Dr. Dog: Fate (Park The Van/Audioglobe)

Chiara Leandri | 19/1/2009

dr-dog_fateIo l’avevo detto. I Dr.Dog hanno qualcosa di bucolico, se proprio non vogliamo dire “boscoso”. Il loro ultimo video, la bellissima The Ark, viaggia proprio in questo senso, senza però rinunciare a quel pizzico di macabro-ironico che li rende ancora più interessanti. L’immaginario di questo quinto album è fatto di colori ad acquarello che ricoprono vecchi teschi ai bordi di una stazione del Far West. Come se la fantasia potesse tinteggiare a nuovo il passato correndo contromano. Allo stesso modo, coretti allegramente surf allietano una voce accorata, la tristezza si dà al ragtime, il sudore sulle chitarre fa luce quanto una perla. Per lo più il laghetto in cui sguazzano i Dr.Dog è fatto di pesci grossi e grandi tradizioni, anche delle più disparate: psichedelia per condimento, beatlesiana memoria a palate, rock’n'roll direttamente dalle origini del suono black. Eppure il vecchio Ovest lontano non è la prima cosa che viene in mente se si pensa a questo album. La loro gaiezza è piuttosto così palese, che il lamento lo si lascia al testo, sperando di non pensarci. Pensiamo piuttosto al giochino che si trova sul loro sito ufficiale: forse inutile, ma dannatamente divertente!

Jolie Holland: The Living And The Dead (Anti-/Self)

Paolo Morelli | 19/1/2009

jolie_holland-the_living_and_the_deadSe la ascolti per la prima volta senza averla mai vista, la texana giramondo Jolie Holland (beniamina di Tom Waits, già co-fondatrice a Vancouver delle The Be Good Tanyas) te la immagini proprio come nel video della delicata Mexico City: il vestito estivo e svolazzante, i capelli scompigliati dal vento, le smorfie mentre cammina nel deserto con una chitarra in braccio. E te la immagini cantare le canzoni del suo quarto album The Living And The Dead scandendo bene le parole, con un lieve sorriso velato di malinconia. Rispetto alla precedente produzione della Holland, più vicina alla tradizione folk-blues-americana, il suono di buona parte di queste canzoni risulta arricchito e accattivante anche per un pubblico più “rock”, grazie alla chitarra degli ospiti Marc Ribot e M. Ward (che comunque si integra sempre dolcemente e senza invadenza nei pezzi): degne di nota in particolare Palmyra, la romantica Your Big Hands e The Future. Si tratta comunque di un album delizioso se preso a piccole dosi, un po’ perché non mancano brani che al contrario esasperano il concetto di “essenziale” (i traditional Love Henry ed Enjoy Yourself piazzati in coda alla scaletta), un po’ perché, anche ove il mix risulta ottimamente riuscito, alla lunga il cantato e il songwriting della Holland rischiano di varcare il sottile confine tra “ineccepibile” e “perfettino”. Tutte considerazioni che valgono, va detto, soprattutto per l’ascoltatore che poco frequenta il genere.

Visita il myspace di Jolie Holland

Guarda il video di Mexico City o ascoltane una versione casalinga chitarra+voce
Ascolta o scarica Palmyra su MOG
Ascolta una versione dal vivo di Your Big Hands (Londra, St.James Church)

Amp Fiddler & Sly & Robbie: Inspiration Information (Strut/Audioglobe)

Enrico Amendola | 19/1/2009

artist_ampfiddler-slyrobPregevole l’ idea della Strut Records, sottoetichetta della !K7,  di  proporre una serie di album in cui un artista contemporaneo collabora con uno di lungo corso. Il primo volume è quantomeno suggestivo: affianca Amp Fiddler, soul-singer di casa a Detroit, al duo giamaicano Sly & Robbe, colonna portante del suono di Kingston ormai da decenni. Ne esce fuori un signor disco di black-music, in cui il tappeto sonoro dei due veterani accompagna la calda voce di Fiddler, perfettamente a proprio agio in tutte le sfumature dei brani che abbracciano il soul, il dub, il funk e il reggae. Il risultato non è uguale alla somma dei valori artistici degli artisti chiamati in causa, non è il capolavoro che matematicamente ci si poteva immaginare, ma ne è il preciso bilanciamento. Un lavoro che accontenterà gli appassionati di black-music dal palato fino, ma non solo, perché Inspiration Information è capace di suscitare buone vibrazioni anche in coloro che non sono soliti bazzicare in questi lidi e che amano sonorità calde e sensuali. Per correttezza devo dire che il promo in nostro possesso contiene, inspiegabilmente, soltanto otto delle dodici tracce in scaletta. Per cui posso solo dedurre, dalla qualità di ciò che ho potuto ascoltare, che le restanti quattro non se ne discostino più di tanto.

