Il Salotto di Mao #02

Mao | 30/1/2009

Il Salotto di Mao – 17/01/09
(www.cortocorto.it – puntata numero due)

Adesso vorrei una decina di milioni di euro, una villa sulla luna e l’elisir dell’eterna giovinezza.

Vien da esprimere desideri impossibili, dopo aver assistito, sabato scorso, a una delle puntate migliori de Il Salotto di Mao, sette giorni dopo il mezzo flop di cui si è parlato la settimana passata.

Sabato, infatti, tutto è filato via per il meglio: è tornato il sommo Catalano, Jo Coltreni è stato meno fumoso di altre volte, Cato ha elettrizzato, Paolo dei Fonz ha riverberato, e il professor Mungo ha scosso gli animi con un editoriale bello aggressivo, come piace a noi.

Secondo alcuni, parte del merito andrebbe ascritta al tema della serata, l’America, che ha tirato tutta la grinta e la passione fuori dai cuori di chi ha calpestato quei due metri quadri di palcoscenico. Ma la mia opinione è un’altra.

Secondo me, invece, ciò che ha fatto girare il delicato meccanismo nel verso giusto è stato un’insieme di cose, la principale delle quali è andata in onda qualche ora prima su Raidue. La presenza a Scalo 76 di Mao e i Lasuaband, come da mantra ossessivamente ripetuto da Federico Russo, ha infatti pompato a mille i nostri quattro eroi, che hanno affrontato la serata con uno spirito a metà tra il gladiatorio e il self confident, un po’ come se Russel Crowe nell’arena si fosse trovato davanti a Paperoga: grande fiducia nei propri mezzi e assoluta determinazione nel far divertire il pubblico. E questa bella sensazione, come da classica teoria dei vasi comunicanti, si è trasferita anche a tutti coloro che hanno partecipato alla serata: gente seduta per terra, telecamere della Rai che davano fastidio alle telecamere di CortoCorto, tempi ben misurati e la giusta alternanza tra rock e cultura.

Unica grave pecca della serata, la mia sconfitta nel quiz settimanale che mi aveva visto imbattuto: la domanda stile golden gol sul locale per donnine facili in via Frejus è stato un evidente golpe di Domenico Mungo, che in combutta con Giorgio Valletta ha deciso di sabotare la mia luminosa carriera di scassaminchia.

Ma non temete, miei cari, mi rifarò! E allora sì che si potrà parlare di una serata perfetta.

Claudio Pizzigallo

Scarica la puntata in mp3
oppure ascoltala in streaming qui sotto

Duncan Lloyd: Seeing Double (Warp Records/Self)

Chiara Leandri | 30/1/2009
packshottopMi vengono in mente il vinile e la cassetta. Quando non si poteva andare avanti o indietro se non con immensa fatica. Mi viene in mente la libreria virtuale sul mio computer, dove una canzone è un mucchietto di byte facilmente trasferibile ai miei migliori amici. E se cerco il modo di collegare questi due pensieri, trovo lì pronto questo disco di Duncan Lloyd. E’ uscito nel 2008, ma ancora oggi mi risulta sempre più inascoltabile. Non in senso musicale, ma “fruivitivo”. 100 TRACCE! 10 tracce a canzone. 15 secondi per traccia. Non so se rendo l’idea. Il mio lettore cd salta ogni 15 secondi. E’ a questo che ci ha portato il mondo digitale? Per paura di copie biricchine si scovano tali escamotage? Siamo proprio messi male.
Va bene, facciamo questo sforzo. Prima tracci(n)a, primo riff di chitarra. Mi sembra tutto uguale, ma forse è perchè ogni 15 secondi questo riff si ripete, secondo variazioni, canzone per canzone. Duncan Lloyd ha trovato qualcosa che sapeva fare bene e gli piaceva, e l’ha ripetuto a manetta fino all’ultima nota.
Il buon chitarrista dei Maxïmo Park (unico motivo per comprarlo, secondo il bollino rosso appiccicato sopra) si cimenta in un genere diverso dalla sua solita band, infischiandosene di quella bella Our Velocity o di tirare avanti la carretta che non sta più producendo meraviglie come all’inizio. Cambia faccia e si butta su un genere molto più ’70s, vintage, direi quasi canzonettistico. La chitarra, manco a farlo apposta, è la protagonista, è spigolosa e non ne vuole sapere di starsene da parte. La voce si mantiene su un’unica nota melensa e così si ripete. Il risultato finale sa di melanconia anche troppo old style, come un tramonto perpetuo - bello, sì, ma che non lascia spazio alle ombre.
Ora vado ad ascoltare le tracce su YouTube: ecco dove è finito il nostro ascolto.
 
