W. come Americana

Francesco Locane | 22/1/2009

appaloosaAmiche, amici, ecco la decima puntata della stagione di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali in onda ogni martedì dalle 2230 alle 2330 su Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna.

Tommy, Paolo e chi vi scrive hanno iniziato questa puntata parlando di Appaloosa, di Ed Harris, che vede quest’ultimo protagonista insieme a Viggo Mortensen e a Jeremy Irons. Un western classico, fatto bene, con tutti i crismi, come si dice, e qualche guizzo qua e là. Niente di indimenticabile, ma si vede con piacere.

Abbiamo proseguito, poi, anticipando un film italiano che uscirà tra un paio di settimane: si chiama Ex ed è diretto da Fausto Brizzi. Se non vi basta, vi abbiamo fatto sentire il trailer.
Dopo il successo della scorsa settimana, seconda tranche dell’intervista a Morando Morandini, autore del Dizionario dei Film edito da Zanichelli. Tre minuti tre ma densi e interessanti come non mai.

Infine, abbiamo celebrato l’insediamento di Obama a Washington parlando di W., di Oliver Stone, con Josh Brolin e Richard Dreyfuss (tra gli altri), trasmesso da La7 proprio la sera prima del Barack-Day. Ci aspettavamo qualcosa di più, inutile negarlo. Il film ha qualche momento interessante, ma tutto sommato mantiene il livello dell’attenzione e dell’entusiasmo sulla calma piatta.

Bene, è tutto, a martedì prossimo! E se volete scriverci, la mail è sempre secondavisione@hotmail.com.

Il Salotto di Mao #01

Mao | 22/1/2009

Il Salotto di Mao – 10/01/09
(www.cortocorto.it – puntata numero uno)

Prendete un po’ di zucchero, due o tre patate, altrettanti pomodori, una tavoletta di cioccolato e un chilo di spinaci. Mischiate e mettete in forno per un’oretta.
Il risultato non sarà un granché, nemmeno se avrete fatto la spesa da Eataly. E questo perché quasi mai la qualità dei singoli ingredienti è garanzia di prelibatezza di una pietanza.
La stessa regola, ovviamente, va applicata a Il Salotto di Mao. Che, di solito, appaga anche i palati più esigenti con la sapiente alternanza di toni dolci e salati. Di solito, appunto, ma non sempre. Sabato scorso, infatti, non è andata così, anzi. Bastava guardare le facce di chi era lì per rendersi conto che qualcosa non aveva funzionato a dovere: dalle labbra del pubblico si poteva quasi leggere un “mah…” di disappunto.
Dire a cosa fosse dovuta tanta delusione non è facile da comprendere, né tantomeno da spiegare. Sicuramente una fetta di colpa va attribuita a Jo Coltreni: il discografico della Semi, infatti, è parso più stucchevole del solito (e non è poco), nel ruolo di Enrico Ghezzi de’ noantri, coi suoi sproloqui che, questa volta, sembravano davvero perdersi in se stessi.
Per non parlare di Vittorio Cane… Anzi no, parliamone. Possibile che un cantante di una discreta fama non abbia niente, ma proprio niente, da dire quando gli si fa una domanda? Vederlo rispondere con monosillabi alle domande di Mao ha provocato in chi scrive una sensazione urticante che è perdurata per tutta la domenica (“è già tre giorni che è domenica…”). Altro che quell’“è andata bene, no?” con cui ha salutato dopo l’esibizione con il paziente Mao e i maliziosi Santabarba
Se ci aggiungiamo che persino il supremo Mario Congiu non ha saputo trasmettere tutta la passione che lo ha portato a esibirsi in un per altro impeccabile tributo a De Andrè, che il poeta Guido Catalano ha disertato l’appuntamento per altri impegni, e che il sottoscritto non ha ancora trovato un avversario in grado di preoccuparlo seriamente nel suo quiz settimanale “Chi vuol essere Domenico Mungo?”, beh allora la frittata è proprio fatta. E, con gli ingredienti sopra descritti, non c’è sicuramente da stare allegri…

