Mulu – Garage Bleu (Wallace Records)

Alex Grotto | 16/3/2009

m_795c3b619fb74dafbbf0990637f9f4dbIl duo bresciano Mulu , composto da Luisa Pangrazio e Marialuisa Balzi, riesce a stupire positivamente col debutto Garage Bleu per Wallace Records. Un carillon profumato e sensuale, musicato da loop e samples delicati e luminosi, impreziosito da impeccabili vocalizzi dal sapore pop, da mostrare agli amici vantandosi senza il timore che sia scambiato per chincaglieria pacchiana da mercato delle pulci. Le sottili trame di stampo elettronico sono tenute insieme da ammalianti percorsi di pianoforte, fiati sussurrati e giocattoli sparsi sul tappeto in un clima ora onirico (Spleen), ora industrioso (53 Hands), ma mai ripetitivo o alienante. Un disco sincero e ispirato che conferma la mia teoria sulla supremazia genetica del sesso femminile in ambito electropop.

Pan American: White Bird Release (Kranky/Goodfellas)

Daniele Giovannini | 13/3/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/02/whitebirdrelease-250x250.jpgPan American è un elogio della purezza e delle piccole cose. Che in un ecosistema di trentenni cinici e hipster spocchiosi è come chiedere a gran voce di essere presi per il culo. È qualcosa che riesce facilmente, in particolare al nostro Mark Nelson. Quando lo smembramento dei Labradford era all’orizzonte, ovvero da quando nel tempo libero ha scelto di farsi chiamare Pan American, Nelson non ha smesso di riscrivere e registrare in camera da letto ogni anno lo stesso album morbido e pastoso. Più che di ripetitività però si parla di minimalismo e distillazione, una ricerca quasi zen del migliore equilibrio tra il rumore bianco, l’intimismo drone un po’ abusato e l’eleganza distaccata del primo post-rock degli anni zero. White Bird Release è la prima uscita di Pan American dal 2006, di ritorno in casa Kranky dopo l’immersione elettro-acustica di Quiet City nel 2004. Si potrebbe interpretarlo come un concept album sulla missilistica, l’appeal e l’angoscia transgenerazionale dei nuovi orizzonti. I titoli dei brani, letti consecutivamente, sono una frase di Robert Goddard a H.G. Wells; i ticchettii cardiaci di How Much Progress One Makes sono quello che sente prima della partenza un astronauta di A.C. Clarke; il suono di e-bow è quello per la colonna sonora di cemento che meriterebbero le storie di Arzach. Se non fosse che White Bird Release, così vicino all’estetica dei lavori precedenti di Nelson ma così unico nel suo fascino ondeggiante, è un disco per un giorno di pioggia. Quando piove i razzi non decollano, ci si rende conto di non essere ancora sulla Luna, e il malumore strisciante trattiene dal cercare rifugio negli altrimondi dell’incoscio. Nelson ci ha insegnato che si è davvero liberi se si ha una chitarra e si è creativi con i pedali. I passaggi statici e riflessivi non permettono perciò di distogliere l’attenzione, ma conducono verso altre distese di elettronica discreta e vibrafono, ritmiche alternativamente coperte dalla polvere trascinata dal vento e riportate alla luce. È shoegaze minimo, schivo, che non vuole confrontarsi con i tanti dischi ideali per cuori fragili nei mattini d’inverno.

Visita il sito della Kranky Records
Ascolta For “Aiming At The Stars” e How Much Progress One Makes su Raven Sings The Blues

N.A.S.A.: The Spirit of Apollo (Anti-/Self)