  

VV.AA.: Life beyond Mars – Bowie Covered (Rapster/Audioglobe)

Paolo Morelli | 29/1/2009

vvaa-life_beyond_marsUna carriera come quella di David Bowie non ha bisogno di presentazioni, e vista l’influenza pluridecennale e trasversale del personaggio è teoricamente possibile allestirne tributi pescando nelle scene più disparate (dal glam-pop all’elettronica, dal cantautorato rock all’industrial). Stavolta ci prova l’etichetta tedesca Rapster (sussidiaria !K7), reduce dai successi ottenuti con analoghe compilation dedicate a Radiohead e Prince: per questo Life Beyond Mars – Bowie Covered gli artisti scelti spaziano tra indietronica, house e avant-pop. Il risultato è un disco vario e compatto allo stesso tempo, dall’effetto fresco e avvolgente come quello di un mixtape sapientemente confezionato: apertura delicata a creare atmosfera (la dolce Oh! You Pretty Things delle Au Revoir Simone, solo voci e organo) e poi ritmo che si fa più sostenuto, con le doverose pause di riflessione e un repertorio che alterna classici e brani meno noti, provenienti da vari periodi della carriera del Duca Bianco (leggera prevalenza per quello berlinese). Il miglior complimento che si può fare a buona parte di queste cover è che sarebbero perfettamente credibili come rielaborazioni dei propri brani a opera di Bowie stesso (uno che di generi musicali ne ha esplorati): sia quando i pezzi sono efficacemente trasfigurati in chiave dance (i beat di Loving the Alien degli Heartbreak, la cassa di Carl Craig in Looking for Water), sia quando vengono spogliati dell’originaria veste di glam-rock pianistico in favore di nuovi arrangiamenti e atmosfere (la schizofrenia della deliziosa Ashes to Ashes dei Leo Minor, l’introspezione di Be My Wife a cura di Richard Walters & Faultline, il minimalismo della Sweet Thing di Drew Brown). Non mancano rivisitazioni più convenzionali ma sempre piacevoli (Sound & Vision di Matthew Dear), mentre poche sono le tracce evitabili (Life on Mars in versione musica sperimentale appare un po’ delittuosa e fuori contesto). Un disco forse non indispensabile per chi non è appassionato di Bowie *e* di elettronica, ma che con gli ascolti cresce e non stufa: a un tributo non si può chiedere molto di più.
Visita il sito della Rapster Records
Visita il sito ufficiale del disco, dove puoi scaricare Be My Wife e ascoltare Oh! You Pretty Things e altri brani

zZz: Running with the Beast (Anti-/Self)