Claudio Pizzigallo

scarica la puntata in mp3
oppure ascoltala in streaming qui sotto

Giorgio Tuma: My Vocalese Fun Fair (Elefant Records/Goodfellas)

Amos Martino | 21/1/2009

l_7f86abf2a6f74aa281ebb09c770b2f35Il disco di Giorgio Tuma è sorprendente. A dire il vero, già pensavo che il fingerpicking nostrano avesse qualcosa in più da dire, rispetto ai numerosi alfieri del genere che girano per il mondo; ma – ripeto – il disco di Giorgio Tuma è sorprendente. Mi sono immaginato Bon Iver che finalmente incontra una splendida ragazza brasiliana di cui si innamora; e lei ricambia, però. Sì, certo potrei scrivere che si rifà a Caetano Veloso, a Jobim…ma mi sembra più pregnante la prima descrizione. Il pop-bossa nova (pop-nova? bossa-pop? lascio al vostro arbitrio la scelta di una tag efficace) è la variabile generosa che rende i pezzi freschi, nuovi, solari alternandosi a brani più cantautoriali e meno latini (Two Happy Sad Guitars), e spalancandoci sorrisi di consenso (Let’s Make Steven’s Cake e la brasilianissima …And Three Parasol Stars). La cosa affascinante è la capacità di combinare songwriting, pop e “latino” senza che il disco ne esca a pezzi o a singhiozzi; e invece è un mix di suoni coloratissimi, che accompagnano melodie semplici, coinvolgenti e mai banali. Non so dirvi il pezzo più bello, in questa sarabanda di emozioni ogni tessera è al suo posto e l’immagine che viene fuori è quella di uno dei più bei dischi di quest’anno. My Vocalese Fun Fair – questo il titolo dell’album – esce per la Elefant Records (La Casa Azul, Camera Obscura, Trembling Blue Stars…), etichetta “prestigiosa” e di riferimento per la musica indiepop.

Visita il Myspace di Giorgio Tuma

Visita il sito ufficiale di Elefant Records

Pronti Al Peggio, Piazza Delight: Canadians

Pronti Al Peggio | 21/1/2009

3210046898_bedbbd0221

I Canadians sono vere rockstar. Alberghi da sfasciare, colazioni faraoniche con pancetta e danzatrici del ventre. Ma cosa succede se proviamo a rovinargli la festa? Prendiamo il passepartout dalla reception e li tiriamo giù dal letto a calci. E’ un duro lavoro ma qualcuno deve pur farlo.
Voce rotta dagli eccessi della serata precedente, calzini di passate ere geologiche abbandonati sulla moquette con la fantasia anni 70. Va bene tutto ma rispondete a questa domanda: che cosa è che ha in mano Chris il batterista dei Canadians? Non sarà mica un…esagerati!
A Varese si mangia la polenta, c’è poco da fare. Chiediamo di un localino romantico in cui in caso si abbia voglia di improvvisare un concerto nessuno abbia da ridire. Anzi, i musicisti vanno incoraggiati con altre grappe al miele. Anche per digerire il sugo di Cinghiale che non è proprio leggerissimo.

Visita il sito di Pronti Al Peggio per guardare altri video dei Canadians

Guarda i Canadians alle prese con la cover di Ring Of Fire di Johnny Cash

Calibro 35 @ Magnolia, Milano (15/01/2009)