Daniele Giovannini | 13/3/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/03/spiritofapollo-250x250.jpgServe uno stomaco forte e un discreto cattivo gusto per fermarsi a un furgone paninaro e chiederne uno con tutto. Ora, se i due paninari del caso fossero tali Squeak E. Clean e DJ Zegon (a.k.a. N.A.S.A.), e il tutto fosse una lista infinita di amici e amici di amici che va da Method Man a M.I.A., il pingue panino da 73 minuti che vedremmo porgerci da una mano unta sarebbe il loro primo album, The Spirit of Apollo. Se l’intenzione di infrangere a colpi d’ascia le barriere tra generi, sensibilità e fanbase è nobile, i risultati lo sono meno. L’enorme merito dei N.A.S.A. è l’essere riusciti ad assemblare un esercito di collaboratori così sterminato e diversificato che ha del ridicolo. Le basi da hip-hop bianco della costa est, condite con ampi campioni di funk, sono però poco più che trascurabili. Lo stesso vale per molte delle 17 tracce. Way Down e Hip Hop in particolare sono la ragione per cui non ascolto più downtempo e gli emuli senza spina dorsale dei Beastie Boys. Come tutto il resto si rincorra e si incastri, è lungo e difficile dirlo. Piuttosto che fondersi ed essere tanto devastante quanto erano le aspettative fino a un istante prima di premere play, sgorga melmoso, oscilla disordinatamente, affida a Karen O un mezzo ritornello e relega al controcanto collaboratori altrettanto o più degni. David Byrne sarebbe tollerabile, se per la miseria la finisse di prestarsi a operazioni del genere — con Seu Jorge come spalla, poi, povero Seu Jorge. Abbiamo Method Man che fa il suo lavoro, ancora piuttosto bene, e l’improbabile dream team Kanye West/Santogold/Lykke Li a regalarci Gifted, l’unico pezzo per la pista figa 2007-2008 che non deve chiedere, mai. Quello che fanno insieme Tom Waits e Kool Keith, inedita coppia potenzialmente infernale, è come il resto dell’album ottimo sulla carta e almeno imbarazzante all’ascolto. Tom Waits non merita questo, così come nel minestrone Lykke Li non deve essere quasi impercettibile, George Clinton non deve finire a fare la parodia di Tunde Adebimpe e M.I.A. non deve essere la booty girl di Spank Rock. I N.A.S.A. avevano tra le mani una miniera d’oro, oppure alcoolici e uno studio capace di accogliere tanti amici. Il prodotto purtroppo non è all’altezza di quello che avrebbe dovuto essere. Speriamo che con i soldi dello stimulus bill la N.A.S.A., quella vera, ci porti finalmente dove The Spirit of Apollo non è riuscito ad arrivare.

Visita il sito della Anti- Records

…And You Will Know Us by the Trail of Dead: Century of Self (Superball Music/Audioglobe)

Giorgio Busi-Rizzi | 13/3/2009

1980989L’altro giorno invece stavamo facendo un torneo con la WII. C’eravamo io, CC, Paolo, Walter e Tré Cool. “L’avete sentito poi il cd dei Trail of Dead?”, chiede Tré, sbagliando il tiro e costringendosi ad un 7/10 al secondo tentativo. “È figo, cioè, da paura. Sembrano i Blink che fanno prog/alt-rock. Il tiro dei tempi migliori, quello che si dice una gioiosa macchina da guerra” (Paolo è sempre così giovanilista). “I fottuti Charlie erano una gioiosa macchina da guerra”, chiosa Walter. “Quelli sono solo fighetti che blaterano dei problemi dell’umanità per Mtv. E non esiste nessun genere simile a quello che hai appena citato”. “Beh, l’impressione è quella” – formalizza Tré. “L’album è stato registrato con Chris Coady (Yeah Yeah Yeahs, Tv On The Radio) in presa diretta, e l’impatto sonoro è davvero notevole, viene voglia di sentirli dal vivo appena possibile (e dal vivo sono sempre stati un signor gruppo)”. “Oh”, continua Paolo, “il batterista pesta come un dannato, il piano pulito si fa strada tra chitarre sporchissime, pure gli episodi più pop urlano la loro urgenza (Fields Of Coal)”. “Sì, beh, ecco” – CC sembra meno convinta – “senza dubbio è meglio delle ultime cose, è il primo album dopo il loro avventuroso divorzio dalla Interscope, sembra un po’ il seguito di Worlds Apart. Però continua a rimanere fuori fuoco, la scrittura non brilla mai per originalità, la direzione, soprattutto, non fa sperare in un nuovo ST&C, né ora né mai”. “Sei triste; non apprezzi quest’album, non apprezzavi i Mars Volta, non ti piace il genere”. “E questo mi rende triste?”, polemizza CC. “Sì; te lo ripeto: se ti piace il genere, l’album è molto più riuscito e coerente di So Divided. Se non ti piace, sei tu ad avere un problema con questo genere”. “Perché è un genere brutto!”, ha replicato CC. “Perché sei un’intollerante della musica!”, ha detto a tono Paolo. Ed avrebbero continuato, se Walter non li avesse zittiti a forza reclamando silenzio per concentrarsi.
Poi Paolo ha fatto strike e ha vinto di nuovo: tutto sommato mi sa che la prossima volta non lo chiamiamo più.