The Sound of Animals Fighting: The Ocean and the Sun (Epitaph/Self)

Paolo Morelli | 19/1/2009

Il titolo è The Ocean And The Sun, ma in realtà l’ascolto di questo album ti sprofonda in atmosfere terrigene e ancestrali, molto più vicine all’inquietante foresta della copertina e all’altrettanto evocativo nome del combo che lo presenta: The Sound of Animals Fighting. Si tratta del tipico progetto parallelo sperimentale (buona parte del nocciolo duro del gruppo consiste in membri o ex membri dei californiani RX Bandits), con tanto di parti in studio registrate separatamente e assenza di tour promozionali. Ogni componente e ospite dello strambo collettivo si nasconde dietro il nome di un animale: con questo terzo album si sbarca su Epitaph e i ranghi sono ridotti (con poche eccezioni, tra cui alcune vocalist) a un quartetto composto da “Tricheco”, “Lince”, “Puzzola” e “Usignolo” (il dominus del progetto Rich Balling). Non si sa quanta ironia ci sia nella scelta delle bestiole (ci sono pure le maschere!), ma senz’altro la musica proposta ha poco di leggero e disimpegnato: un’intro recitata in farsi, la title track con il suo sapore etnico, poi le chitarre che prendono lentamente la scena per spaventare, stupire e non lasciarla praticamente più. Un “prog-hardcore” insieme tecnico e rabbioso che ricorda spesso i Tool, arricchito da convulsi episodi elettronici (Uzbekistan) e da intermezzi tribali o rumoristici. Cinquanta minuti di furia degli elementi, fantasmi, lingue esotiche, citazioni letterarie: non troppo accessibile né rassicurante. Se fosse un film, non sarebbe una sapida commedia indipendente da Sundance pronta per finire negli articoli di costume di mezzo mondo, ma un action-movie darkeggiante e ottimamente costruito, che non sbancherebbe al botteghino solo per la mancanza di supereroi o di grandi nomi nel cast. Ma che forse per qualcuno sarebbe un gran peccato perdersi.
Visita il myspace dei The Sound of Animals Fighting
Leggi il commento al disco del leader “The Nightingale” traccia per traccia e un lungo articolo-intervista su Rock Midgets

Chad VanGaalen: Soft Airplane (Sub Pop/Audioglobe)

Chiara Leandri | 16/1/2009
Non è folk. Precisiamolo. Restiamo a ciò che suggerisce la copertina. Vediamo mostri colorati degli schizzi più cruenti su sfondo bianco come foglio di bambino dalle fantasie più crude. Non pensiamo a campi, strade americane al tramonto, a tradizioni canadesi. Anche se dalla Terra dell’Acero si muove, sa già che la sua stanzetta in cui registrava i primi nastri è troppo stretta. Quindi partendosene via coi suoi schizzi per copertine e video, il buon Chad tenta di svirgolare da tutto quello che ormai è pesantemente indie canadese. O folk americano. Inserisce dei pezzettini di elettronica, noise, impazzisce un pochettino (mica tanto), cambia il ritmo per darsi un tono. Però non è saggio cambiare la voce, l’atteggiamento lirico di fondo, e così ci si àncora a tutto quello che già c’è, buttiamo lì Flaming Lips e Arcade Fire ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo, quasi infinito. Questa parte non ci interessa. Può essere un bel punto di partenza, l’inizio della riflessione, ma il momento cruciale si sviluppa più avanti sulle tracce più pazze e scatenate, perchè è lì nel passaggio che si coglie uno sbandamento capace di agitare e solleticare. E’ giusto sporcarsi. Contaminarsi. Forse c’è, in Canada, un foglio intonso e bello candido, ma il tratto dei pennarelli di un bambino che conosce il mondo finisce molto spesso fuori dai bordi.

