The Hunches: Exit Dreams (In The Red/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 10/2/2009

thedLa visione d’insieme, il piano, qualcosa che stia oltre le contingenze e qualsiasi altro sinonimo vogliate usare. C’è un disco degli Hunches fuori, è il terzo disco per In The Red e non suona (a parte un paio di puntate tipo Ate My Teeth) come i due dischi precedenti. I quali rimangono ad imperitura memoria dei fanatici come due capolavori del rock degli anni duemila, chiassosissimo e brutale garage-surf, tra i massimi esempi di rumore non-viziato da rumorismo degli anni in corso. La visione d’insieme, dicevamo: Exit Dreams è un disco, se vogliamo, importantissimo che estende le facoltà della band alla forma canzone, forse anche ad un formato tipicamente post-garage di un pop scalcinato e depresso che strizza l’occhio sinistro a Don Van Vliet mentre punta il destro su Neil Hagerty e se la tira perchè lo strabismo fa tendenza. Un disco che ci sta, che funziona, che surclassa un numero incalcolabile di wannabes intorno a lui e che (…), ma nondimeno. La stessa sensazione ci era piombata addosso quando s’era trattato di affrontare la prima uscita overground di Magik Markers (di cui certo ricorderete l’irresistibile ascesa verso il limbo delle celebrazioni postume): ok la scrittura, ok la botta, ok l’essere storti e insidiosi, ma vaffanculo. Non vi tratteniamo oltre: c’è un disco nuovo degli Hunches, da Portland. Non è una botta punk di dimensioni incalcolabili, è un’altra cosa. Meglio di niente. O forse era meglio niente, cioè riascoltarsi Fuck Disco Beats. Cosa che sto facendo, alla facciaccia loro.

Visita il myspace della band
Vediti un video di quando gli Hunches erano davvero fighi

Vitaminic e Grinding Halt presentano… Vitaminic Night con Wildbirds & Peacedrums

Marina Pierri | 10/2/2009

Siamo contentissimi di inaugurare una nuova stagione degli eventi live organizzati da noi di Vitaminic.

Il primo, piccolo ma gustoso, sarà in una casa privata e avrà come ospite la pluri-acclamata band italiana Il Genio. Non dimenticheremo di pubblicare alcune foto e raccontarvi com’è andata.

Il secondo, beh, ve lo presentiamo qua sotto. È anche questa in una casa, è vero, ma è una casa… diversa, in cui non serve essere invitati ma solo presentarsi con la propria tessera Arci. Protagonisti d’eccezione per questo evento #2, nella loro unica data italiana, saranno i Wilbirds & Peacedrums, duo maschile/femminile (Mariam e Andrea sono sposati, peraltro) autore del bellissimo album di debutto Heartcore. Il particolare pop della band è venato di sfumature avant: melodico e sconnesso, è piuttosto unico. Per questo ce ne siamo innamorati.

(A proposito, ci sarà anche un evento #3 – ma di quello vi parleremo un po’ più in là)

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La data della Vitaminic Night con Wildbirds & Peacedrums è martedì 3 marzo. Non dimenticate di arrivare un po’ prima per godervi un aperitivo con il nostro dj set, subito prima del concerto. E, ci raccomandiamo, teneteci d’occhio perché tra qualche settimana vi regaleremo anche alcuni biglietti…

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VITAMINIC NIGHT CON… WILDBIRDS AND PEACEDRUMS
Martedì 3 Marzo 2009, Milano @ La Casa 139

Apertura porte ore 21.00
Ingresso € 10,00 +Tessera ARCI
Prima del concerto aperitivo e dj set a cura di VITAMINIC

Il duo Wildbirds and Peacedrums torna in italia per un appuntamento unico il 3 Marzo alla Casa 139 di Milano.

La band presenterà in anteprima il nuovo album ‘The Snake’.

Il precedente album ‘HeartCore’ ha avuto un enorme successo di critica e pubblico in Italia facendo parlare degli Wildbirds and Peacedrums come della sorpresa del 2008, e divenendo una delle più attese per il 2009.

