Pronti Al Peggio, 48ore: Canadians

Pronti Al Peggio | 20/3/2009

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Questo è un gioco, simile al nascondino volendo. Come tutti i giochi c’è chi li prende piuttosto sul serio e chi, invece, si butta giù a testa bassa e col sorriso sulla bocca, proprio come bisognerebbe fare sempre. I Canadians appartengono a questa seconda categoria e così passare due giorni con loro vuol dire anche ammazzarsi dalle risate, avere a che fare con una “cumpa” di amici ancor prima che una band. Noi sapevamo e li abbiamo presi di petto, ecco l’esito dello scontro.
Dentro lo studio di registrazione si sta piuttosto stretti, fuori fa un freddo bestiale. Passare da una sala all’altra è come gettarsi nella neve dopo la sauna, roba da finladesi insomma. Meglio rifugiarsi un attimo al bar dietro l’angolo e ispirarsi con un bel caffè corretto allo stravecchio, così che le parole possano scorrere meglio e le risate pure. Comunque vada sarà un successo.

Visita il sito di Pronti Al Peggio e scarica un mp3 inedito e gratuito dei Canadians!

Aidan Moffat & The Best-Ofs: How To Get To Heaven From Scotland (Chemikal Underground/Audioglobe)

Chiara Leandri | 20/3/2009

142È una grande questione, questa: come si può dare vita ad uno stile unitario nazionale che suoni moderno pur utilizzando la propria pesante tradizione? Ma dico, non ammodernare una pizzica o uno stornello: creare qualcosa di nuovo che però faccia esclamare “Questa sì che è lo stile italiano!”. Noi siamo un piccolo esempio perso nel mare, ma dovremmo chiedere allo scozzese Aidan Moffat se pensa che anche nel suo Paese ci sia bisogno di tale riflessione. Io credo proprio che l’obiettivo fosse qualcosa di simile: tutto nei brani suona come tradizione celtica, dai sommessi canti ai bordi di un antico cimitero alle drinking songs più sguaiate. Eppure non lo metterei mai in vendita sullo scaffale della musica folk: Moffat è ben altro, è superamento dei limiti, immaginazione, sperimentazione, è cantore transgender, simpatico sbarellato, ed è anche un po’ freak. Così oltre a violini fisarmoniche chitarre arpeggiate mare ed alcool, abbiamo a disposizione beat r’n'b e percussioni africane, corde strascicate, sveglie, titoli inaspettati come “Ballata della lettera mai spedita”, “Il lamento dell’ateo”, “Ninnananna per il figlio mai nato”. E magari vi chiedete da dove spunti il barbuto bardo: pensate, ha formato gli Arab Strap e cantato coi Mogwai, oltre che ad avere un passato quantomai movimentato. Questo suo secondo disco solista (anzi, insieme ai The Best-Ofs, da non dimenticare!) uscito a San Valentimo apre una nuova fase della sua poliedrica carriera, che unisce le prime sperimentazioni alle tradizioni del suo Paese: perfetto. Solo una raccomandazione, però. Vivetelo. O non godetelo.

Gioca con Aidan, ascolti molte belle tracks e vinci un mp3 (io ce l’ho fatta!)
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Sam Kills Two: s/t (Rocket Girls/Goodfellas)

Enrico Amendola | 20/3/2009

samQualche anno fa qualcuno si inventò la storia del NAM, il “new acoustic movement”, visto il fiorire di band che alle distorsioni preferivano la strumentazione acustica e le armonie delicate. Probabilmente si trattò una semplice coincidenza, difatti questa presunta corrente stilistica esaurì ben presto il proprio slancio in favore di soluzioni diverse. In quel piccolo calderone i Sam Kills Two ci sarebbero stati proprio bene, con le melodie che richiamano da un lato Elliott Smith e dall’altro la nudità dei Sun Kil Moon. Tra i due, in virtù di una maggior leggerezza di fondo ed una maggiore propensione alla malinconia agrodolce, si collocano esattamente al centro e pur risultando meno incisivi, risultano molto godibili. Il trio capitanato dal cantante svedese Fred Bjorkvall ed inglese per i restanti due terzi, dimostra anche maggior talento ed ispirazione di quegli artisti che anni fa primeggiavano sulle copertine delle riviste d’oltremanica. Invece, almeno per ora, sono relegati ad un culto molto più ristretto. Questioni di tempistiche discografiche che non ci impediranno di goderci a fondo questa manciata di canzoni di rara dolcezza.