Visita il Myspace degli …And You Will Know Us by the Trail of Dead
Guarda Bells of Creation eseguita dal vivo

Ricordi, passato, costumi, sconfitte

Francesco Locane | 12/3/2009

thewrestlerAmiche e amici di Vitaminic, non lo facciamo apposta nello scegliere in film in scaletta, ma anche l’ultima puntata di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali di Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna è, in qualche modo, tematica. Abbiamo parlato, infatti, di due film molto diversi tra loro, ma con sorprendenti affinità e parallelismi.

Il primo film in scaletta è stato The Wrestler, di Darren Aronofsky, vincitore del Leone d’Oro a Venezia. Un film interamente costruito sulla bravura di Mickey Rourke e Marisa Tomei, un film doloroso, non perfetto ma, accidenti, toccante come pochi. Da vedere, fino alla fine dei titoli: scoprirete così come si chiude il cerchio quando vedrete a chi il film è dedicato.

Abbiamo poi irradiato il trailer di un film piuttosto imbarazzante, a partire dal titolo: L’ultimo Crodino, infatti, non credendo sufficientemente efficace la presenza nel cast di Ricky Tognazzi e Enzo Iacchetti, si butta – primo caso in Italia – sul naming placement. Il prodotto è direttamente nel titolo. Mah.

Infine abbiamo esaminato un film che attendevamo coi polsi tremanti: Watchmen, di Zack Snyder. Diciamo che poteva andare peggio: di questa opinione è stato anche uno dei padri fondatori di Seconda Visione, il caro FedeMC che abbiamo avuto come gradito ospite telefonico. Zack Snyder, diciamo, porta a casa il risultato, e, sebbene Watchmen non sia un capolavoro, abbiamo evitato la vaccata. E considerando il materiale di partenza, l’immane romanzo di Alan Moore, non era scontato.

Bene, è tutto: se volete scriverci, al solito, la mail è secondavisione@hotmail.com. A martedì!

Pronti Al Peggio, Piazza Delight: Disco Drive

Pronti Al Peggio | 11/3/2009

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Cosa succede quando una band, diciamo post-punk, viene trascinata in una fattoria nel varesotto? No, non è la trama di una nuova telenovela fininvest ma semplicemente il plot dei video che state per vedere. Protagonisti ovviamente i Disco Drive.
Non potete immaginare quanto sia stancante dare la biada agli animali, una bella colazione, nuova ed inedita per giunta, è quello che ci vuole per -ripartire di slancio- come dicono in tv. Intanto il cane riposa accanto alla stufa ed osserva la scena sornione.
Infine il colpo di scena, horror per giunta. Non c’è stazione di benzina che non sia stata scenario di avvenimenti drammatici: omicidi, violenze, casse automatiche che rubano biglietti da 10. A questo giro ci sono tre pazzi che battono come degli indiavolati su dei tamburi.

