Apriamo la stagione delle Vitaminic Night tra pochissimi giorni: martedì 3 marzo a La Casa 139 siamo davvero orgogliosi di presentarvi, dalla Svezia, i bellissimi Andrea & Mariam, aka Wildbirds & Peacedrums. A proposito… arrivate un po’ prima (alle 21) e non perdete il dj set con me, Tomm e Andrea Girolami di Pronti Al Peggio).
Intanto, ecco una maniera per entrare con noi alla serata: per vincere un biglietto basta (scriverci ) vitaminicontest (at) gmail (dot) comindicando il titolo di almeno un disco che avete scoperto grazie a Vitaminic…
Che la strada da Ancona a Memphis sia lunga è un dato di fatto. Gli El Cijo hanno provato a percorrerla a suon di chitarrone acustiche, banjo e contrabbasso. La musica di questi sei personaggi marchigiani è nel solco del new-folk di cui abbiamo diffusamente parlato su queste pagine, arricchito certamente da una ricerca strumentale che va oltre uno stucchevole finger-picking. Delicatezza e grazia si intrecciano alla polvere, in derive sperimentali interessanti – certo – ma esageratamente lunghe come nel caso di The Guy Of Yellow Grain , bel pezzo, che risente però pesantemente di questa scelta. Le categorie calviniane di leggerezza e rapidità sono doti necessarie perché la scrittura – soprattutto quella densa, cantautoriale, impegnata – possa essere godibile; sotto questo punto di vista Bonjour My Love – questo il titolo del disco – è in difetto. Pezzi come Old Man lasciano intuire il grande potenziale della band nel tenere insieme un tappeto strumentale sempre ricco ed originale del quale la voce stessa sembra esserne una trama. L’impressione finale è che si tratti di un lavoro accurato, ricco di momenti interessanti ma che restano tali in quanto interrotti da brani poco significativi che – di fatto – allungano la tracklist a sedici pezzi, senza che ci sia un movimento, un groove che trascini l’ascolto dall’inizio alla fine.
Ho letto diverse cose quantomeno curiose riguardo questo strano personaggio che risponde al di Neil Sutherland ma che per comporre ha deciso di mutare il proprio cognome scozzese in un più nordico Neil Landstrumm. Come la passione per farsi ritrarre incappucciato ad esempio. Ma che gliene importa ad uno che come lui sembra un predestinato: passato da tre delle più importanti label di musica elettronica (la Tresor, la Peacefrog Records e la Planet µ su cui ha pubblicato l’ultimo Restaurant Of Assassins). Capace di prendere il meglio da tutte le diverse esperienze e collaborazioni fatte e di riuscire non solo a sovrammetterlo grossolanamente ma ad amalgamare il tutto in un modo davvero personale. Con la compagnia degli amici di sempre (Si Begg, Tobias Schmidt e Carltron Killawat) l’ultimo lavoro di Neil Landstrumm, Lord for £39 risente delle (d)evoluzioni colorate della techno più calda e vintage così come delle frequenze più basse e scure del dubstep. Ma non si limita a questo: prova pure a spingersi in territori di chiaro stampo hip hop. Il risultato è una sorta di way of life all’elettronica targata Neil Landstrumm. Che non avrà la potenza avuta in passato da altri artisti ma che ha una capacità di suonare eterogena ma estremamente riconoscibile.
Amiche e amici vitaminici, eccoci alla quindicesima puntata dell’ottava stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna.
Una puntata, ahinoi, con film che non ci hanno convinto. Dopo avere commentato i premi dati a Los Angeles dall’Academy Awards, conosciuti come Oscar, siamo passati al primo film, The Reader, di Stephen Daldry, con la vincitrice della statuetta Kate Winslet e Ralph Fiennes. Il film è superficiale, e convince poco in ogni tema che tocca, dalla sessualità alla Storia, dal concetto di colpa a quello di responsabilità. Per voi musicofili, notiamo però le belle musiche del genietto Nico Muhly, oltre all’ottima interpretazione degli attori protagonisti. Il resto, poca roba.