Jonas Reinhardt: S/T (Kranky/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 16/1/2009

Supponiamo che avere un nuovo Jean-Michel Jarre e/o Vangelis e/o chi preferite sia sempre stato un sogno bagnato dei ragazzi di Kranky, i quali perlomeno hanno avuto la decenza di arrivarci da una strada più lunga e tortuosa -quella di una discografia che unisca qualità e fricchettonaggine spinta- che nel corso del tempo ci ha regalato bellissimi dischi. Non che il full-lenght di esordio di Jonas Reinhardt (da San Francisco, e si sente un bel po’) sia roba brutta in sé ben descritto nel suo sito ufficiale come qualcosa di ugualmente influenzato dalla bellezza dei paesaggi californiani e dall’estetica punk della registrazione homemade, l’omonimo CD nasconde dietro la sua copertina da disco di Tim Buckley un versatile ed elegante pastone di ambient spaziale analogico che parla agli Dei e se ascoltato in stati di alterazione psichica rischia pure di farteli vedere. Il problema è che se sei lucido e cosciente ti vien voglia di liquidare tutto con parolacce tipo new age e skippare alla prossima esperienza/doccia sonora a marchio Kranky senza troppi rimorsi. Forse è solo una questione di attitudine. Nondimeno.

Visita il Myspace di Jonas Reinhardt
Freakissimo video di Modern By Nature’s Reward

Valzer col vampiro

Francesco Locane | 15/1/2009

bashirAmiche e amici di Vitaminic, siamo tornati! Dopo un mese di assenza, torna sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali Seconda Visione. In studio, oltre a chi vi scrive, i sempre validi Paolo e Tommy.

Prima puntata del 2009, quindi, che è iniziata parlando di Lasciami entrare, di Tomas Alfredson. E’ un curioso horror svedese, ma questa definizione lascia un po’ a desiderare. Con estrema maestria e una bellissima sceneggiatura al suo servizio, Alfredson costruisce una storia delicata di formazione, vampirismo e amore. Andatelo a vedere, ve lo consigliamo.

Di seguito vi abbiamo finalmente proposto il trailer dell’imprescindibile Beverly Hills Chihuahua. Se vi sembra che il trailer sia orrendo, ascoltate il dott. Noto che elenca tutti i prossimi film-con-cani che invaderanno i nostri schermi.
E poi una prestigiosa intervista, fatta a Morando Morandini, autore del Dizionario dei film edito da Zanichelli. Il diretto concorrente del Mereghetti, insomma. Morandini, dall’alto della sua ultradecennale carriera, ci ha davvero deliziato, tant’è che abbiamo diviso la lunga intervista in due parti: per la prossima dovrete aspettare martedì prossimo.

E infine, ultimo film in scaletta, Valzer con Bashir, di Ari Folman. Anche questo un bel lavoro, tutto giocato su un particolarissimo uso dell’animazione e su una ricerca nella memoria che arriva direttamente alla strage di Sabra e Shatila del settembre 1982. Un film doloroso e necessario.

E’ tutto! Se volete scriverci fatelo a secondavisione@hotmail.com. A martedì prossimo!

Roses Kings Castles: Roses Kings Castles (French Dog / Goodfellas)

Enzo Baruffaldi | 15/1/2009

roseskingscastlesIn un certo senso, preferirei che non leggeste questa recensione. Vorrei che capitasse anche a voi di mettere su questo disco per caso e senza pregiudizi, quasi senza guardare la copertina né riconoscere alcun nome, e poi di farlo partire e di tornare ai fatti vostri. E vorrei che, a poco a poco, vi lasciaste distrarre e incuriosire da queste semplici ballate pop folk fatte di chitarre acustiche, glockenspiel e fisarmoniche, e di battimani che spesso sostituiscono la batteria vera e propria. E questa cosa è un po’ buffa, perché Roses Kings Castles è proprio il progetto musicale di un batterista. Per la precisione di Adam Ficek, ovvero l’uomo dietro piatti, tamburi e rullante nei Babyshambles di Pete Doherty. Ecco, ora l’ho detto, e temo di avervi rovinato un po’ il piacere dell’ascolto e della scoperta. Eppure Roses Kings Castles è un disco che, da un lato, con il rock dei Babyshambles non c’entra nulla e che, dall’altro, sta in piedi tranquillamente da solo. Le melodie sono limpide e leggere, con qualcosa che ricorda gli Housemartins più delicati, o ancora meglio dei Beautiful South in versione lo-fi. Gli arrangiamenti sono di sobria eleganza (i fiati in Brass Winter, il pianoforte di Horses). La voce di Ficek non forza mai la mano e risuona talmente “british” che puoi benissimo immaginarla mentre ti chiede se vuoi una tazza di tè. Sarà per qualche forma di reazione al successo da arena del suo lavoro principale, ma la spontaneità che Ficek comunica in queste canzoni disegna una felicità garbata e senza fronzoli, che conosce la malinconia ma anche il buon gusto di non lasciarsi troppo andare.