Gli Wildbirds & Peacedrums sono una band svedese composta dalla cantante Mariam Wallentin e dal batterista Andrea Werliin. Conosciutisi all’Academy of Music and Drama di Goteborg nel 2004, dove Mariam studiava improvvisazione vocale e Andrea percussioni. I due erano frustrati dall’approccio troppo istituzionale con cui si insegnava musica, e cercavano una nuova via. Gli Wildbirds & Peacedrums nascono quindi dal desiderio di liberarsi da ogni bavaglio accademico e di tornare alla musica che cattura il puro sentimento. Non sorprende allora, considerata la loro evidente affinità musicale, che i due musicisti si siano sposati subito dopo aver iniziato ad esibirsi nell’estate del 2005, durante una vacanza berlinese.
“Iniziamo sempre con le parole che scrive Mariam, poi cerchiamo uno o due elementi che stiano bene con queste – può essere un ritmo o un suono – e poi partiamo da lì. Per me è una liberazione scrivere musica in questo modo – non ho bisogno di coprire molto la voce di Mariam, posso suonare un ritmo semplice e fare affidamento sui silenzi. Manteniamo molto spazio nelle registrazioni e sembra che chi ascolta riesca a riempirlo da sè – un ascoltatore di musica jazz ci sente fiati e linee di basso mentre un punk ci mette delle chitarre frantumate!” – parole di Andrea Werllin, percussionista (e non semplice batterista) del duo Wildbirds and Peacedrums.
Nel 2007 hanno pubblicato, per la Leaf records (Essie Jain, tra gli altri artisti che incidono per questa giovane e attenta label scandinava), il loro esordio ‘Heartcore’ che l’anno seguente è stato pubblicato in tutta Europa. L’album ha messo d’accordo la stampa di tutta il continente attirando l’attenzione sull’originalità del connubio tra la voce di Mariam e le percussioni di Andrea.
Alla pubblicazione dell’esordio è seguito un lungo tour in tutto il mondo che ha mostrato una band capace di rendere ancor più originale la propria musica e di fare uno show unico nel suo genere. I vocalizzi di Mariam dal vivo diventano uno strumento aggiunto alla forza tribale delle percussioni di suo marito Andrea.
Il duo si appresta ora a pubblicare il secondo album, atteso per Marzo 2009, ‘The Snake. Il nuovo album non cambia la direzione intrapresa con il precedente lavoro ma la band fa un salto in avanti per quanto riguarda il livello del songwriting, più maturo che in precedenza. Nel loro nuovo lavoro The Snake, il duo composto da Andreas Werliin e Mariam Wallentin investiga la parte più oscura della vita, la loro e quella del mondo che li circonda, e lo fanno in dieci canzoni caratterizzate dal loro stile inconfondibile.

Il 3 Marzo 2009 alla Casa 139 di Milano gli Wildbirds and Peacedrums in data unica italiana presentata da Vitaminic.it.

More Info @
www.theleaflabel.com
www.myspace.com/theleaflabel
www.wildbirdsandpeacedrums.com/
www.myspace.com/wildbirdsandpeacedrums

Dente: L’amore non è bello (Ghost/Venus)