Chiara Leandri | 21/1/2009
img_0014
Non si è tranquilli, di questi tempi. O forse così si dice in ogni epoca che si rispetti, tutte a preoccuparsi dell’esorcizzazione del proprio Male. Negli anni ‘70 si pensava al piombo, alla crudità dei suoi effetti, ad una violenza armata che era magnificamente spiccia. La si rivaluta in tutto il suo splendore oggi che la ridondanza ha finito per stancare, ora che il passato sembra non riservare più sorprese. Ed ecco qui un progetto (più che un gruppo, e sottolineiamo la differenza) che scova qualcosa a cui nessuno aveva ancora pensato: colonne sonore (italiane) dei polizieschi (italiani) anni ‘70. Vogliamo pensare che il traguardo di un percorso che abbiamo seguito con crescente interesse, sia già in vista: dopo il concerto milanese a supporto degli Afterhours, dopo un interessante contest nazionalpopolare, ma soprattutto dopo numerosi concerti dove le code per comprare il cd si fanno importanti. Il sentimento è palpabile durante l’ennesimo concerto “arci”, anche se la meraviglia non finisce mai di colpire. Il punto è che anche se non ti sei mai interessato del genere cinematografico, il gusto che provi nel ballicchiare e scatenare le chiome non si guasta per niente. Perchè va al di là del puro riferimento. E’ tutto un po’ thriller, molto funk, a tratti noise. La batteria col suo rullante (tanto basta) batte pesante come una mitraglia, l’organetto risulta inconfondibile, il basso grooveggia, la chitarra si metamorfizza fra rumorismi e ritmi frenetici. Ma buttando da parte gli strumenti: le facce farebbero invidia ad ogni ritrattista. Gabrielli [tastiere - Afterhours] è in estasi, Rondanini [batteria] sembra in preda ad un inseguimento (ma lui è il cattivo). Nel frattempo Colliva [fonico e produttore per Mark Lanegan, Gutter Twins, Twilight Singers, Afterhours, Le Vibrazioni, Finardi] si nasconde dietro al mixer perfetto, Martellotta [chitarra] si impegna nell’angolo, Cavina [basso - Transgender, B.Antolini] primeggia al centro del palco. Dietro alle loro sagome scorrono estratti dai film in questione, ma niente colpisce di più che la sonorizzazione estemporanea, come se fossimo tornati ai tempi del film muto quando guardando lo schermo si pensava al ritmo da dare alle immagini. Niente fa di più, neanche i passamontagna, neanche la comparsa sul palco di Dell’Era [Afterhours], che interpreta L’appuntamento. Ciò che dà gusto è che si tratta di roba tutta italiana: perchè c’è un patrimonio che non rivalutiamo, che è altro dai film eroticodemenziali o da musica senza sapore. Ci vorrebbero più iniziative così, più artisti che dal palco si trovano a declamare “Beh, che vi devo dire: nulla” – perchè sai che il sottotesto recita “la musica è quello che siamo, e voi sapete già tutto quanto”.
 
 

img_0016

img_0037

img_0019

The Cure: 4:13 Dream (Geffen/Universal)

Paolo Morelli | 21/1/2009

the_cure-4-13_dreamDopo l’imbarazzante self-titled del 2004 l’interesse attorno alle nuove produzioni discografiche dei Cure era forse calato ai minimi storici. Ma Robert Smith non demorde: via il produttore nu metal Ross Robinson, fuori Bamonte e O’Donnell, dentro (di nuovo) l’aggressiva chitarra di Porl Thompson. Con 4:13 Dream (tredicesimo l’album, 13 le tracce totali, 4 i singoli apripista pubblicati il 13 di ogni mese!) si torna al pop chitarristico di inizio anni ‘90, anche se non mancano richiami all’epoca Disintegration o ancora precedente. Dall’apertura splendida e dreamy (appunto) con Underneath the Stars fino alla paranoica The Scream e all’indiavolata It’s Over che chiudono è una summa, con qualche ritocco di make-up e rossetto sbafato a evitare l’effetto-fotocopia, del sound dei Cure più maturi: il tutto attraverso brani tutti dignitosi pur senza picchi, neanche nei singoli (The Only One è carina ma prevedibile, Sleep When I’m Dead e Freakshow non trascinano come nelle intenzioni, e nella seconda l’assolo continuo in sottofondo infastidisce). Roba che difficilmente si farà strada negli ascolti di chi non ha la musica di Smith & soci nel sangue (e magari preferirà rivolgersi alle miriadi di giovani cloni). Chi invece è cresciuto a pane burro e Just Like Heaven forse si avvicinerà a 4:13 Dream con pigrizia, ma se metterà da parte le aspettative di suoni forzatamente cool o di improbabili evoluzioni compositive (i testi pescano dal solito immaginario da eterna adolescenza) sarà lentamente conquistato: come chi torna a casa e si commuove nel riabbracciare per alcuni giorni antichi luoghi e odori, con l’iniziale sensazione di déjà vu che lascia spazio a quella di appartenenza e pacificazione. Se pure nel 2008 non ha senso limitarsi all’ascolto di dischi simili, a uno Smith in questa forma ogni tanto si tornerà sempre a far visita volentieri.
Visita il myspace dei Cure
Guarda i video di The Perfect Boy e Sleep When I’m Dead
Guarda Underneath the Stars, Sirensong e Switch dal vivo a Roma