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Morrissey: Years of Refusal (Decca-Polydor)

Paolo Morelli | 19/3/2009

morrissey-years_of_refusalPoche popstar sono in grado come Morrissey di suscitare reazioni così forti (dall’adorazione incondizionata alla critica feroce, dall’emozione bambinesca per il primo ascolto di una nuova uscita al puro delirio estatico ai concerti) in un pubblico trasversale ma in buona parte ultratrentenne. Ascoltatori spesso onnivori e obiettivi all’improvviso diventano super-esigenti o super-indulgenti (con sbalzi schizofrenici tra i due atteggiamenti, a loro modo due forme opposte di snobismo) di fronte a chi ha sfornato in passato canzoni che in qualche modo hanno cambiato la loro vita. Anche per Years of Refusal le critiche non sono mancate, eppure su questo disco sprazzi di quello che più fa amare l’ex Smiths si ritrovano. Si ritrovano nell’attacco di Something Is Squeezing My Skull, che mostra una freschezza d’altri tempi nel definire subito il suono dell’album (a metà strada tra il piglio grintoso del precedente e meno ispirato Ringleader of the Tormentors e l’eleganza di You Are the Quarry, con cui condivide lo scomparso Jerry Finn come produttore); nella cupezza d’animo di Black Cloud; in pezzi come When Last I Spoke To Carol, da bollare inizialmente come baracconate kitch per poi farsene sedurre a tradimento nel giro di un mese (come per tante album track di tempi migliori); ma anche nel crescendo disperato di It’s Not Your Birthday Anymore, che spezza il cuore all’istante. E allora si può passar sopra all’inclusione in scaletta dei due singoli del Greatest Hits del 2008 (operazione discograficamente discutibile seppur artisticamente coerente: stesse sessions di registrazione, l’intero album era già pronto un anno fa). E anche ad alcuni passaggi a vuoto (vedi l’immediato ma piatto singolo I’m Throwing My Arms Around Paris, in cui le idee si fermano a un verso da romantici senza speranza come “only stone and steel accept my love“). Ok, penso si sia capito in quale estremo si colloca chi scrive, per il quale magari “there is no love in modern life“, ma (passando a citazioni più criptiche e datate) quella luce non si è ancora spenta.

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I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 19/3/2009

gazebo_penguinsEccoci a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa settimana, tra le altre cose, abbiamo aperto dei magnifici regali (grazie Federico!), abbiamo stappato delle bottiglie di vino nelle maniere più improbabili, abbiamo ribadito che “la mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata” ricordando la figura di Alfred Korzybski, abbiamo parlato dell’Igloo di Correggio (Reggio Emilia) e soprattutto abbiamo avuto ospiti dal vivo in studio i Gazebo Penguins, venuti a presentare il loro nuovo album The Name Is Not the Named, in uscita ad aprile per Suiteside. Nonostante il terzetto sia piuttosto fragoroso quando si trova su un palco, qui a polaroid ha regalato un paio di sorprendenti brani unplugged, sospesi tra Motorpsycho e Dinosaur Jr, davvero notevoli.
Questa la scaletta delle canzoni andate in onda:

The Honeyheads – From A To B To See You
Pants Yell! – Cold Hands You Make Me Nervous
Camera Obscura – My Maudleen Career
Gazebo Penguins – Babo vs. Mollica (At the Gates) [live in studio]
Gazebo Penguins – There’s Never Goodbye for Motorpsycho’s Fans [live in studio]
Gazebo Penguins – Babo vs. Mollica (At the Gates)
Gazebo Penguins – Mary Mongò Used to Call Me Igino

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Jeremy Jay + Buzz Aldrin @ Locomotiv Club, Bologna (4/3/2009)

Enzo Baruffaldi | 18/3/2009

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Chi ricordava Jeremy Jay come un cantautore dall’aria un po’ sognante, che aveva dichiarato il suo amore per le chanteuse francesi degli Anni Sessanta e che poteva far tornare alla mente qualcosa di stralunato alla Jonathan Richman o certe delicatezze alla Lekman, nella serata di Bologna ha avuto modo di conoscere un musicista piuttosto differente. — Continua a leggere

Uomini soli

Francesco Locane | 18/3/2009

grantorinoAmiche e amici vitaminici, eccoci ad una nuova puntata di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali di Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.

Nella puntata di ieri abbiamo parlato innanzitutto di Gran Torino, film di Clint Eastwood interpretato dallo stesso regista, che ci regala un personaggio aspro (se non acido), razzista e iracondo, ma capace di un sacrificio finale che fa entrare di diritto questo film nella scia dei grandi titoli della filmografia eastwoodiana. Da vedere.

Abbiamo quindi accennato a un interessante convegno organizzato dall’Università di Bologna su Guy Debord: trovate le informazioni qua. E, per quanto riguarda il trailer, beh, vi abbiamo fatto del male propinandovi Il caso dell’infedele Klara: Faenza dirige la Chiatti e Santamaria in una storia di gelosia. Ho fatto anche la rima.

