La savana in salotto in compagnia di una tanto improbabile quanto ben vestita fauna di samples electro-funkeggianti allo stato brado, ovvero la bizzarra ma riuscitissima collaborazione tra il capo tribù dell’Ethio-Jazz Mulatu Astatke e la compagine di esploratori inglesi, gli Heliocentrics, guidati dal buon Malcolm Catto. Serviva un album come Inspiration Information per sfatare il luogo comune dell’uomo bianco che vuole colonizzare l’uomo nero: questa volta all’uomo bianco non resta che sedersi ed ascoltare, ammirare e infine accompagnare la maestosità e la sapienza musicale dell’uomo nero. Dalla fusione di due culture agli antipodi nascono esperienze ora sofisticate come Blue Nile, ora profondamente ballerecce come Esketa Dance. Se si trattasse di una macchina da cucire o di un set di pentole potremmo definire questo disco come “modernismo e tradizione che si incontrano per il vostro piacere”, ma trattandosi di un prodotto discografico (e che prodotto) lo definiremo “un tango sotto un baobab con appese luci stroboscopiche”.
Re Mulatu Astatke & The Heliocentrics live proposti dalla Stones Throw

Anche quest’anno Vitaminic, nella mia persona, è stata al SXSW.
L’edizione 2009 è stata per molti versi migliore delle ultime tre: ho visto dal vivo tutti gli artisti più chiacchierati dai blog americani, da Pitchfork e dai nostri media italiani.
Poche parole, però. Lasciamo che siano le immagini a parlare. Come sempre, infatti, quando mi è stato possibile ho filmato: se è vero che girare un video dei Black Lips (nel mezzo del mosh pit e travolti da un delirio di ragazzine scatenate) sarebbe stato un suicidio per la mia povera telecamera, è anche vero che dove c’era un minimo di quiete, la lucina del “rec” era accesa.
Cominciamo alla grande con Wavves, che si è esibito – da Maggie Mae’s, sulla 6a – il primo giorno del festival, in acustico.Ventidue anni e nessuna voglia di vivere: lo adoriamo. E So Bored è già una delle canzoni dell’anno.
Enjoy.
P.S. Non ve l’abbiamo ancora detto, ma sta per arrivare a Milano…
Iraq, Afghanistan, Uganda, Congo. Finiranno in progetti per i bambini di questi paesi i proventi di War Child: Heroes, la quarta vip-compilation dell’omonima ong. Artisti noti coinvolti, cover illustri e beneficenza sono già un buon motivo per comprare e regalare questo disco. Dopodiché, onestà impone di interrogarsi anche sulla qualità e riuscita musicale dell’operazione. Il concept stavolta consisteva nell’affidare a 15 grandi nomi della storia del pop e del rock la scelta di un gruppo/artista attuale come “erede spirituale” a cui affidare un pezzo del proprio repertorio, in una sorta di ponte tra generazioni. Ne è venuto fuori un cast eterogeneo di nomi dalla popolarità trasversale, dal buon appeal commerciale e dalla discreta credibilità artistica (niente vincitori di X-Factor insomma). E gli esiti? Alcuni rifacimenti (la patinata Superstition di Estelle, i Kinks e Ramones replicati da Kooks e Yeah Yeah Yeahs, il delicato tributo a Joshua Tree degli Elbow) sono molto fedeli e si risolvono in un semplice update nell’arrangiamento, e in questo caso è difficile non rimpiangere la personalità degli originali. Va forse peggio a chi osa troppo: se la Transmission degli Hot Chip è un disastro totale, gli Scissor Sisters replicano con Do The Strand l’operazione-Comfortably Numb (e il gioco mostra un po’ la corda, nonostante l’innegabile catchyness). Più alto il livello medio delle tracce restanti, che pur essendo destinate a piacere soprattutto a chi segue i rispettivi esecutori, generalmente confermano la bontà dell’abbinamento presente-passato. Da Rufus Wainwright ai Tv on the Radio, da una Lily Allen perfetta compagna di sbronze di Mick Jones ai Franz Ferdinand (che rifanno i Blondie letteralmente, dopo che non gli è riuscito in senso figurato nell’ultimo album), lo spirito degli artisti originali sopravvive e ben si sposa con il tocco degli “allievi”. Menzione d’onore per Beck che rende rinfrescante anche Bob Dylan, per gli intensi Hold Steady di Atlantic City e per la Search And Destroy di Peaches, una bomba. Lo zio nostalgico o l’amica di Facebook potrebbero gradire molto il regalo; il fratello maggiore più esigente…si accontenterà.