Visita il sito di Pronti Al Peggio e guarda altri video dei Disco Drive

Guarda la versione "horror" di American Boy dei Disco Drive

Megapuss: Surfing (Vapor/Audioglobe)

Nur Al Habash | 11/3/2009

surfing_coverSe voleva essere una manovra di marketing (neanche troppo creativa), non è servita: tutto il chiacchericcio sulla copertina nature in cui si sono cimentati Devendra Banhart e il suo nuovo socio Greg Rogove si è esaurito in una bolla di curiosità e voyerismo divertito che, probabilmente, non è andata oltre il booklet del disco. Peccato, perché la nuova avventura musicale del profeta del weird folk è davvero niente male. Per loro stessa ammissione, Surfing è un disco-scherzo, in cui qualsiasi proposta venuta dalla cricca di amici riunita (tra cui anche Fabrizio Moretti degli Strokes) è stata accolta senza filtri nella forma di un carnevale delirante; Banhart, da parte sua, si è divertito a stanare tutti i fantasmi andini che gli scorrevano nel sangue, compresi gli incubi caraibici, le nenie che gli cantava la nonna portoghese da bambino e i rigurgiti beatlesiani rimasti nascosti tutto questo tempo. Assieme ai suoi amici, novelli hippies degli anni duemila, si è avvolto di una psichedelia educata intento ad intrecciare collanine indiane scegliendo le perline più luccicanti nella storia della musica: doo-wop e beat impolverato, soul ironico e funky groove, caricature reggae e musica popolare for dummies, trovando persino il tempo per una citazione degli Wham! E poi, come per incanto, spunta fuori tutta la Motown che gli è stato possibile infilarci dentro, ed ecco allora che Surfing si trasforma in puro amore (al primo ascolto).

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Girl Talk: Feed the Animals (Illegal Art)

Giorgio Busi-Rizzi | 11/3/2009

52157girltalkalbumCosì sono andato dal team di Xzibit e gli ho detto, Pimpami i Lego! E lui ha preso e ha ricostruito mattoncino dopo mattoncino l’ultimo SUV della BMW, ha piantato uno schermo lcd gigante sul tettuccio, sulla fiancata ha meticolosamente cromato tutto L’arcobaleno della gravità, sul cruscotto ha messo un simulatore per giocare a Pac-man e Super Mario e Monkey Island. Io ero al settimo cielo e sono andato a festeggiare i sedici anni della tipa figa della mia scuola che ci aveva invitato al party organizzato da MTV, il 1987 non era mai sembrato così bello, cantavano i Beastie Boys, era tutto stupendo. Dopo il concerto la festa latitava, le ragazze sbadigliavano come a un corso di biochimica, il dj continuava a mettere su roba dozzinale tipo gli Herman’s Hermits, così mi sono fatto largo e ho tirato fuori questo capolavoro di Girl Talk. Cos’è, ha chiesto qualcuno sospettoso. Bastard-pop, ho detto. Mash-up. Canzoni composte di infiniti frammenti di altre canzoni (qualcuno ha anche tentato di riconoscerle tutte) in questo caso uniti insieme e ricontestualizzati a formare quattordici clamorosi anthem dance. La gente allora ballava indemoniata, qualcuno si avvicinava timido a chiedermi come procurarsi l’album, ed io, paziente: è stato pubblicato da subito con una licenza Creative Commons, puoi scegliere quanto pagare per scaricarlo in formato digitale, come per i Radiohead. Oppure da novembre scorso l’anti-etichetta Illegal Art ne ha stampato una versione fisica. Mi adoravano, non sono mai stato popular come quella sera, alla fine del party ero seminudo e sudato e circondato da frangette.
Poi mi sono svegliato ed ero di nuovo un fisico teorico al secondo anno di dottorato, e mestamente mi sono incamminato verso il laboratorio, mentre Feed the Animals nelle cuffie tentava invano di consolarmi.