Visita il sito di Roses Kings Castles
Leggi il blog di Adam Ficek
Guarda il video di Horses

The Shaky Hands: Lunlight (Holocene – Memphis Industries/Self)

Enrico Amendola | 15/1/2009

Circa un anno fa avevamo lasciato i The Shaky Hands al loro indiepop carino ma tanto prevedibile. Tornati ora con un secondo disco intitolato Lunglight, sembrano virare in una direzione diversa e più matura. Le melodie a bassa fedeltà dell’esordio  sono lasciate da parte in favore di un approccio più spigoloso, fatto di chitarre affilate, partiture sghembe e contorni psichedelici, retaggio del rock inglese degli anni ’60. Non si tratta di una mera operazione di antiquariato pop, la band questa volta mostra i denti e affina il proprio percorso svelando un carattere sino ad oggi celato dietro uno svolgimento del compitino ordinato ai limiti del noioso. Del suo predecessore, Lunlight conserva lo spirito a bassa fedeltà e una tendenza alla melodia anche quando la forma canzone vira in percorsi ad alto tasso di acidità. Un buon passo in avanti in un percorso che potrebbe portare questi ragazzi di Portland ad essere qualcosa di più che una meteora nel panorama indierock attuale, dove è facile pubblicare dei dischi, ma è molto difficile emergere dalla mediocrità.

Visita il Myspace dei The Shaky Hands
Visita il sito della Holocene Music

Bachi da Pietra @Bronson, Ravenna (10/01/09)

Francesco Farabegoli | 14/1/2009

bachidapietra
Parlando sparlando temporeggiando e cazzeggiando intorno ad un orario concerti che diventa sempre più impossibile come se, in qualche modo, e in qualche modo no. Ad ogni data sembra tutto posticipato di due o tre minuti, e dopo dieci concerti di venti o trenta, sembra impossibile riuscire a farsi un’onesta data in cui CRISTO entri e comincia e poi smette e te ne vai a dormire -e magari conta che è sabato, o anche no. Pagare il prezzo di un locale mezzo vuoto e mezzo no, perchè al Bronson i Bachi da Pietra li adorano al punto da mettere il logo sulla copertina del loro terzo capolavoro ma -ehi- c’è chi muove gente e chi muove incubi, e questa sera di incubi grassi il pubblico non è poi folto. Ti sbatti ripassando mentalmente un’ottima intervista a Giovanni, ascoltando discreti pezzi di indie-death-folk modaiolo e posterie assortite, bevendo Jagermeister. Poi arriva qualcuno per la serata, sarà il quinto o sesto pezzo, qualcuno continua a non smettere di chiudere quella fogna di merda nonostante sul palco stia succedendo di tutto, come se i Bachi non stiano suonando di quelli che ho visto il loro miglior concerto in assoluto, come se Giovanni Succi non sia carico quanto mai lo si è visto da queste parti, come se i pezzi nuovi non avessero reso il set dei Bachi da Pietra anno 2009 una cosa inarrivabile. Qualcuno continua a vivere la propria vita, anche qui davanti, a non farsela cambiare dalla musica che fluisce copiosa. Senza soffrirci troppo, come se fosse una cosa tipo andiamo lì, c’è un concerto e poi si balla, pensando alle loro ragazze, ai loro drink, alle loro cazzo di playlist. Supponiamo vada benissimo. Bruno e Giovanni non parlano un linguaggio universale, toccano la vetta suonando strumenti acustici e biascicando parole inintelligibili a mezzo millimetro dal microfono, ma non è roba per tutti, solo per me e per quell’altro centinaio di persone inebetite impalate immobili davanti al palco. Servo è l’inevitabile climax, il pezzo, quello più riuscito, un momento indimenticabile. Tarlo Terzo eseguito quasi per intero, qualche scheggia da Non Io. Poco altro. Il 2009 dei concerti dal vivo non avrebbe potuto iniziare meglio. E qualcuno continua a non accorgersene, continua a chiacchierare, sta facendo altro. Qui davanti. Incredibile.
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