Se io vivessi a Roma, andrei a vedere Dissonanze. Se voi non vivete a Roma, ma potete sostenere il biglietto di andata e ritorno, andateci. Vi prego, fatelo per me.
Dal 8 al 9 maggio, la nona edizione del festival romano propone un programma aperto alle migliori contaminazioni tra pop e avanguardia, che non si nega il pop meticcio di Bat For Lashes e Micachu and The Shapes, ma nemmeno le sperimentazioni di Moderat, il flusso sinuoso di Flying Lotus e le pulsazioni di Timo Maas. Una fotografia emozionante della club culture contemporanea e delle sue ramificazioni. Da non perdere.
Non vi siete ancora innamorati di Patti Smith ? Non vivete dei suoi dischi, chessò, Horses, Easter, Wave? No? Ne sono sicura, ben presto di lei vi innamorerete. A Patti Smith basta una frase, un tono, un accenno, a dimostrare la singola bellezza di un attimo, basta quella sua passione capace di incendiarsi infinitamente. Magari stai pensando a quella scenetta strana che hai visto passeggiando per i fatti tuoi e che ti ha lasciato un sorriso sulla bocca senza che tu non sappia perchè: ecco, lei è capace di fartelo capire, il perchè. E’ un essere straordinario che vale la pena incontrare almeno una volta nella vita.
Per questo, forse, invidiamo Steven Sebring, amico che l’ha seguita per 10 anni a partire dalla morte del marito, Fred “Sonic” Smith, nel 1994. Però lo ammiriamo anche, perchè con tanta poca retorica analizza quegli oggetti, i piccoli cenni, le frasi perfette della vita quotidiana di Patti. E’ come infilarsi subdoli nella casa e nel letto di qualcun’altro. O nel backstage. O come origliare discorsi a cui no, le nostre orecchie vogliose non dovrebbero essere introdotte. Come non ammirarla per quel suo essere così cristallina e aperta: Steven e noi siamo suoi amici, suoi complici, siamo uniti in un unico occhio. Poi può succedere che non sia il momento opportuno e la camera venga fermata. Questa è Patti Smith, una donna che sa vivere le proprie emozioni senza perderle in un flusso senza senso. Ci porta attraverso la New York degli artisti beat come Burroughs e Ginsberg, suoi cari amici, attraverso il passato e i ricordi di chi c’è (Michael Stipe, Flea, Sam Shepard, Kevin Shields) e chi non c’è più (i genitori, il fratello Tod, l’amico di sempre Robert Mapplethorpe), attraverso le difficoltà del ritorno alla scena pubblica dopo 15 anni. E poi attraverso un meraviglioso spirito attivista. Vi viene per caso il dubbio che le sue parole, la sua musica, si siano fermate anni fa? No, ascoltate attentamente: è la voce di oggi, di un’America che non vuole essere rappresentata da un qualsiasi telegiornale in prima serata, che urla “Noi avevamo dei sogni. E abbiamo creato George Bush, cazzo!”. Patti Smith vive nei cuori e coi cuori della gente. Patti Smith vive per l’arte e il bello che c’è in ognuno di noi. Lo vede, come ha visto i bambini di Milano che si vestivano per Carnevale, quando è venuta a presentare il film. E tutto ciò è talmente bello e allo stesso tempo importante, che guardare e riguardare Dream of Life è solo un continuo tuffo in ciò che vorremmo essere almeno una volta nella vita.
Signore e signori, ecco a voi Alex Campedelli aka Swim, alle prese con un aperitivo metafisico, sconquassato e romagnolo quanto basta. Io e Rodo Al Bar è già un inno, e questo video (girato da Lorenzo Sportiello) è il primo step per entrare nell’immaginario collassato di un uomo che “non funziona bene”.
Swim aprirà il concerto di Wavves insieme ai DID, il 6 giugno al Bitte di Milano
Per il suo secondo disco Elvis Perkins ha optato per un cambio di ragione sociale, non per vezzo, ma per assecondare l’andamento “bandistico” delle nuove composizioni. Più che un gruppo, qui dentro vive lo spirito di una banda di strada, che arricchisce quel folk cantautorale già apprezzato due anni fa ai tempi di Ash Wednesday. Il Nostro si conferma abile tessitore di canzoni dall’appeal immediato, dal cuore solidamente tradizionale, qui impreziosite da ottoni, organo, banjo e da armonie da festa di paese che richiamano il miglior Beirut. Il bello di un lavoro come questo è che, nonostante l’ovvia prevedibilità dell’impianto sonoro (e non è necessariamente un male), i brani giocano con atmosfere cangianti, in cui la malinconia di fondo si maschera con andamenti festosi da marching band, oppure si lascia andare a peso morto in atmosfere da funerale folkloristico dall’accento gitano. La convivenza tra ballate dark, folk più o meno festoso e accenti soul si esprime in un impasto sonoro per palati fini che, nonostante l’immediatezza, necessita di un ascolto più approfondito per essere assimilato nelle sue sfaccettature. Resta alla fine un retrogusto agrodolce, che appaga da un lato e dall’altro ci spinge a chiederne ancora. Questo basta a renderlo uno dei dischi migliori dell’anno in corso.