Billie The Vision & The Dancers: I Used To Wander These Streets (Tea Kettle Records/Goodfellas)

Enrico Amendola | 20/1/2009

i-used-to-wandermellanAi Billie The Vision & The Dancers devo molto. Circa due anni fa mi hanno tirato su il morale in un periodo non proprio eccitante della mia esistenza, lo hanno fatto a base di dolci caramelle pop dal gusto perfetto. The World According To Pablo è stato la massima espressione, per il sottoscritto, dell’indiepop di matrice svedese, le cui melodie irresistibili, unite a quel gusto un poco esotico nel pizzicare le corde della chitarra, contribuirono ad arricchire i miei grigi pomeriggi con le giuste armonie. Quel disco, vero e proprio scanzonato concept-album, raccontava le gesta di un fantomatico personaggio chiamato Pablo Diablo, che ora  ritroviamo, più discreto e contemplativo, a far capolino tra i solchi di questo I Used To Wander These Streets. Una vena di sottile malinconia permea le nuove canzoni, meno festaiole, anche se non mancano i momenti più leggeri. Un altro bellissimo capitolo di questa, si, piccola avventura pop, dotata però di un fascino e una perfezione diversa, tanto vicina ai primi accenni di primavera, quando l’aria fuori ti lascia sospeso tra la rinascita dei sensi e qualche strascico dell’inverno morente.

Visita il Myspace dei Billie The Vision & The Dancers
Scarica gratuitamente ( e legalmente) le canzoni dei Billie The Vision & The Dancers

Acquista il disco dalla Tea Kettle Records

Lonely Ghosts – Don’t Get Lost Or Hurt (OIB Records/Goodfellas)

Giorgio Busi-Rizzi | 20/1/2009

lonelyghostsAvete presente quel vostro amico brillante ma un po’ eccentrico che un giorno ha dato fuori di testa ed è finito ad allevare cormorani nel Nevada?
C’è un momento in ogni canzone di quest’esordio solista di Tom Denney, alias Lonely Ghosts, che marca il passaggio dalla brillantezza all’illogicità, dall’eclettismo alla disperazione da tentativi alla cieca. È l’urlo a due minuti e venti di Plough Through, il synth di The Unpopular Future, gli arrangiamenti che vanno per accumulazione ed hanno sempre un effetto di troppo, un suono superfluo, una scelta discutibile. Il morbo di Beigbeder (lo scrittore) (no, non esiste, l’ho inventato adesso): fino a 30 pagine dalla fine va tutto bene, poi incasini tutto. Così quest’album: registrato (e scritto, suonato, cantato, per non parlare dell’artwork del cd. Sì, davvero.) da Denney nella sua casa di Brighton, l’impressione è che se l’ex Help She Can’t Swim avesse smesso di lavorarci due giorni prima ora staremmo a gridare al nuovo fenomeno della poptronica lo-fi, e invece.
Eppure la scrittura non è male. Intendiamoci, nella scrittura si esplica la seconda patologia: la sindrome di Zelig (il personaggio di Woody Allen, non la trasmissione); i Casiotone in primis, gli Xiu Xiu, gli Styrofoam, i Ting Tings (nell’inconscio di Happy Lovers/Friends Forever), i Maximo Park, la mestizia alla Grandaddy (che in Hole In The Sky vira gospel e poi prende il consueto percorso electro-pop), e via ad libitum, c’è un po’ di tutto in questo monstrum che deriva e prende in prestito fino a perdere ogni personalità. E se di solito quando si dice in una recensione schizofrenico lo si fa in un senso positivo, qui più di una volta si ha la sensazione che Denney proceda tastoni sperando di azzeccare il singolo della vita. Che poi ci vada vicino è buono solo fino ad un certo punto: l’effetto complessivo è piacevole, poi spiacevole, poi già sentito, poi di nuovo piacevole (e ricomincia). Un album che con tanto così in più sarebbe potuto essere molto bello, ma che invece finisce per infastidire. Nel complesso, senza infamia e senza lode. Senza arte né parte. Senza se e senza ma. Senza zuppa e senza pane bagnato. Senza… (continuate voi).