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Si definiscono un “un progetto dance che in realtà suona con chitarre e batterie” ma questa risponde solo a metà del vero. Infatti, si potrebbe allo stesso modo dire che i Did sono una band post-punk che innesta sul proprio suono abbondanti dosi di elettronica. E questo lo si vede in maniera lampante dal vivo, quando il dinoccolato Guido Savini alla voce deve destreggiarsi tra un paio di microfoni, synth, pad ed effetti vari. L’ep che sancisce il debutto ufficiale dei Did (dopo una prima uscita in free download sulla net-label Kirsten Postcard) è Time For Shopping, quattro tracce prodotte da Maurizio Borgna, già al lavoro con Zen Circus, Perturbazione, Northpole, Fine Before You Came e Disco Drive. Proprio questi ultimi potrebbero forse rappresentare il paragone più immediato e scontato per i Did, che però mostrano di avere anche altre inclinazioni, a volte più pop (come nel ritornello killer di Ask U2), a volte più rudi (vedi l’incalzante Crazy Yes, degna degli Shitdisco). E poi gran profusione di campanacci in stile !!! e una sfrenata voglia di accendere le danze, come nella sfacciata title track, contagiosa sin dal primo “oh yeah!” tutti coro. Entro l’anno dovrebbe uscire anche il debutto sulla lunga distanza, e allora sì che si scatenerà il party.
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Le prime recensioni di questo album sono entusiaste: Stereogum, Drowned In Sound e Pitchfork plaudono l’annunciata svolta electro della band. Nel frattempo, forse, arriverà anche la vecchia solfa sul gruppaccio rock ‘n’ roll che deve starsene lontano dalle MACCHINE. Nell’attesa sfatiamo il mito: nessuna svolta simil-eighties. La pista da ballo, e il relativo romance, sono soprattutto un’ossessione delle liriche. Se poi le iniziali Zero (loffia) e Heads Will Roll (bomba) si concedono la cassa in quattro e il synth alla Blondie, con Soft Shock (appunto) si torna in zone già esplorate. Questo è il limite del disco: affrontare il nuovo (già vecchio) senza convinzione. Però in fondo chi se ne frega, siete voi a essere fissati con i dischi. I Yeah Yeah Yeahs sono già oltre il postmodernismo: godono dell’istante e del frammento, ma prendendoli sul serio. Senza nostalgia per i feticci del moderno (tipo il disco). Così ogni canzone diventa terreno per un gioco diverso. Il funky intimista di Dragon Queen, e la quasi orchestrale Runaway, sono giochi che coinvolgono; altre volte sono risaputi (Dull Life) o necessitano tempo (Little Shadow). Ma sono sempre giochi SERI, a dispetto di un certo edonismo lirico.* Quindi si, It’s Blitz! è il cosiddetto coso di transizione. O se preferite è un minestrone senza coesione, ma ce ne fossero di minestroni tanto interessanti.
*in realtà non c’è alcuna contraddizione. Siamo noi a considerare il divertimento e il corpo come bassi, o superficiali. I Yeah Yeah Yeahs no, da anni.
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Dietro il moniker di Alaska In Winter si cela Brandon Bethancourt, colui che meno di un paio di anni fa aveva dato alle stampe quel Dance party In The Balkcans che riprendeva i suoni dell’europa centro-orientale e li mescolava al più moderno synth pop. Più o meno ciò che avevano già fatto, con risultati migliori, Zach Condon (Beirut) e Heather Trost (A Hawk And A Hacksaw), ospiti nel disco. I limiti evidenziati all’epoca, soprattutto nella monotonia degli arrangiamenti, sono ora accentuati da una scelta stilistica che predilige le soluzioni sintetiche e lascia da parte le influenze balcaniche. Più Royksopp o Daft Punk nel dna delle canzoni di Holiday, album che inizia abbastanza bene, con una discreta varietà nelle timbriche, ma si arena poi in una ripetitività di fondo piuttosto marcata. Niente di particolarmente brutto a dire il vero, però l’insieme pare portato avanti quasi per inerzia. Un EP di quattro o cinque brani sarebbe stato sufficiente.