Paolo Morelli | 29/1/2009

zzz-running_with_the_beastChissà se il duo olandese formato da Björn Ottenheim (voce e batteria) e Daan Schinkel (organo/synth) ha scelto il nome zZz allo scopo di scalzare gli ZZ Top dall’ultima posizione in scaffali e cataloghi di dischi. Quella proposta in Running with the Beast (secondo album, che segue a quasi quattro anni di distanza l’esordio Sound of zZz) è comunque una musica di tutt’altro genere, vintage e attualissima allo stesso tempo, con tutte le carte in regola quindi per imporsi all’attenzione di hipster e filologi. È incredibile come questi due fricchettoni riescano, con la ridotta strumentazione di base unita a qualche effetto elettronico, a costruire un suono così pieno e diversificato: nei quasi tre quarti d’ora di Running with the Beast si passa da brani come Lover e Sign of Love, che danno al “new rave” quell’anima e quell’attitudine punk che non ha probabilmente mai avuto (se mai il genere è esistito), alle atmosfere dark-wave di Amanda e Angel (quest’ultimo un pezzone epico pronto a diventare un classico dei djset a tema); c’è anche spazio per richiami episodici agli Arcade Fire più nervosi (Majeur) e agli Happy Mondays più lisergici (The Movies). Nel suo nucleo essenziale però il “sound of zZz” pare un’ibrido riuscito tra le cavalcate ipnotiche di Suicide e Bauhaus (il timbro di Ottenheim ricorda sia Peter Murphy che Ian Curtis) e la sperimentazione un po’ fighetta di gruppi come i Battles. E il singolo Grip, reso celebre in questi giorni dallo spot di una casa automobilistica delle nostre parti, sembra in effetti una versione “normalizzata” di Atlas (ma non si tratta del pezzo migliore del lotto). Per chi frequenta i suddetti sentieri musicali l’ascolto di questi 11 pezzi può rivelarsi inebriante, grazie alla loro immediatezza (è un album decisamente più pop del precedente), all’energia sprigionata e alla mancanza di riempitivi (di quanti dischi si può dire lo stesso, al giorno d’oggi?). La sensazione è che il pubblico potrebbe apprezzare molto più della critica, e tirar fuori spesso il cd dal fondo dello scaffale. Insomma, last but not least.
Ascolta l’intero album in streaming su Last.fm
Visita il myspace dei zZz
Guarda il video di Grip
Guarda Running with the Beast in un’indiavolata versione dal vivo
Scarica dal sito ufficiale Ecstasy e altri tre pezzi tratti dal precedente Sound of zZz

Australian Milk

Francesco Locane | 29/1/2009

milkAmiche e amici di Vitaminic, rieccoci con Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna.

Paolo, Tommy e Francesco hanno iniziato la puntata parlando di Milk, ultimo film di Gus Van Sant, con Sean Penn, attorniato da un ottimo cast. Bravi tutti, interessante la storia: vi consigliamo di andarlo a vedere, ma non aspettatevi nessun picco alla Paranoid Park, per intenderci. Qui siamo più dalle parti del compito diligente, ecco.

Di seguito, per la rubrica dedicata ai trailer, abbiamo proseguito l’andazzo canino facendovi ascoltare – e commentando – il già imprescindibile Io e Marley. Quanta simpatia, i film con i cani. Quante risate, quanta tenerezza, quante zampe. Quattro.
L’intervista della puntata è stata un po’ diversa dal solito: ci scusiamo con i non bolognesi, ma la riapertura dello storico cinema Nosadella è un evento per la città. Abbiamo quindi intervistato uno dei fratelli Moffa, i gestori.

Infine, Australia, l’atteso film di Baz Luhrmann. Ve lo confessiamo: pensavamo di farci due palle così, e  invece il film funziona abbastanza. Beh, il film: i film. Luhrmann ce ne mette almeno tre. Grandissimo Hugh Jackman, un po’ meno la Kidman. Ma per parlare del film abbiamo avuto come ospite telefonico uno dei padri fondatori di Seconda Visione, il dottor Manu Marchesi, a cui il film non è piaciuto per niente. Contraddittori, a Seconda Visione.

Bene, è tutto, gente! Se volete scriverci fatelo a secondavisione@hotmail.com. A martedì prossimo!

Black Fanfare @Officina49, Cesena (16/01/09)

Francesco Farabegoli | 29/1/2009

black

Non è tanto quello che sta succedendo davanti al palco la notizia -e quel che succede dal palco è tutt’altro che trascurabile, un pauroso assalto di frequenze basse e beat tesi scuola ‘90 che inscenano un assalto fine ‘70 (Wire e Suicide le cose che si sentono di più). Non è il fatto di trovarsi ad ammettere che l’unica strada per fare nuova la riscoperta di questa particolare estetica del rock sia la strada del computer, e non è nemmeno dover constatare che l’interazione tra strumenti tradizionali del rock e musica sintetica può ancora dare luogo a un certo numero di situazioni che potremmo definire, se non pionieristiche, quantomeno stimolanti ed inusuali. La notizia è che anni di ricerche in giro per i cataloghi di etichette più o meno sconosciute e più o meno in giro per il mondo, alla ricerca della cosa più avanti e contemporanea di tutte, trovano un ragionevole punto d’arrivo in due liceali della mia città che battono i locali da un paio d’anni. Black Fanfare, da Cesena.