E infine, un film che ha diviso la redazione. Alcuni si sono chiesti dove volesse andare a parare Jean-François Richet con la prima parte di Nemico pubblico n. 1, sottotitolo L’istinto di morte. Buona l’interpretazione di Vincent Cassel, nei panni di Jacques Mesrine, bandito che mise a ferro e fuoco mezzo mondo tra gli anni ‘60 e ‘70, ma tanta confusione nella regia, soprattutto nella messa in scena delle sequenze d’azione… E poi ogni scena ha un riferimento stilistico diverso. Forse questo eclettismo ha un senso? Aspettiamo (non troppo fiduciosi) la seconda parte, in uscita tra un mese.

That’s all, folks! Se volete scriverci la mail è secondavisione@hotmail.com. A martedì!

The Pains of Being Pure at Heart: s/t (Slumberland/Goodfellas)

Enzo Baruffaldi | 16/3/2009

the_pains_of_being_pure_at_heartDa perdere la testa. “I’m with you, and there’s nothing else to do” grida la dichiarazione d’amore di Everything With You, mentre durante le schermaglie di Young Adult Friction è lei a dire “it’s fine if there’s nothing really left to say”. Forse è proprio questo gesto di resa davanti a qualcosa che si sa bene non è possibile arginare, è questo spasimare ostinato, sempre prolungato e infine piegato, la chiave di volta della bellezza dei Pains Of Being Pure At Heart. Nelle mani giovani di questa band di New York, il trucco risaputo di una musica che seppellisce melodie dolcissime e carezzevoli sotto macerie di riverberi, malinconia e rabbia torna a funzionare e commuovere. C’è tanta urgenza e passione in queste piccole canzoni che viene da stringere i pugni e i denti e saltare semplicemente perché “this love is fucking right”. I Pains non cercano di essere nulla di più o di diverso da quello che sono, ma la loro stella seppure minore brilla una luce che non si confonde con nessun’altra, ed è capace di guidare sicura il cuore in fondo a questi 35 emozionanti minuti. Merito, in parte, anche del veterano Archie Moore (Black Tambourine / Velocity Girl) che ha mixato l’album. Oh sì, sembrerà a tutti già “troppo Teenage Funclub”, e “troppo My Bloody Valentine”, e “troppo Field Mice”, e “troppo primi Primal Scream”. Oh sì, sembrerà tutto troppo “carino”, sembrerà troppo “vecchio”, sembrerà troppo “educato”, ma è qualcosa che scuote e che fa perdere la testa, “THIS LOVE IS FUCKING RIGHT”.

Visita il sito dei Pains of Being Pure at Heart
Visita il sito dell’etichetta Slumberland Records
Scarica l’mp3 di Everything With You
Scarica l’mp3 di Come Saturday

Front Row: Islands @ Covo Club, Bologna – 20.2.2009

Elena Morelli | 16/3/2009

La musica dal vivo non è solo musica, ma qualcosa di più; è fatta di colori, sguardi, sudore e muscoli o intensità e delicatezza quasi palpabili. Ecco allora Front Row: per raccontare i concerti dalla prima fila, il luogo per eccellenza dove vivere un live – raccoglierne e assaporarne ogni istante ed emozione – sperando di riuscire a catturare, almeno con uno scatto ogni tanto, un po’ dell’energia e dei sentimenti che si muovono dentro le nostre canzoni preferite.

Per il primo appuntamento con Front Row, una manciata di foto degli Islands dal vivo al Covo Club di Bologna, il venti febbraio scorso.

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Rose Kemp: Unholy Majesty (One Little Indian/Goodfellas)

Chiara Leandri | 16/3/2009

tplp924cdMi piace davvero, Rose, senza troppe ragioni in particolare. Mi perdo però un po’, con Rose, perchè non vengo trasportata più in sù, a livelli particolari.  Cantautrice indecisa sul proprio essere, la domanda principale che potrebbe attaccarvi è: chi è Rose Kemp
Dopo un’infanzia con i genitori Steeleye Span e un decennio di collaborazioni fra le più varie, la buona rosellina di Carlisle potrebbe finire sotto tutto il catalogo di etichette che normalmente si affibbiano sparando nel mucchio: classic metal, gothic, noise, electric folk, o un generico alternative. Ecco, mescolate tutte queste cose tenendo bene a mente che lei non sarà mai niente di tutto questo. E’ una brava inglese che ha imparato presto a comporsi le sue cose, che usa poche note quando si deve raccogliere nei meandri dei suoi pensieri, che poi si volge al ritmo potente di un distorto metallico, graffiante e senza orpelli mentre grida liricamente come vestita di costumi baroccati e crudeli; e che infine vocia inaspettatamente alla PJ Harvey, ma ci sta dannatamente bene. A me piacciono, tutte queste cose, questo minestrone ben condito. Ma senza una ragione ben precisa, solo lasciando parlare questa vaga sensazione di suoni giusti e ambienti decorati a gusto. La mente interviene poco e a breve perde in concentrazione. La sensazione che rimane però è di conoscere sul serio Rose Kemp – viso a cui sorridere come riconoscendola, pur senza saperne il perchè. 
 
 
 
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