il vostro nome) per entrare con noi al concerto, i biglietti andranno ai più veloci, come sempre. E ricordatevi che si tratta di un circolo Arci e dovrete comunque fare la tessera, se non l’avete!

Vi aspettiamo alle 21.

A Camp: Colonia (Reveal Records)

colonia_a_camp_albumRicordate Bachelor n° 2? Era il 2000, e Aimee Mann toccava con quelle canzoni, in gran parte colonna sonora del bel Magnolia, il suo apice di popolarità.
Probabilmente lo ricorda Nina Persson, voce di lungo corso di quei Cardigans capaci sia della melensa e kitchissima Lovefool che del raffinato Gran Turismo, nonché di lunghissimi iati. Nel primo, durato 7 anni, la Persson aveva avuto il tempo di trovare il suo Jon Brion nella persona di Mark Linkous – mr. Sparklehorse – e (re)incidere con lui il suo album d’esordio (con il marito compositore) a nome A Camp: pop folkeggiante con arrangiamenti densi e melanconici.Oggi che la Mann si è persa sulla via di Crow (Sheryl) e non collabora più con Brion non ci rimane che sperare negli A Camp, divenuti band a tutti gli effetti con tanto di produzione casalinga di questo Colonia. Che si scosta ulteriormente dal folk del primo episodio, anche se a dire il vero di “girl-pop from the 60’s, 80’s punk, David Bowie e tanto Adam Ant”, le cui influenze millanta la Persson, si vede poco (forse soprattutto girl-pop sixties). Ma non tradisce, regalandoci piuttosto dodici ballate post-beatlesiane (alcune tracce potrebbero essere state espunte dai primi dischi del quartetto inglese e riarrangiate), dai testi mai banali (unico pegno il tono sempre drammatico della voce della Persson che non regge troppo l’ascolto ripetuto, ma regala qualche frase da ricordare sull’infelicità amorosa), senza altre pretese che un ruolo da (regale) colonna sonora, un pop consapevole, commerciale ma non per questo plastificato, immediato ma non scontato, lineare ma non banale. Se vi sembra poco. (G.B.R.)

Quello che otto anni fa, ai tempi del primo disco, sembrava essere un estemporaneo progetto parallelo ai Cardigans, oggi torna sotto le vesti di una band vera e propria. In origine concepito come un duo, il progetto A Camp di Nina Persson, in questo secondo capitolo si avvale  di Niclas Frisk (Atomic Frisk),  del marito Nathan Larsson (Shudder To Think) ed ospita nomi importanti come Joan Wasser (Joan As Police Woman), James Iha (ex Smashing Pumpkins) e Kevin March (batterista dei Guided By Voices). Colonia, sin dai primi accordi di The Crowning, si mostra subito per quel che è: una festa pop dai tempi medi, che veste un abito elegante e allo stesso tempo non troppo vistoso. Un sottile gioco di equilibri sorregge le canzoni, ricche negli arrangiamenti à la Rufus Wainwright, prive però di quegli eccessi orchestrali che alla lunga risulatno stucchevoli. Tutto sembra perfettamente dosato,  niente suona troppo costruito, si gioca con una produzione sfarzosa che nulla concede alla plasticosità di certe soluzioni pop da heavy rotation. Di contro c’è da dire che non tutte le canzoni sono sempre allo stesso livello, sul finire della scaletta ci si concede qualche pausa, ma è un peccato veniale. Nell’era del lo-fi pop, gli A Camp si rivelano una bellissima eccezione ad alta fedeltà. (E.A.)

