Crystal Stilts + A Classic Education + Let’s Wrestle @ Windmill, Londra (13/02/2009)
È cominciato come uno storto Venerdì 13 ed è finito come il più dolce dei San Valentino. Questo nuovo viaggio dei nostri A Classic Education in terra britannica li ha visti compiere un ulteriore passo avanti nella difficile conquista di un posto al sole nell’affollata scena musicale anglosassone. La band di Bologna ha infatti suonato in apertura della prima data assoluta europea per i Crystal Stilts, provenienti da Brooklyn e autori di Alight Of Night, uno dei debutti più acclamati dello scorso anno. La serata era sold out da tempo e l’attesa che la circondava era semplicemente elettrizzante.
Ho avuto la fortuna di seguire da vicino, minuto per minuto, tutti gli eventi della lunga e frenetica giornata fino all’apoteosi finale: accompagnando gli A Classic Education in viaggio, osservandoli fare l’elenco accurato di bagagli e strumenti al check-in ma dimenticando il bassista sotto casa e correre poi a recuperarlo in extremis, ascoltandoli scherzare su chi nel gruppo aveva sfruttato il MySpace collettivo da vero dongiovanni, vedendoli correre a comprare il New Musical Express appena atterrati e passarne al setaccio ogni pagina, perdendomi insieme a loro nel traffico del week end per aver dato retta alle indicazioni di un iPhone, respirando la polvere di mille thrift store dove andare a scovare per poche sterline vecchi vinili e giacche di seconda, terza e quarta mano, seguendoli dentro ogni malmesso e maleodorante chiosco di hamburger, kebab, thai e fish & chips, aiutandoli a scaricare taxi stipati, assistendo alla rapida ma precisa preparazione del sound check, e avendo persino l’onore di poter dare un piccolo contributo alla serata, suonando qualche disco prima e dopo i concerti. Chiunque, musicista o no, dovrebbe avere l’opportunità di andare in tour con un gruppo rock almeno un giorno nella vita.
Qualcosa va storto all’aeroporto di Gatwick e si smarrisce il mandolino del cantante Jonathan Clancy (per fortuna sarà recuperato al ritorno). Gli A Classic Education sono quindi costretti a rivedere la scaletta all’ultimo minuto (eliminando, purtroppo, la nuova e strepitosa What My Life Could Have Been), e nei concitati momenti di un pre-concerto ogni minimo evento viene vissuto come un segno del destino, come un avvertimento. Ma per essere una banda di sei giovani musicisti che ha messo in piedi questa trasferta tutta da sola, l’organizzazione regge il colpo piuttosto bene.
Il Windmill silenzioso e mezzo vuoto del tardo pomeriggio, con le sue quattro panche di legno e gli avventori abituali con i gomiti sul bancone, a prima vista sembra solo un polveroso pub in una via secondaria di Brixton, sud di Londra, non proprio il più accogliente dei quartieri. Invece è da oltre trent’anni una delle sedi storiche di concerti più apprezzate nella capitale inglese, dove sono passati tutti i nomi che poi sarebbero diventati importanti. A me basta dare un’occhiata al banco del mixer appoggiato sopra qualche cassa da birra di fianco al palco: mi sento già a casa.
Ad aprire le danze, mentre il pubblico ancora sta facendo la fila, tocca agli acerbi Silent Age, i quali scontano l’eccessiva e prolungata visione del recente film Control e i troppi ascolti dei mille epigoni dei Joy Division, dai White Lies in giù. Da ricordare per le buffe coreografie “para-Curtisiane” del cantante e, nonostante tutto, per un paio di ritornelli indovinati. Magari diamogli un anno o due per vedere se trovano la propria voce.
I Let’s Wrestle arrivano direttamente da un altro concerto e in pratica entrano dalla porta laterale ancora sudati, imbracciando già le chitarre. Attaccano i cavi, smontano il charleston dalla batteria, il bassista prova qualche nota seguendo i Soft Pack che in quel momento ho messo su come antipasto, e sono già pronti per suonare. Sembrano ancora più giovani di quanto me li aspettassi. A vederli sul minuscolo palco, così diversi eppure coesi alla perfezione, non posso fare a meno di pensare che assomigliano a personaggi di un fumetto: il batterista Darkus Bishop è un biondo hooligan pallido e adolescente in rude canottiera bianca, che gonfia i deltoidi e spinge il ritmo piegato in avanti, Mike Hankin al basso sfoggia dietro il ciuffo uno sguardo serio e distaccato, una camicia da secchione e una cravatta da denuncia, e il tenero e vagamente autistico Wesley Patrick Gonzalez, mentre suona la chitarra e urla nel microfono, sembra quasi perso sotto un berrettone di lana e un cardigan tutto sbagliato. La maggior parte della scaletta è incentrata su pezzi nuovi ma l’approccio resta lo stesso che ce li ha fatti conoscere e ci ha conquistato: quel modo di scaraventare lontano da sé melodie e di attutire i lati più abrasivi con qualcosa che assomiglia a ironia ma non si prende certo la briga di passare per intellettuale. Qualcosa di slacker e punk allo stesso tempo, Pavementiano a tratti, e che fa tornare anche in mente un’attitudine da Television Personalities. Questa sera, con le distorsioni più feroci del solito, con un paio di prolungati assoli e la voce strascicata come mai prima, ci si sposta addirittura in direzione Dinosaur Jr. E mi regala un vero colpo al cuore il boato che accoglie I Won’t Lie To You.