Nur Al Habash | 10/2/2009

l_9dbbddd4a4ce46bd91bc6be9df24cca6Se ogni cantautore ha un’anima, un colore, qualcosa che lo distingue nel mare di uomini al mondo con una chitarra in braccio, ciò che pare faccia la differenza per Dente è il suo essere innamorato, perennemente, quasi fosse la sua condizione fondamentale. E così, nel duemilaenove, pizzicando la chitarra e dondolando a tempo riesce ancora nel raro miracolo: spogliare il cantar d’amore da ogni possibile banalità. Lo fa con un disco che è quasi un concept album sull’amore “masticato e digerito”, tra l’ebbrezza e la devozione dell’inizio, la rabbia e la delusione della fine e tutte le sfumature possibili nel mezzo. Dietro di lui per la prima volta una vera e propria band a legare con un filo i suoi acquerelli, a renderli corposi e morbidi all’ascolto, a definire una personalità musicale che sguazza ancor di più nel cantautorato dei settanta italiani: i fraseggiati ampissimi e gonfi di fiati del più classico dei Battisti, ma anche di quello più elettro-acustico dei lavori meno famosi, così come i synth di Sorrenti e gli atteggiamenti più scanzonati (e rari) di Tenco. E poi, il Dente come l’abbiamo sempre conosciuto, quello con uno straordinario talento per la semplicità, essenzialità e bellezza nella linea melodica, quello che ancora riesce ad usare un giro di do e farci una canzone meravigliosa sopra (e tu ci caschi per l’ennesima volta, Dio!), quello che si snoda senza batter ciglio tra il lento melodico e la bossa, lo stornello e la filastrocca, quello che si rivela uno dei pochi rimasti che hanno coraggio di fare delle “canzoni”, semplicemente -e riuscirci, per giunta- che non segue nessuna moda e che ti fa venire voglia di ricominciare ad usare con cognizione di causa aggettivi come “sensazionale”. E’ ancora il Dente che spara un sacco di stronzate e rime sconclusionate, parole di un’ingenuità disarmante e minuscoli dettagli. Fai per condannare tutta questa naïvété che dopo i trenta diventa imbarazzante, ma poi ti accorgi che tra le righe c’è una serietà che impressiona, affilata e tagliente. E non solo perché é un disco registrato bene, con tutti i crismi e un bel ventaglio di strumenti a fargli aria, ma perché tutto è al suo posto, dietro le battute ci sono le amarezze e stavolta non c’è più un pop così scanzonato da nasconderle a dovere. Tra la battuta e il gioco vengono sputate lì frasi in cui si possono sentire ancora le delusioni e le scottature che hanno ispirato le canzoni: sono rimaste intatte. E così ci si ritrova ginocchia a terra a dire “L’amore non è bello”, tra la leggerezza di un proverbio mozzato e il peso di una verità triste, con il petto gonfio di quella che lui stesso ha avuto cura di chiamare “pura disillusione”.

Ascolta il primo estratto dall’album, Vieni a vivere
Visita il sito ufficiale

Oxford Collapse + Pilar Ternera @ Locomotiv Club, Bologna (6/2/2009)

Enzo Baruffaldi | 10/2/2009

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Chitarra, basso e batteria: guardali, lì sul palco, senza incertezze in mezzo a tutto quel disordine di accordi e colpi che franano, con quel certo ghigno che ogni tanto non può fare a meno di scappare. Gli Oxford Collapse, band di Brooklyn accasata presso la celebre etichetta Sub Pop, non assomigliano esattamente a delle star, ma nemmeno rispettano troppo i cliché punk. Con l’occhio sornione e le camicie quasi stirate, sembrano piuttosto quei tuoi compagni di liceo un po’ teppisti, quelli che tramavano sempre qualche scherzo pesante tipo dare fuoco alla sala professori, ma che poi erano abbastanza svegli da non farsi beccare mai.
L’attacco del concerto è tutto per l’ultimo album Bits, e già nelle prime quattro o cinque canzoni ci sono cavalli di batttaglia come le trascinanti Featherbeds o Young Love Delivers. — Continua a leggere

Jamie Lidell @Tenax, Firenze (21/01/09)

Massimo Reali | 9/2/2009

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Il piano da una parte. Dall’altra una bara con laptop, controller e una serie di apparecchi vari. E poi le scarpe bicolore di vernice anni’50 e una giacca d’orata. Visivamente è tutto quello che mi rimane di Jamie Lidell. Ammetto che dovrei rimarcare le innate qualità vocali e la capacità di intrattenimento di questo moderno e scatenato crooner Northen Soul cresciuto ad elettronica con i Super Collider. Ma se provate un attimo a guardare dietro tutta questa perfezione, e badate bene che è tutt’altro che manierismo: il ragazzo trasuda passione e buone intenzioni da tutti i pori, c’è un divo capace di tenere nelle proprie mani tutti i presenti. Con la variante che oltre che con la voce, il piano e la presenza scenica detta poco sopra Jamie Lidell non si lascia mancare proprio niente:  quando si sposta alla parte elettronica del palco sebbene i mezzi siano gli opposti il risultato è sempre lo stesso. Poteva facilmente cadere in una scopiazzatura un po’ paracula della nuova scena soul tutta mtv e lustrini. Non l’ha fatto (o l’ha fatto  è vero ma che diamine solo in parte) e per questo non posso che volergli bene.

Fotografia di originalhamster.