Visita il MySpace degli A Camp

Sintonizzati sul canale degli A Camp, su YouTube

Pronti Al Peggio: Le Luci Della Centrale Elettrica video ufficiale

Pronti Al Peggio | 16/4/2009

leluci-1

E’ successo che Le Luci Della Centrale Elettrica, o Vasco se preferite chiamarlo così, si è innamorato del video che abbiamo girato assieme qualche mese fa qua a Milano. E’ la cosa che gli somiglia di più, dice così. Produzioni seriali di cieli stellati è il primo video di Pronti Al Peggio a prendere il volo: a lasciare lo spazio semplicemente virtuale per diventare il nuovo video ufficiale de Le Luci Della Centrale Elettrica. Da quel che ci risulta è la prima volta che una cosa del genere (no montaggio, no playback) fa il grande salto e diviene a tutti gli effetti la rappresentazione ufficiale di un artista, su internet, tv o in qualunque altro posto. Il fatto che stia succedendo con una cosa bella e importante come Le Luci Della Centrale Elettrica non può che riempirci di orgoglio. Ecco a voi il suo nuovo video ufficiale allora, nello splendore dell’alta definizione.

Visita il sito di Pronti Al Peggio

The Show Is the Rainbow: Wet Fist (Retard/Goodfellas)

Daniele Giovannini | 16/4/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/04/wetfist.jpgTentare di farsi un’idea su Wet Fist a un primo ascolto frammentario, concentrandosi sui primi quaranta secondi e quindi saltando di traccia in traccia, dà pessimi risultati. È come esplorare la natura geologica di Marte inviadovi lattine su ruote che tastano e manipolano un’area di quattrocento metri di lato. A seconda dei punti di atterraggio, si incontrano senza alcuna apparente coerenza lande pietrose e deserti, tempeste di sabbia ed ex-laghi. Se si è fortunati, però, si finisce dritti nel cortile di una bizzarra villetta marziana nel mezzo di una città marziana persa al centro di uno dei deserti di cui sopra. Wet Fist è il secondo album di Darren Keen, a.k.a. The Show Is the Rainbow, baffuto e occhialuto cittadino del Nebraska. Non del tutto in sé, The Show Is the Rainbow è l’isola di bizzarria nel mare marziano di synth, chitarroni e ristagno audio di un televisore lasciato acceso di notte. Il sound di Keen è sia quello degli intermezzi, dei puntelli e della segatura sonora che riempie l’album, sia quello del cantato & suonato più coeso e propriamente detto — e anche lì abbiamo a che fare con ben più di un Darren Keen. Tra idee a malapena abbozzate e sprazzi di lucidità, una predisposizione verso il frullato sonoro à la Dan Deacon e jam suonate da commessi in una miserabile pausa pranzo, Keen mescola il primo Beck, certe tirate vocali dei TV on the Radio, indietronica imbastardita, il tentativo di essere geniale e disinvolto in ogni singolo suono e un funk tanto teatrale da non poter essere preso sul serio. Wet Fist non è un disco da salivazione e tachicardia. Con così tanto bel materiale eterogeneo in così poco spazio, rischia piuttosto di essere presto dimenticato. Sembra che in questi anni una certa dedizione, il mettere a fuoco le proprie idee, capire fino a che punto la quantità non è tutto, siano virtù estremamente sottovalutate.

Visita il MySpace di The Show is the Rainbow
Visita il sito della Retard Disco

Malakai: Ugly Side Of Love (Invada/Goodfellas)

Enrico Amendola | 16/4/2009

malakai_art-300Questo è un disco figo, quindi dopo averlo ascoltato sentitevi pure in diritto di pavoneggiarvi come John Travolta nella scena finale di Staying Alive. Se gli altri non vi capiranno non dovrete preoccuparvi, perché i Malakai non fanno musica cool per le masse, piuttosto dovrete maturare voi la consapevolezza interiore che Ugly Side Of Love è a tutti gli effetti una gran figata. Tralasciando il gergo giovanile e premettendo che la band è perfettamente consapevole che in chiave rock non si può inventare nulla di nuovo, le quattordici tracce in scaletta per poco più di mezz’ora di musica, ci regalano un pastiche musicale dallo stile personalissimo. Dentro ci si trova in ordine sparso: il reggae di Bob Marley e dei suoi Wailers, il pop psichedelico dei Pink Floyd barrettiani, frammenti di Beatles, echi di Beach Boys, soul-funk anni ’70 ed un retrogusto blues. Ci sarebbe tanto per poterne uscire frastornati e confusi, eppure qui tutto è in armonia perfetta con il corpo delle canzoni. Non si tratta del solito minestrone i cui ingredienti si susseguono come frammenti a sé stanti mal incastonati tra loro, ma siamo di fronte ad un grand disco di pop, di rock e di tutto quello che preferite vederci dentro. Un miracolo di equilibrio, di ispirazione e di varietà sonica che candida prepotentemente il duo inglese verso il titolo di “rivelazione dell’anno”.