Amiche e amici di Vitaminic, benvenuti a una nuova puntata di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna.
Una puntata senza trailer e senza interviste, ma con ben quattro film in scaletta. Il primo è stato Generazione mille euro, di Massimo Venier, con Alessandro Tiberi e Valentina Lodovini. Ottimo il cast, con la sorpresa di Francesco Mandelli, bravo e misurato. Il film è carino (lo so, è una parola orrenda per definire un film, ma davvero altre non me ne vengono), con una prima parte ritmata e divertente e un secondo tempo piuttosto prevedibile. Si può vedere, comunque.
Due brevi “pillole” su due film. Chi vi scrive ha fatto una breve recensione di Disastro a Hollywood, di Barry Levinson. Cast stellare: oltre a Bruce Willis e Sean Penn che interpretano loro stessi, nel film c’è Robert De Niro, che interpreta il produttore protagonista della pellicola, John Turturro, Stanley Tucci e Katherine Keener. Divertente, con un De Niro che evita istrionismi, il film da un lato evita le strizzatine d’occhio per gli addetti ai lavori, dall’altro non graffia, ma forse non vuole nemmeno farlo. Anche in questo caso, promosso ma senza entusiasmi.Tommaso invece ha parlato de Le avventure del topino Desperaux, di Robin Stevenhagen e Sam Fell, primo film di animazione della Universal. La major rischia tornando sul personaggio-topo dopo Ratatouille, ma si difende bene. Tra citazioni cinematografiche e pittoriche, il film è accettabile.
E infine, Duplicity, di Tony Gilroy. L’autore del buon Michael Clayton questa volta ha a disposizione Julia Roberts (in forma più che mai) e Clive Owen nelle parti principali, con i gregari di lusso Tom Wilkinson e Paul Giamatti. Una commedia mischiata con una spy story, con una trama fittissima, complicata e – com’è abitudine di Gilroy – dalla temporalità non lineare. Con un occhio all’Hitchcock più rosa e un altro alla commedia “screwball” dell’età d’oro di Hollywood, il film è divertente, anche se non fa a meno di uno “spiegone” finale, molto utile nel caso vi foste distratti, però. Ci si annoia poco, è richiesta moltissima attenzione e ci sono un paio di momenti davvero riusciti. Non male.
Bene, è tutto, a martedì prossimo! Ah, e se vi va scriveteci a secondavisione@hotmail.com.
Ho visto Wavves al SXSW: mi è sembrato un ragazzino brufoloso e impopolare che una mattina ha deciso di mettersi a suonare e, booom, si trovato nel bel mezzo di un putiferio epico.
Tutte le interviste in cui è coinvolto rimandano al medesimo discorso, che recita, all’incirca, “ho 22 anni non mi rompere le balle”. Plan B, schivando sagacemente il botta-e-risposta, ha ricavato una bella intervista-articoletto su Nate Williams, che come sempre suona scazzato.
Tra qualche giorno arriva anche la nostra, di intervista. In attesa del 6 giugno.
Non temete: anche lì suona scazzato.
Leggi l’intervista di Plan B a Wavves
Ammetto di avere un primo momento di disappunto quando scopro che Dent May, il giovane cantautore proveniente dal Mississippi, questa sera farà soltanto da spalla per l’attrazione principale in cartellone, ovvero Roses Kings Castles. Niente in contrario al buon progetto solista del batterista dei Babyshambles, ma le aspettative che nutro nei confronti di Dent May sono di certo superiori. Secondo momento di disappunto: in queste date europee primaverili Dent May non gira con la band al completo ma soltanto con il suo amico Bobby (un incrocio tra Vincent Gallo e il Mike Myers di Wayne’s World) che si danna l’anima scuotendo tutto il tempo tamburelli, maracas, nacchere e affari simili, e occupandosi anche delle seconde voci, indispensabili per queste canzoni tanto in stile Anni Cinquanta. Dent sale sul palco con un bicchiere di vino, attacca il cavo al suo ukulele ed è pronto così, biondo, pallido e timido dietro i suoi sproporzionati occhiali da nerd. Saluta piano le cinquanta persone in sala e attacca Oh Paris!. Tra l’altro direi che le cinquanta persone non sanno bene cosa aspettarsi, dato che nelle prime file siamo in tre o quattro e gli altri dietro si guardano con sorrisi aperti come per chiedere se è uno scherzo. Non so, forse l’ukulele fa questo effetto al pubblico “normale”, forse non viene preso abbastanza sul serio. E invece le canzoni di Dent May traboccano amore e tristezza, folle dedizione e autoironia, in un modo così spontaneo e sincero, e con melodie così limpide e fanciullesche, che non si può restare distaccati a fare gli scettici. A metà del breve set, You Can’t Force a Dance Party segna il momento di svolta della serata. Il pubblico comincia a rispondere con battimani e cori, stringendosi vicino al piccolo palco, e anche la voce di May si è un po’ riscaldata. Tutto assomiglia sempre di più a una festicciola improvvisata ma molto divertente, ed è esattamente quello la musica di Dent May deve ispirare. Non manca in scaletta la cover di Prince When You Were Mine, e dal modo in cui il giovane cantautore americano riesce a renderla struggente, pur suonando qualcosa che a molti dei presenti sembra un giocattolo, si può capire il suo crescente successo e il perché anche una band del calibro degli Animal Collective ha deciso di credere in May e di farlo debuttare sulla propria etichetta Paw Tracks. Gran finale con Meet Me in the Garden e niente bis, che le ragazzine scalpitano per l’ospite britannico. Io mi ritiro verso il bar soddisfatto. Al prossimo tour autunnale la presenza della sua abituale band di supporto sarà di sicuro aiuto a Dent May, eppure questa serata ci ha mostrato una volta di più che anche le più piccole cose possono contenere e far esplodere una gran quantità di poesia.