Paga quanto vuoi per scaricare Feed the Animals dal sito della Illegal Art
Leggi la recensione dell’album su Pitchfork e su Popmatters
Scopri ogni statistica su Feed the Animals sul sito di Andy Baio (ulteriori statistiche qui)
Leggi l’intervista a Girl Talk di Pitchfork

Chairlift – Does You Inspire You (Kanine Records)

Alex Grotto | 11/3/2009

41b4k5kqhgl_sl500_aa280_Spazi aperti, sole tra fogliame neonato, nasi che gocciolano per l’incedere di allergie a pollini vari, girotondi a gravità zero ed un entusiasmo eccessivo. Questa è l’istantanea di Does You Inspire You, un invito anticipato al Gran Ballo di Primavera nell’ universo abitato dai Chairlift; universo situato in quel di Brooklyn dove tutto è più profumato e si muove ad una velocità diversa. Non serve una sensibilità da poeta disoccupato per cogliere le poche tracce davvero buone di questo disco troppo forzatamente allungato ed imbottito con del superfluo. Ottimi frangenti di avant-folk arricchiti da percussioni electro e moine synth-pop ammiccano a vocalizzi tecnicamente impeccabili di Caroline Polachek, ma il risultato finale ha un gusto tutto sommato pacchiano. Per tutta la durata si alternano rondini pop come Somewhere Around Here, echi so-80’s (Planet Health) e audacità elettropop che stonano con tutto il circondario (Evident Utensil): non appena ci si è illusi di aver colto l’atmosfera e il mood del disco si viene immediatamente smentiti dalla traccia successiva, come se qualcuno al cinema accendesse all’ improvviso una radio e iniziasse a seguire una partita mentre noi cerchiamo di cogliere il film. Irritante. L’ impegno c’è tutto, mentre di entusiasmo e voglia di strafare pure troppa ed è questo che mi manda in bestia.

Bruises dei Chairlift usata nel nuovo spot Apple

M. Ward: Hold Time (4AD / Self)

Enzo Baruffaldi | 10/3/2009

m_ward1Nel momento di Blake’s View in cui M. Ward canta “put your head on my shoulder, baby”, c’è un nodo che ti stringe la gola. All’improvviso ti sfugge un lamento e puoi anche scioglierti, abbandonare la schiena sulla poltrona e lasciare la chitarra a cullarti dolce, mentre il crescendo dell’organo in sottofondo sale impalpabile fino al cielo che piano si schiude. La canzone forse sta parlando della morte di William Blake, forse sta raccontando la paura che ognuno ha di perdere chi ama, ma nonostante tutto c’è un senso di pace, di remissione dei peccati, una serenità che scivola sopra il tempo e le pene del mondo raccontata in maniera così limpida da commuovere. Trascendiamo per una volta le etichette, le epoche e le influenze: che questo disco sia di raffinato folk o che sia stato pubblicato quest’anno, passa decisamente in secondo piano. Ascoltate la title track, una ventosa ballata che potrebbe ricordare tanto i Flaming Lips quanto i Beatles. Nel suo distendersi sugli archi e sulle vocali delle parole, sta solo tentando di afferrare la verità del ricordo che conta più di ogni altro: “I wrote this song just to remember the endless, endless summer in your laugh”. La bellezza può rivelarsi semplice, a volte. E la grana della voce di M. Ward, con il suo risuonare da una distanza perduta e riconquistata, compie buona parte del lavoro anche in questo suo sesto album da solista. Non dimentichiamo poi i tanti e prestigiosi ospiti: Zooey Deschanel (con cui Ward l’anno scorso aveva dato vita al progetto She & Him) presta la sua voce a Never Had Nobody Like You e a Rave On (una cover di Buddy Holly), Jason Lytle dei Grandaddy appare in To Save Me, e Ward duetta superbamente con Lucinda Williams su Oh Lonesome Me di Don Gibson. Il disco si chiude con una rielaborazione strumentale di un vecchio pezzo interpretato da Frank Sinatra, ed è forse l’unico momento in cui Hold Time sembra essere un po’ troppo autoindulgente. Per il resto, solo classe, magnifico mestiere e capacità di accostarsi alla tradizione con una grazia e una bravura fuori del comune.

Visita il sito ufficiale di M. Ward
Guarda il video di Hold Time
Ascolta una “acoustic studio session” per NPR Music

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