Dopo avervi inorridito con il trailer dell’ultimo film di Costa Gavras, Verso l’Eden, abbiamo dedicato tutta la seconda parte della trasmissione ad Aspettando il sole. Non solo abbiamo parlato del film, che vanta un cast ricchissimo (tra gli interpreti Raoul Bova, Claudia Dovunque Gerini , Claudio Santamaria, Giuseppe Cederna, Raiz), ma che non decolla mai, purtroppo. Abbiamo discusso di tutto questo anche con il regista Ago Panini, in un’intervista piuttosto lunga e articolata.
E anche per questa settimana è tutto: se volete scriverci – e ci fa sempre piacere – mandate una mail a secondavisione@hotmail.com. Ciao!
Come fai a non odiare una come Anni Rossi? Ventitré anni, polistrumentista precoce e virtuosa della viola, comincia a concentrarsi talmente tanto su questo strumento poco noto che ne spreme fuori i migliori lati e li dona tutti alla canzone pop. Poi da qui ad essere prodotti da Steve Albini e a firmare con il gigante 4AD è un passo, si capisce. In realtà, chi è avvezzo alla musica classica e agli ambienti orchestrali sa che la viola è lo strumento più sfigato e preso in giro di tutti. Forse è per questo che da un po’ di tempo a questa parte siamo di fronte alla vendetta dei violisti (anzi, delle violiste) che decidono di riscattarsi ed elevare il loro strumento ad un livello completamente nuovo e stupefacente. Penso a Marla Hansen e le sue composizione intime e ruvide di viole pizzicate, al genio di Final Fantasy o alla stessa Joanna Newsom, che è riuscita a strappare l’arpa dalla sua aura di polvere e antica Grecia e l’ha riportata ai giorni nostri. Insomma, pare che si stia piano formando una piccola nicchia che rompe i confini della classica per tuffarsi a bomba nel pop, con tutta la raffinatezza del caso. E Anni di raffinatezza ne ha così tanta da poterci giocare, riempiendo ritornelli con pillole di virtuosismi, impreziosendo le melodie con la sua voce fina e precisa e perfino osando con un po’ di elettronica che sa di Eighties. Alla fine, il disco è talmente bello che scema un po’ anche l’odio invidioso scatenato dalla sola sua biografia. Come lei stessa dice, è una classical kid gone viola pop wunderkind, e per questo le si perdona anche una copertina orrenda come quella di Rockwell.
Ho un problema. Soffro di un’intolleranza alimentare nei confronti delle band che iniziano con “The”. Se ingerisco qualcosa con questo ingrediente il mio sistema immunitario sonoro impazzisce e perde oggettività: la reazione allergica spesso mi causa lacrime snob per carenza di creatività e temutissimi giudizi affrettati, ma posso immediatamente rassicurare gli astanti affermando che il tutto non è contagioso e che soprattutto non è il caso del disco in questione. Keep Clear, debutto full-lenght a trentadue denti bianchissimi dei fiorentini The Vickers è un ottimo esempio di quanto sia giusto andare oltre le apparenze. Dopo essermi trovato di fronte all’ennesima band con quell’articolo determinativo nel nome ho temuto di essermi nuovamente seduto al solito fast-food indie col menù scopiazzato dai tizi modaioli d’oltremanica: tracce tutte dello stesso gusto, gente vestita tutta uguale, solito stomaco ribaltato a fine pasto. Invece no, rimango basito: dannazione, ho finito di mangiare e ho il sorriso, sono felice e ho voglia di ordinare ancora. Questo è un fast-food diverso, inizio a capirlo da come mi guarda la gente dietro il bancone; vedo quei quattro ragazzi di un’onestà e una sincerità disarmante, li vedo preparare del cibo apparentemente precotto e chimico, ma portata dopo portata capisco che non si tratta di semplici prodotti riscaldati provenienti dai peggiori magazzini dell’NME: c’è tutto un mondo nuovo dentro le dodici pietanze di Keep Clear, c’è la consapevolezza di ottenere il massimo risultato possibile con la sola semplicità come in I’ve Got You On My Mind (ricetta presa in prestito da un certo Bob Dylan), c’è l’energia ballereccia di The Only One come digestivo e un clima di spensieratezza e leggerezza primaverile che non guasta mai a fare da sfondo. Non vedo l’ora di tornare a mangiare qui dentro.