I Podcast di Vitaminic: La Belle Epop

Federico Pirozzi | 6/2/2009

naked-mozHello everybody! Bentrovati al podcast de La Belle Epop, “il tentativo d’intrattenimento musicale con le canzoni che avremmo sempre voluto ascoltare alla radio”, in diretta da Siena su Facoltà di Frequenza e in differita su Città Del Capo Radio Metropolitana di Bologna. La trasmissione che state per ascoltare è andata in onda lo scorso giovedì come prima puntata del 2009. Sì perché finalmente, dopo la lunga pausa invernale e dopo tanto rincorrersi, i due dietro i microfoni, Cat e Fede si sono ritrovati nella stessa città con qualche ora libera e un po’ di dischi per le mani. E cosa di meglio da fare se non scongelarsi al caldo degli studi della college radio senese e suonare le canzoni arrivate con il nuovo anno insieme a qualcosa rimasta in sospeso del vecchio?
Ecco la scaletta:

Dent May – Love Song 2009
Anathallo – Noni’s Field
The Pains Of Being Pure At Heart – Young Adult Friction
Have a Nice Life – Deep Deep
(ritorno della mitica rubrica The Max Touch, al telefono con Massimo Reali)
Animal Collective – My Girls
Nickel Eye – You And Everyone Else
Here We Go Magic – Fangela
Dente – A Me Piace Lei
Loney Dear – Airport Surroundings
The Sound Of Arrows – M.A.G.I.C
Morrissey – Something Is Squezeeing My Skull

Scarica la puntata in mp3…
…oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Uochi Toki: Libro Audio (La Tempesta Records)

Alex Grotto | 6/2/2009

uochitokiUn ritorno assai gradito ed atteso quello della coppia di disturbatori sociali composta da Napo (Matteo Palma) e Rico (Riccardo Gamondi) al secolo Uochi Toki. La nuova avventura, metaforicamente nominata Libro Audio, non delude le aspettattive e segna di fatto il punto più alto raggiunto sia dalla creatività autoironica e verosimilmente autobiografica dei testi (Napo a mio avviso rappresenta il miglior paroliere del nostro reame degli ultimi cinque anni), sia dall’insidiosità – smussata e più elaborata, ma pur sempre elevata – delle basi e dei campionamenti, addirittura più azzeccati di quelli che imperversavano in Vocapatch. Come il titolo stesso suggerisce, il filo narrativo e strutturale dell’album si basa sullo stesso stampo del precente lavoro targato Uochi Toki ed Eterea Postbong Band – La Chiave del 20: le tracce corrispondono ad altrettanti frammenti che compongono una storia, una vicenda narrata dal disco nella sua interezza. Le dodici storie raccontate in Libro Audio si identificano in altrettanti personaggi che mi ricordano i protagonisti di quei libercoli e manuali terapeutici che affossano certe sezioni delle librerie, quelli che per intenderci hanno titoli come “Smettila di incasinarti la vita” o “Come guadagnare un sacco di soldi e guarire dall’agorafobia con la dieta del carcerato”: ecco, differentemente da questi ultimi, Libro Audio potrebbe realmente sortire qualche effetto benefico e rinvigorente, come guarire dal buonismo superfluo e da adolescenze indesiderate. Il tutto in dodici semplici passi.

Grace Jones: Hurricane (Wall Of Sound/Self)