Visita il Myspace di Lonely Ghosts
Scarica The Unpopular Future dal sito ufficiale
Leggi il report del live di Lonely Ghost al Club Motherfucker

The Dudley Corporation: The Year Of The Husband (Absolute Kosher)

Nur Al Habash | 20/1/2009

dud_book.inddAnti-pop? Post-pop? Pop-tagliuzzato-in-mille-pezzi-e-poi-ricucito? Potremmo giocare ad inventare le più insensate etichette e ancora non arriveremmo a definire la strana creatura dei Dudley Corporation. In effetti, The Year Of The Husband è un disco in cui potenzialmente si potrebbero rintracciare i più disparati riferimenti: l’aplomb dei Cardigans che fa a cazzotti con il nervosismo dei Maximo Parx, l’oscurità rock dei Radiohead degli inizi e sotto sotto, qualche ritornello pop alla Lucksmiths. Detto così sembra assolutamente irreale, e lo sarebbe se non ci fosse a fare da collante in questo mosaico di generi una batteria assolutamente protagonista: sempre e comunque sincopata, pesante e spaccatimpani, accompagnata da un basso tenebroso e eccitato, tanto che quasi ti ricordi i tempi in cui andavano di moda i Primus. E poi, tanto per gradire, ballatone slowcore seminate tra un pezzo e l’altro. Ma che gli danno da mangiare in Irlanda?

Visita il sito ufficiale dei Dudley Corporation
Guarda il video di Waif

I Can Do It In The Mix: con Jamie Lidell

Giorgio Valletta | 19/1/2009

Questa settimana “I Can Do It In The Mix” dedica il suo spazio finale a Jamie Lidell, l’eclettico musicista inglese in tour in Italia in questi giorni per presentare -in una vesta inedita- le canzoni del suo ultimo album “Jim” e non solo.
In scaletta poi ci sono molti dei più attesi ritorni di questa fase iniziale del 2009: Antony & The Johnsons, Animal Collective, Morrissey, Telefon Tel Aviv.
E tra gli altri i promettenti Passion Pit (i “nuovi MGMT”?), i finora misconosciuti Dark Captain Light Captain, un inedito di Bon Iver, l’ultimo Bloody Beetroots e il “carnival” kuduro dei Buraka Som Sistema.

Buon ascolto!

Questa è la tracklist:

I can do it in the mix” 10/1/09 (numero cinquanta)
 
1. Goldfrapp IT’S NOT OVER YET
2. White Lies TO LOSE MY LIFE
3. Fucked Up CROOKED HEAD
4. Passion Pit SLEEPYHEAD
5. Animal Collective BROTHER SPORT
6. Antony & The Johnsons KISS MY NAME
7. Bon Iver BLOOD BANK
8. Dark Captain Light Captain CIRCLES
9. Telefon Tel Aviv THE BIRDS
10. The Bloody Beetroots CORNELIUS
11. Munk THE RAT RACE
12. Buraka Som Sistema feat. Znobia, M.I.A., Saborosa & Puto Prata SOUND OF KUDURO
13. Wiley feat. Daniel Merriweather CASH IN MY POCKET
14. A Camp STRONGER THAN JESUS
15. Morrissey I’M THROWING MY ARMS AROUND PARIS
16. Lizz Wright THIS IS
17. Jamie Lidell ANOTHER DAY
(intervista a Jamie Lidell)
18. Jamie Lidell FIGURED ME OUT

Scarica la puntata in mp3

oppure ascoltala in streaming qui sotto:

Archivi

wordpress visitors