Ammetto che avevo sottovalutato questa serata. Mea culpa. Il primo album degli Handsome Furs, Plague Park del 2007, non mi aveva coinvolto, pensavo fosse un po’ troppo dispersivo. Mah… Poi, in previsione di questo concerto, avevo dato un ascolto veloce al prossimo Face Control, in uscita a marzo ancora una volta su Sub Pop, e mi era sembrato addrittura frigido. Boh… Che questo valga come monito per ricordarsi di smettere di ascoltare dischi al computer. Insomma, quando Dan Boeckner e sua moglie Alexei Perry salgono sul palco del Locomotiv non so bene cosa aspettarmi. Alla chitarra lui, meno asciutto e fascio di nervi di quanto lo ricordassi nei Wolf Parade, ai synth e ai beats lei, una specie di M.I.A. bionda e a piedi nudi, tutta sorridente e saltellante. E vengo travolto all’istante. L’attacco irruento con le nuove Legal Tender e Talking Hotel Arbat Blues, che dal vivo suonano molto meno pulite e sintetiche, porta scritto a enormi lettere Springsteen + Suicide, e tutto comincia a vibrare di elettricità e sesso. Il modo in cui Boeckner graffia la sua voce, gli spasmi con cui scuote sé stesso e la sei corde sono capaci di infiammare anche le sequenze della drum machine, e Alexei piegata sulle macchine sembra sentire con ogni fibra del suo copro ogni frequenza spremuta dal microKorg. Tutto raggiunge l’apice con il prossimo singolo I’m Confused, concitato rock’n'roll che raccoglie la cattiveria di certi Primal Scream, e con Nyet Spasiba, canzone a quanto pare ispirata da torbide notti moscovite. Ma anche nella lingua italiana gli Handsome Furs sembrano trovarsi a loro agio: “Bocchino: credevo fosse il nome di un formaggio”, e il feeling con un pubblico piuttosto esaltato li eccita traccia dopo traccia. Richiamati a gran voce per un meritato bis, i due canadesi non si risparmiano, e alla fine è davvero un gran momento quando crollano esausti spalla contro spalla, mentre il fragore dei feedback si prolunga lacerante dagli amplificatori. Uno dei concerti più sensuali e coinvolgenti che mi sia capitato di vedere di recente. Alla faccia dei miei ascolti superficiali. Ad aprire la serata ci aveva pensato Wolther Goes Stranger, il progetto di Luca Mazzieri degli A Classic Education, che con il suo uso “drammatico” dell’elettronica più martellante mescolata ai suoni di un pianoforte affranto, quasi come un cantautore da iPod, e ad azzeccati visual, aveva creato un’atmosfera sospesa e palpitante, perfetta per regolare i cuori su quanto stavano per regalarci gli Handsome Furs.
Eccoci a un nuovo appuntamento con il podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa puntata fa media con quella precedente di San Valentino, ed è uscita insolitamente logorroica. Ma del resto i temi in discussione erano tanti e tutti scottanti. Per esempio, abbiamo scoperto che polaroid è un programma senza frontespizio, che Peter Doherty rischiava di non essere al Secret Show di MySpace perché c’era un Facebook Party, che qua una volta era tutto Settantasette, e (grazie a un nostro gentile ascoltatore) che “nulla è paragonabile ai Joy Division, solo il vuoto dei nostri cuori”. Non sono mancati poi i collegamenti con i nostri inviati: Beatrice da una Milano sempre più povera di locali veri, e Max, da una Sanremo occupata dalle milizie del Paese Reale allo sbando. Ecco la playlist delle canzoni che abbiamo suonato:
Handsome Furs – I’m Confused
Crystal Stilts – Prismatic Room
The National – So Fa Around the Bend
[collegamento con Beatrice per "Thanks For the Trattoria" o quello che ne rimane]
Nick Cave – Love Letter
Gaznevada – Mamma dammi la benza!
