Little Joy: Little Joy (Rough Trade/Self)
Piccole gioie quotidiane, come quella di lasciarsi tenere compagnia da Rodrigo Amarante, Binki Shapiro e Fabrizio Moretti. Un trio che sembra uscito dai titoli di coda di un improbabile b-movie e che invece, prendendo a prestito il nome del bar preferito vicino alla sala prove, firma uno dei dischi con meno pretese e maggiore divertimento di questa fine anno. I Little Joy nascono dall’incontro tra il batterista degli Strokes e il musicista brasiliano Amarante (già nei Los Hermanos e collaboratore di Devendra Banhart), durante un festival in Portogallo. Forse proprio perché le rispettive band di appartenenza non hanno nulla in comune, i due decidono che potrebbe essere interessante lavorare assieme. Occorre un altro anno e l’arrivo della musa Binki (ora pure fidanzata del Moretti) perché in un angolo di Los Angeles comincino a prendere forma le canzoni di questo album. Un suono vintage ed elegante di piccoli classici rock dimenticati che escono da una radio a transistor sulla spiaggia, come Brand New Start. Una predilezione per lasciarsi andare ad andature latineggianti con il sorriso sulle labbra (Play the Part). Una grazia negli arrangiamenti che fa sembrare ogni cosa semplice e a portata di mano: i cori che accarezzano le melodie, qualche ottone ammaccato, gli attacchi di organo e le percussioni mai invadenti, anzi, a volte fin troppo frugali. Ci sono ballate per le notti sotto le lampade colorate della fiera (Don’t Watch Me Dancing), non mancano le istantanee sbiadite degli Anni Sessanta (No One’s Better Sake) e si notano anche un paio di giubbotti di pelle rubati ai compari newyorkesi (Keep Me in Mind). Non a caso la voce di Amarante, con gli opportuni filtri, ricorda parecchio quella di Casablancas, e il gioco funziona, rendendo tutto il disco ancora meno inquadrabile dal punto di vista temporale. La voce della Shapiro, d’altra parte, sa farsi miciona e seducente, senza ammiccare troppo, ed è un peccato non sia utilizzata anche di più. Oh, piccole gioie quotidiane, a prima vista del tutto trascurabili e al tempo stesso così preziose e di gran conforto, un po’ come questo disco.
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