Guarda un video da un concerto a Ravenna

Interviste Privatissime: Banjo Or Freakout

Tomm. | 29/1/2009

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“A night waiting for my girlfriend in a flat in Hackney, London. She was working and I (…) started to mess around with a music program…” Tra Torino e Londra. Colonia. New York. Il Brasile. Tra Can This Heat e Arthur Russell. Soul Jazz Records e Kode9. Banjo Or Freakout. L’intervista.

Esce in questi giorni -finalmente- il 7″ di Mr No/Someone Great. Come è iniziata la collaborazione con No Pain In Pop?
I ragazzi di NPIP erano al mio primo concerto di sempre perché avevano letto su di me e ascoltato qualche pezzo. Poi sono tornati ad altri concerti, ci siamo conosciuti, abbiamo bevuto qualche birra e dei tea e ci è da subito sembrato naturale fare uscire un disco insieme. Sono -secondo me- una delle migliori nuove etichette qui in UK e delle bellissime persone.

L’artwork di Tobias Jones è davvero molto bello. Sei contento?
Molto! È esattamente quello che volevo.

Mi dicevi che dovrebbe uscire qualcosa -un 12″?- anche su Half Machine Records.
Sì un 12″ con -credo- 4 pezzi miei e uno o due remix. Ancora tutto in via di definizione. Devo scegliere i pezzi. Ne ho registrati vari ma sto cercando di capire quali usare.

“Banjo or Freakout was born after spending a night waiting for my girlfriend in a flat in Hackney, London. She was working and I was in this place with other people I didn’t want to talk to so i turned on my girlfriend’s computer and started to mess around with a music program…” Poi cosa è successo? Cosa ti ha spinto così avanti?
Poi è successo che mi sono trovato perfettamente in sintonia con quello che facevo. Mi sono sentito cosa unica con la musica che suonavo e ho cominciato ad essere dipendente dalle mie canzoni. È un mio gioco del quale non posso più fare a meno.

Perché “No second chance”?
Perché tanto alla fine torno sempre alla prima take. Non ha senso stare ore e ore su una parte. Fare tutto il più velocemente possibile.

— Continua a leggere

Guarda Banjo Or Freakout "playing Mr No in my old bedroom in Torino early in the morning":

Anathallo: Canopy Glow (Anticon/Goodfellas)

Enrico Amendola | 29/1/2009

345ke3mTalvolta il pop non è una strada diritta che porta alle melodia, ogni tanto preferisce ramificarsi in tante direzioni e prendere la forma di una splendida pianta rampicante. Questo accade con gli Anathallo che, a dispetto del nome, non sono una oscura band di gothic-metal scandinava, ma rappresentano la nuova sensazione di pop corale di Chicago, Illinois. Che poi tanto nuovi non sono, perché Canopy Glow segue di due anni l’esordio intitolaton Floating World. Però sapete come vanno certe cose in ambito indie, pare che solo oggi più di qualcuno si sia accorto delle loro splendide canzoni fluttuanti. L’impianto di base è quello di un pop che strizza l’occhio alle atmosfere sixties dei Beach Boys, mescolandolo con la wave degli Arcade Fire e l’indie(elettro)pop. Quel che viene fuori è una manciata di canzoni sinuose e cangianti che non vanno dritte al cuore puntando all’emotività facile, ma costruiscono architetture sonore irregolari e di grande impatto armonico. Ascoltare Canopy Glow è come salire a bordo di un colorato carrozzone, sul quale mettersi comodi e godersi un paesaggio multiforme in cui gli oggetti prendono, di volta in volta, forme diverse. Un’esperienza appagante che non necessita di lacrime versate o festose grida di gioia, ma di pura ed estasiata contemplazione.