I Was A King – Norman Bleik
Fanfarlo – I’m a Pilot
[collegamento con Max - inviato a Sanremo per Complottoemmezzo]
Arisa – Sincerità
Gli Uglysuit, poverini, sono tra i pochi che hanno sofferto del backlash provocato dall’onda anomala Fleet Foxes dello scorso anno. Sì, perché di fronte a tanta magnificenza di armonie silvestri e dreamy folk, il loro modesto apporto nella stessa direzione ha corso il rischio di suonare a molte orecchie come un tentativo un po’ più goffo di mettere su dei pastiches corali (pur sempre di tutto rispetto). Nel disco d’esordio di questi sei giovani di Oklahoma City però, il folk e l’americana non sono altro che degli ampi tappeti su cui ammobiliare un ambiente seducente e ricercato, fatto di folk-pop dalle sfumature che ricordanto tanto gli Wilco quanto gli Shins, e accenti demodé in delle code strumentali in cui il pianoforte la fa decisamente da padrone. Accanto a tutto questo, memorabili episodi in cui la psichedelia (che pare sia il trait d’union di tutti i nuovi acquisti della scuderia Touch&Go) si mescola inevitabilmente al post-rock in esplosioni epiche (qualcuno ha detto Arcade Fire?) che gonfiano le loro innocenti canzoni pop quasi fino a farle implodere.
Oggi Morgan si è fatto la riga perbene. E Piero Pelù ha smesso di fare quei versi strani quando canta. E Stephen Malkmus ha fatto un bellissimo album lo-fi senza neanche una deriva progressive. No, scherzo. Ma Noble Beast dà l’idea che ogni cosa possa accadere. Non è un disco: è un ossimoro. Per farla breve: è un album scritto da un violinista di formazione classica passato al jazz e ora in continua evoluzione nei dintorni del pop orchestrale – ed è semplice. Il successore di quell’Armchair Apochryphache pareva figlio della sperimentazione Wilco inizia puntellando un’essenziale struttura folk di certe parti fischiate che entrano subito in testa. E non è vago, non è sottotono, e ascoltandolo qualche volta di più si svela per quello che è in realtà: intricatissimo, musicalmente come nei nonsense delle oddities che ne permeano i testi (una per tutte, i “calcified arhythmetists” di Oh No). E tuttavia quella pronuncia smangiucchiata trasmette un suo pathos perfettamente coerente, e musicalmente non si ha mai la sensazione Wainwright, l’impressione cioè che ogni due per tre possa entrare la filarmonica di Berlino a contrappuntare uno jodel che fa da controcanto a una trama d’arpa intricatissima che infioretta uno svolazzo di violino. Eppure è pieno strumenti, eppure la trama non è affatto lineare. Ma di una complessità talmente ben integrata nell’essenzialità della struttura folk-pop cesellata da Bird con Mark Nevers (Lambchop) da non notarsi (quasi mai, e.g. Not a Robot, But a Ghost, la stupenda Anonanimal) mentre lascia nell’ippocampo un paio di hook fischiettati. La si scopre riascoltando il disco e trovando ogni volta una sfumatura, un passaggio, un preziosismo che non si era notato all’ascolto precedente, nuove scoperte per non stancarsi mai. Per cui ascoltate questo disco che cerca di costringerci ad usare quella abusatissima parola di Calvino. E chi poi volesse qualche barocchismo in più può procurarsi l’edizione limitata, con il delizioso cd bonus (UselessCreatures) strumentale realizzato con Glenn Kotche (Wilco).
Oggi il nostro presidente del consiglio non ha fatto orrende esternazioni circa la capacità di procreare di chicchessia. Un altro mondo è possibile.