Chiara Leandri | 6/2/2009
grace_jones_hurricaneScrivo la prima parola. Grace, grazia.
Ecco, Grace Jones non mi ha mai ispirato un qualsiasi sentimento di grazia o leggiadria. Questo disco non cambierà le cose, ma anzi, le ricolorerà di nuovi accenti e persuasioni. Grace Jones ha una storia pazzesca alle spalle, con la quale confrontarsi è quasi impossibile. Modella, attrice, icona gay, amica intima di Andy Warhol, cantante imprescindibile negli anni ‘80, una decina di album alle spalle e numerosi successi in classifica. A ciò, però, si aggiunga quel suo lato misterioso e algido che l’hanno sempre dipinta come pantera nera e aggressiva. Così il suo aspetto, mentre la musica si è mantenuta su note fantasiose e trascinanti, tanto da meritarsi un premio ideale per miglior connubio fra raggae e dance. Da allora, da quasi 20 anni, mancava sulle scene danzereccie più scatenate con la sua verve e la sua provocazione. Questo ritorno a sessant’anni non sembra averla intaccata. Non si può che stimarla per aver tenuto duro col suo stile. Non si può che premiare pezzi come Corporate Cannibal che sfociano nella dark elettronica (quel suo video, così tecnocrato, ricorda tanto un incrocio fra la copertina di Mezzanine dei Massive Attack e un momento di Alien). E non si può che ammirare un disco così, che proviene dal passato. Sì. Perchè al di là di contaminazioni moderne e intrecci alla Brian Eno, il gusto precipuo di Hurricane è legato a radici afro già sentite, canzonetta del soul americano, parlato psichedelico. E’ un bel mix, certo, in linea con il trasformismo di una donna che mai ha finito di definirsi. Ma alla lunga stanca, non si capisce dove voglia arrivare. E la grazia è sempre più difficile da scovare.
 
 
 

VV.AA.: Perfect As Cats – A Tribute to The Cure (Minimal Vinyl/Goodfellas)

Simone Varriale | 5/2/2009

perfectascatsatributetokd3Non ascoltate questo doppio album dall’inizio alla fine. Lasciate perdere la fruizione sequenziale e concentratevi sul valore (funzionale) di una canzone da 3 minuti. In tal caso le 33 cover di Perfect As Cats saranno un’esperienza gestibile, piacevole e persino coinvolgente.
Il progetto consiste in questo: prendere il transgender-ismo dei Cure e spogliarlo di alcuni alambicchi degli anni ’80. Ne è un esempio il folk umbratile di Mariee Sioux (Love Song) e della scarna The Drowning Man di Caroline Weeks. Altrimenti c’è l’approccio fluido e destrutturato degli Aquaserge (10.15 Saturday Night). O si può scegliere Bat For Lashes, che rallenta le pulsazioni di A Forest quanto basta per farla sua. Da queste parti sono le donne a proporre le soluzioni più interessanti, mentre i maschi suonano meno fantasiosi. Gli ex Muslims risultano calligrafici nonostante le promesse per il 2009, Primary dei Dandy Warhols è vestita bene (e basta), mentre i Veil Veil Vanish rifanno The Upstairs Room quasi uguale (ma proprio per questo, spacca).
Perfect As Cats è migliore dell’altro tributo uscito di recente. La varietà delle letture dovrebbe soddisfare anche i più esigenti taste makers dell’indie pop. Inoltre è un buon mezzo per conoscere la scuderia Minimal Vinyl e sostenere una buona causa (e per scoprire una band interessante ancora senza contratto).

P.S. Nessuno dei partecipanti è andato oltre Disintegration (e chi scrive sente un pelo la mancanza di Wish).

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Visita Invisible Children, per sapere che fine faranno i proventi dell’album

Gallara: Psycotic Strumental (66Sixties Records)

Enrico Amendola | 5/2/2009

gallaraI Gallara sono una band toscana abbastanza originale seppur completamente derivativa. La loro musica, interamente strumentale, è una operazione di ripescaggio vintage delle colonne sonore di film italiani anni ’60 e ’70. Psycotic Strumental, con il suo surf-beat-garage-funky-rock’n’roll è una micidiale miscela psichedelica, perfetta come accompagnamento di un film poliziottesco, in cui uomini dai folti baffoni e dai capelli alla Panatta, si inseguono e si crivellano di colpi senza soluzione di continuità. Il rimando a quegli anni è evidente sin dalla copertina del disco, che ne ripesca l’immaginario erotico  di alcune vecchie pellicole. Chitarre, percussioni, basso ed organo modificano la struttua spazio-temporale, proiettandoci direttamente in quelle atmosfere sfocate, fatte di trip allucinogeni, cocktail ad alto tasso alcoolico e sproporzionati occhiali da sole che sembrano esser tornati tanto di moda adesso. E visto che ciclicamente la moda ci ripropone soluzioni vintage spacciandole per la grande novità del momento, non vedo perché con la musica dovrebbe essere diverso. Come se non bastasse, la qualità dei Gallara è più genuina e sincera di una mera operazione di marketing.

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