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Advance Base Battery Life è una raccolta di pezzi – b-sides, singoli, cover – scritti e pensati da Owen Ashworth in questi anni di attività come CFTPA; il disco nuovo, invece, avrà per titolo Vs. Children ed uscirà in Aprile. Il noise elettronico fa da collante ai brani in scaletta, lasciando all’atmosfera rarefatta il compito di interessare e coinvolgere chi ascolta. L’indole intimista di Ashworth non è scalfita né dai bits hip hop, né dai suoni dei sintetizzatori che, anzi, sembrano abbracciarne la voce stentorea e discreta. Le cover ridimensionano l’ampiezza dei brani originali (dove per ampiezza intendo non solo il grande successo di pubblico, ma anche la spaziosità degli arrangiamenti) portandoli nel riserbo della sensibilità di Ashworth, tanto che perfino in brani come Graceland l’incedere militaresco dei bits non ne intacca la “grazia” che le è propria. L’aria da raccolta si percepisce da subito, dal momento che sembra proprio mancare una trama dietro al susseguirsi dei pezzi. Ma l’ascolto resta piacevole e distratto, con qualche colpo d’orecchi come in White Corolla e in Lonesome New Mexico Nights.
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Se gli alieni ci studiassero in base alla musica che ascoltiamo e prendessero a campione un disco di folk di inizio ventesimo secolo e questo Animals In The Dark di William Elliott Whitmore, ne risulterebbe un’evoluzione quasi pari a zero. In effetti, a parte una fedeltà di suono diversa, i due dischi sembrerebbero appartenere alla stessa epoca. Il folk è fatto così, nasce vecchio e allo stesso tempo non invecchia mai, è musica per tutte le età che racconta sempre le stesse indispensabili storie. Il Nostro è anche giovane e ha qualche disco alle spalle, approdato alla Anti non ha fatto niente di più che armarsi di chitarra e sputare fuori un disco di quella che presumibilmente è la sua musica preferita. Folk-country-blues delle origini, roba che abbiamo ascoltato migliaia di volte e che al primo ascolto potrebbe trarre in inganno, risultando sempre la solita minestra riscaldata, invece non è così. Sintonizzando i propri umori sulle giuste frequenze, le dieci canzoni in scaletta scendono giù fresche come una limonata in pieno ferragosto, con tutta la loro essenzialità. Un album antico e sincero, che offre tutto ciò che si può ancora chiedere ad una musica ormai senza tempo.
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All’avvicinarsi di questo fine stagione iniziamo uno strano viaggio a ritroso, pubblicando in effetti alcune tra le prime cose che abbiamo realizzato come Pronti Al Peggio. I My Awesome Mixtape non sono stati i primi in assoluto (quasi) ma è con loro che abbiamo capito che la cosa si poteva fare sul serio, che il risultato era maggiore alla somma delle parti, che una telecamera più una canzone più un gruppo di musicisti con le palle di mettersi il gioco potevano emozionare fino ad uscire dallo schermo del computer.
Il tutto si svolge alla periferia di Bologna, una domenica pomeriggio, di quei giorni non particolarmente luminosi nè tragicamente grigi. Il cortile della scuola è aperto, nel campetto c’è una partita di calcio stile scapoli contro ammogliati, i giocatori sono tutti ragazzi dell’est europa. Dietro di loro sentiamo arrivare un vociare, ci avviciniamo per capire cosa sta succedendo.
C’è qualcosa di ingenuo nella musica dei MAM, oppure ce ne siamo convinti noi vedendo tanto talento stipato dentro ragazzi così giovani. A pensarci bene forse non è una cosa che ci siamo immaginati, anzi, anche agli occhi di chi queste cose le giudica con ingenuità sembrano avere una potenza particolare. In un mondo perfetto sarebbero band del genere a scrivere la canzone della nuova edizione di Bim Bum Bam. E anche a vincere il festival di Sanremo.
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Guarda i My Awesome Mixtape alle prese con la cover di Back To Black di Amy Winehouse