Visita il Myspace degli Anathallo
Visita il sito della Anticon 

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 27/1/2009

cf07_17064935Benvenuti a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Venerdì scorso la Fagotta non era in trasmissione. Enzo si è ubriacato e ha dato fuoco agli studi della radio.
Questa è la scaletta delle canzoni trasmesse fino all’arrivo dei pompieri (foto a lato):

Suburban Kids With Biblical Names – 1999
Death in Donut Plains – Small Town Girl (Good Shoes cover)
Animal Collective – My Girls (Mexicans With Guns remix)
Eight Legs – Blood, Sweet and Tears
Roses Kings Castles – Horses
[collegamento con Emanuele Rosso aka "Ehiuomo!" per la rubrica "Pose!"]
M.I.A. – Paper Planes (DFA remix)
Cononut Records – Microphone
Pavement – Harness Your Hopes
The Soft Pack (aka The Muslims) – Bright Side
Vivian Girls – I Believe In Nothing
The Pains Of Being Pure At Heart – Everything With You
Calibro 35 – L’appuntamento

Scarica la puntata in mp3…
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Telefon Tel Aviv: Immolate Yourself (BPitch/Audioglobe)

Daniele Giovannini | 27/1/2009

http://www.vitaminic.it/uploads/2009/01/immolateyourself-250x250.jpgNella nuova direzione scelta dai Telefon Tel Aviv, glitch e romanticismo gelido e appiedato sono in via d’estinzione. Dev’essere un sintomo dei tempi, quelli che saranno ricordati per le alte percentuali di anidride carbonica, le dinamiche globali di un sistema socio-economico in fase terminale e l’insofferenza per l’IDM. Nella sua elettronica sontuosa, così poco affine all’ultimo ma distante Map of What Is Effortless e ancora meno all’ancora più remoto LP di debutto, Immolate Yourself è l’album che in questo neonato 2009 sarà apprezzato sia da chi scoprì gli M83 solo nei passati dodici mesi, sia da chi invece li ha detestati con tutto il cuore dopo anni di infrangibile fedeltà, maledicendo Anthony Gonzalez. Ringraziamo il cielo e la nuova salubre aria berlinese che Eustis e Cooper siano, a differenza degli M83, una coppia quasi più stabile di Tennant e Lowe. Si citano i Pet Shop Boys, e senza sforzo alcuno anche Human League e i New Order più cheesy e meno duraturi, per via dell’eclettica e suggestiva lettura del synthpop nella foresta di swoosh e ahh di Immolate Yourself — che in principio avrebbe dovuto essere Everything Was Beautiful and Nothing Hurt, ma un titolo tanto disteso male si sarebbe sposato all’elettronica massimalista dell’era post-Hefty. Nel confronto con gli M83, i nuovi Telefon Tel Aviv sono più fascinosi e meno glamour. Rinunciano alla produzione estrema ma non all’intricatezza, volgendo il gorgogliare dei primi due album in un’estetica densa, moderna ed epica, con il gusto melodico di Junior Boys e Apparat ma la surreale carica (diciamo pure l’inerzia crescente e inarrestabile) di un technopop dall’ego mostruosamente sviluppato. Dalla stratificazione montante, legata dallo stesso gusto e dalla stessa passione per l’editing preciso e sottile che ha reso omogenei i Remixes, emergono un calore uterino e lo stesso entusiasmo trasmesso dai TTA quando in tour hanno iniziato a sperimentare le nuove sonorità depechemodiane. La si chiami emotronica, se si vuole. È un disco di nebbia, neon e risacca, colonna sonora di un Blade Runner girato nel futuro, ripensando all’originale e rendendosi conto che i replicanti perdono la partita perché hanno un cuore ma non emozioni per riempirlo. Nel glorioso abuso di artifici e artificialità dei nuovi TTA troviamo una mano tesa ai replicanti, un gesto di fratellanza transumanista, un luogo accogliente, una coperta elettrica.

Visita il MySpace dei Telefon Tel Aviv
Visita il sito della BPitch Control
Leggi su MySpace della morte prematura di Charlie Cooper dei Telefon Tel Aviv

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