Visita il myspace dei Malakai
Visita il sito della Invada records

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 15/4/2009

mange_toutEcco un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana. Serata ricca di ospiti e collegamenti ma punteggiata da difficoltà tecniche e cerebrali dovute al sovraffollamento di coniglietti di cioccolata all’interno degli studi di Via Berretta Rossa. Meno male che al telefono da Londra avevamo il nostro Valido per un “Londonwatch” in formato 3×1, e soprattutto meno male che c’erano dal vivo le Mange-Tout, band che si è dichiarata “per niente eco-sostenibile” e che potrebbe anche dedicarsi al “menefrego-pop” ma che soprattutto ci ha regalato alcune belle e inedite canzoni dal vivo. Ecco la playlist della puntata:

Darren Hayman – Pram Town
Antlers – Bear
Holmes – David Letterman
[in collegamento da Londra, Matteo "Valido" Zuffolini per la rubrica "Londonwatch"]
Banjo or Freakout – In the Mouth a Desert (Pavement cover)
Mange-Tout – Mr. Who [live in studio]
Mange-Tout – The Phone Song [live in studio]
Mange-Tout – The Fastest One Man Band in the World [live in studio]
Mange-Tout – Now Serving [live in studio]

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

The Airborne Toxic Event: s/t (Majordomo/Goodfellas)

Enzo Baruffaldi | 14/4/2009

airborne_toxic_eventSalve, sono Mike Jollet. Forse vi ricorderete di me perché mi hanno diagnosticato una malattia autoimmune, proprio come in una puntata di Dottor House. Oppure vi ricorderete di me perché canto in una band di Los Angeles che prende il nome da un capitolo di Rumore Bianco, il magnifico romanzo di Don DeLillo. Quanto è figo, eh? E forse vi ricorderete della mia band perché ebbe le palle di scrivere una lettera aperta alla redazione di Pitchfork quando diedero al nostro album il voto di 1.6: ma scherziamo? Ok, non saremo il gruppo più originale del mondo, e nel nostro sound potete andare a ritrovare in maniera meticolosa la gravità nervosa dei National, certe aperte illuminazioni alla Arcade Fire e qualche volta dei bei salti d’entusiasmo alla Clap Your Hands Say Yeah. Ma da qui a liquidarci con un misero 1,6 ce ne passa. Credo che abbiamo scritto alcune belle canzoni, e possiamo dire di avere dignitosamente aggiunto il nostro nome in calce a una tradizione indie rock lunga e onorevole. Forse ogni tanto si sente troppo che abbiamo il mito di Springsteen, ma potete farcene una colpa? Al nostro album di debutto non manca nulla: sa muoversi sicuro tra momenti più energici (Gasoline) e coloriture epiche (Sometime Around Midnight), e tra le bonus track abbiamo ricordato quel piccolo gioiello smithisiano che era The Girls in Their Summer Dresses. Non potete dire che ci manca personalità, perché altrimenti vuol dire che non sapete cosa vi piace.

Visita il sito degli Airborne Toxic Event
Leggi un’intervista di Mike Jollet al Guardian
Guarda il video di Sometime Around Midnight
Ascolta una session alla radio NPR

Archivi

wordpress visitors