Se c’è una cosa che i Ghostbusters ci hanno insegnato è che “incrociare i flussi è male”. Ecco, ai Black Dice deve essere sfuggito quel passaggio, perché per il nuovo album Repo ai flussi sonori sono stati incrociati infiniti beveroni a base di metadone, insalate di LSD ed interminabili sessioni di trash-TV via cavo. Da Brooklyn, i Black Dice ritornano in scena con un disco talmente sghembo e stravagante che è impossibile non innamorarsene. Una catena di montaggio frastornante che per ognuna delle quattordici tracce assembla bleeps, samples e delay granulari in un pastiche sonoro che assomiglia ai bagni sporchi di un autogrill: se ci sei già stato una volta sai cosa ti aspetta là dentro, l’idea di entrarci non ti entusiasma, ma il disordine di odori, scritte sui muri e rumori ovattati da porte che non si chiudono mai ha sempre il suo fascino. Un disco che sorprende per la sua arroganza, per il suo voler schifare e stordire: lampi di hip hop da ballare in una chiazza di vomito del dopofesta come Ultra Vomit Craze e le divagazioni industrial asfissianti di Chicken Shit ne sono l’esempio lampante. Maneggiare con cura, disco imperdibile per i fan, imprescindibile per chi vuole avvicinarsi a questo universo, ma severamente vietato a chi ama i vestiti puliti e le passeggiate all’aperto.
Mentirei se dicessi di essere un grande fan dei Red Red Meat, ma a voi che vi frega in fin dei conti? Sono un GRANDE fan dei Red Red Meat. A parte tutto, vi siete mai chiesti quali sono le principali differenze tra loro e Califone? Io sì. Sostanzialmente, il contesto in cui sono stati concepiti e realizzati in pratica i dischi dell’uno e dell’altro progetto (il protagonista è lo stesso). Nel senso che se mi capitasse di riascoltare oggi Bunny Gets Paid mi verrebbe in mente di catalogarlo come un ottimo disco di quel che è diventato un frequentatissimo spin-off dell’indie americano di scuola anni ‘90, quello che cerca di mediare decentemente tra post e pre senza farsi troppe domande in merito all’essere o meno programmatici. In tutto questo, Bunny Gets Paid non è uscito nel 2009 ma nel ‘95, un’epoca in cui -ancora- abbassare il volume in un certo ambito era sinonimo di avere i coglioni, e potremmo senz’altro dire che nel genere esistono pochi altri dischi talmente freschi e pionieristici. Roba che Califone non ha mai fatto, tanto per esser chiari. Sub Pop ristampa il disco, aggiunge un disco bonus e impacchetta in una bellissima cofezione deluxe: ottima occasione per un ripasso di quel che impropriamente potremmo chiamare indie-folk nel suo periodo più fruttuoso. Roba buona, insomma.
Sei già il frontman di due gruppi molto validi: Settlefish e A Classic Education. Perché hai sentito il bisogno di fare qualcosa che fosse solo tuo? Perché comunque alla sera mi ritrovo da solo in casa, purtroppo non riusciamo ancora tutti ad abitare nello stesso palazzo e quindi, visto che vivo tutto il tempo libero cercando di suonare ho pensato che fosse il momento di dare una forma compiuta ad una serie di brani. Per me His Clancyness è anche un modo per esplorare cose diverse, sicuramente ci sono sfumature che arrivano dagli altri progetti ma credo sia naturale, alla fine sono io. La dimensione intima mi mancava, e così ho fatto.
In effetti, i pezzi della tua Hissometer Cassette sono, ancor prima che emozionanti e suggestivi, estremamente sinceri ed intimi. È questo il lato più autentico di Jonathan Clancy?
Non credo, nel senso che non associo l’intimo per forza al più sincero ed autentico. Lo sono anche negli altri progetti, qua sono semplicemente solo e quindi più spoglio, non per forza in termini di arrangiamenti, ma così sono meno protetto. Son felice che i pezzi sembrino sinceri, però nascono dallo stesso posto anche negli altri gruppi. In ogni caso grazie!