Prima che gli A Classic Education comincino a suonare riesco a conquistare una pacca sulla spalla da Tim, il gestore del Windmill, passando un pezzo dei canadesi Women. È divertito da quanto io sia esaltato per il concerto che ho appena visto e mi racconta che segue i Let’s Wrestle da quando avevano 14 anni. Qualcosa mi dice che il loro suono non doveva essere troppo diverso da oggi, e in fondo li amiamo tutti e due per questo.
Il pubblico intanto si è fatto più folto e colma la distanza tra la prima fila e gli amplificatori. I momenti iniziali del set degli A Classic Education sono guastati da qualche inconveniente tecnico: un paio di Larsen di troppo sul microfono e la batteria che non ne vuole sapere di stare salda al suo posto. Appena ogni cosa viene sistemata, grazie anche a un improbabile sacchetto di sabbia rimediato per la grancassa, i sei italiani tutti stretti su quel piccolo palco si scaldano e danno il loro meglio. La loro musica stratificata ha bisogno del giusto riverbero per incendiarsi, deve trovare il proprio spazio. We Can Always Run to Hawaii esce più distesa del solito. Guardare Paul Pieretto suonare il basso è sempre uno spettacolo e gli ACE trovano lì la giusta propulsione. Wartimes si fonde dentro una canzone nuova ancora senza titolo, dall’atmosfera notturna, e che Jonathan intona per buona parte lontano dal microfono, ad accentuare le profondità del suono. “Dark and moody” lo definiscono gli inglesi, come mostra bene Victories at Night, ed è una gioia accorgersi come ci sia chi già riconosce la “classica” Stay Son. Non a caso al Windmill sono presenti anche i ragazzi della Bailiwick Records, che presto pubblicheranno il primo 7” ufficiale degli A Classic Education sul mercato britannico.
A dire il vero non sono i soli. La stanzetta è stipata all’inverosimile e si notano numerose facce note: gli Art Brut al completo tranne Eddie Argos, alcuni membri dei These New Puritans e dei Pocketbooks, Ian di How Does It Feel To Be Loved, Trev del Lostmusic blog, Chris di Heaven Is Above Your Head e Bob di Underexposed, che ci ha gentilmente concesso le fotografie. Siamo tutti piuttosto su di giri. Ricordo bene le ultime tre canzoni che quasi da sole mi saltano fuori dalla valigia dei dischi prima che i Crystal Stilts comincino a suonare: The Other Side Of Mt. Heart Attack dei Liars nella versione di Death in Donut Plains, Turn the Radio Off dei Love Is All e Off You delle Breeders. Ma questo è soltanto un vago contorno, ormai tutti gli occhi sono puntati verso il palco. La figura dinoccolata di Brad Hargett si muove senza fretta intorno al microfono e controlla che ognuno sia pronto. Alla sua destra il chitarrista JB Townsend sembra uno studentello appena uscito dal college, in piedi dietro un minimale set di batteria c’è Frankie Rose, ex Vivian Girls, in seducente sottoveste nera, mentre il bassista Andy Adler è il più gioviale di tutti. C’è anche Stephanie delle Shrag alla tastiera, accompagna la band per questo tour inglese.
Sono le undici passate da circa un quarto d’ora quando partono le note di The Dazzled e subito dopo, implacabile, Through The Floor, di cui ancora circola soltanto demo in rete ma che è già un cavallo di battaglia dei newyorkesi. L’impasto sonoro lascia la voce di Hargett ancora più bassa nel missaggio e, complice il suo incedere da narcolessia, tutto ha l’aria di succedere dentro un’allucinazione eccitata. La stanza rimbomba di feedback e ritmi cupi, la percezione si fa confusa, il pubblico a una spanna dal gruppo si abbandona. Crollano in pochi istanti i riferimenti ai Joy Division che in tanti, nei mesi passati, avevamo utilizzato per descrivere il suono dei Crystal Stilts. Se rimane evidente il giocare al “wall of sound” di Phil Spector, dall’altra parte si cercano atmosfere più dilatate, capaci di galleggiare distanti. Alla secchezza mancuniana qui si oppone una sorta di psichedelia liquefatta, alimentata dagli accordi di chitarra ora languidi ora più aspri, e che dal vivo diventa palese nei pezzi più indolenti, come Prismatic Room. Torna in mente un nome che ingenuamente non mi sarei mai aspettato di citare: i Doors. Hargett tiene gli occhi socchiusi, ha un’espressione rapita e un mezzo sorriso. Departure suona quasi lugubre e Crippled Croon, desiderata, attesa, urlata a gran voce, finalmente arriva a spazzare via ogni ansia, a liberare. Alla fine c’è anche il tempo per un inaspettato bis: la cover di Temptation Inside Your Heart dei Velvet Underground, a ribadire quali sono le radici profonde della musica dei Crystal Stilts. Una band che lavora sull’ossessività e sugli scarti brevi delle melodie, costruendo un suono che, domando il rumore, sembra allargarsi e distendersi piuttosto che innalzarsi, e che proprio per questo risulta affascinante.
[photo courtesy of Underexposed.org.uk]










