I Can Do It In The Mix: con Beatrice Antolini

Giorgio Valletta | 28/11/2008

Prima della fine del mese, a grande richiesta ecco una nuova puntata di “I Can Do It In The Mix”, il podcast di Giorgio Valletta.
Come abitudine a questo punto dell’anno, oltre a sottolineare le certezze consolidatesi in questi dodici (va bene…undici!) mesi -MGMT, Santogold, TV On The Radio-, cominciamo già ad assaggiare alcune delle prime novità di quello prossimo, come i ritorni di Franz Ferdinand e Tiga.
E naturalmente non mancano alcuni nomi emergenti che potrebbero trovare maggior notorietà nel 2009: Frankmusik, Buraka Som Sistema e i nostri Crookers.
In chiusura, due brani e un’interessante intervista con Beatrice Antolini, talento che si conferma con il suo recente secondo album “A Due”.

Buon ascolto!

Questa è la tracklist:

I can do it in the mix” 28/11/08 (numero quarantasette)
 
1. Friendly Fires I’M GOOD, I’M GONE 
2. Kings Of Leon USE SOMEBODY  
3. TV On The Radio DANCING CHOOSE
4. Franz Ferdinand ULYSSES
5. Frankmusik  3 LITTLE WORDS
6. Tiga MIND DIMENSION
7. MGMT  OF MOONS, BIRDS AND MONSTERS (Holy Ghost remix)
8. Grace Jones WILLIAMS BLOOD (Aeroplane remix)
9. Santogold I’M A LADY (Diplo mix feat. Amanda Blank)
10. Q-Tip GETTIN’ UP
11. Kanye West PARANOID (feat. Mr. Hudson)
12. Kid Cudi DAY ‘N’ NITE (Crookers remix)
13. Buraka Som Sistema feat. Petty YAH!
14. El Guincho PALMITOS PARK
15. Robert Wyatt & Bertrand Burgalat THIS SUMMER NIGHT
16. Moltheni GLI ANNI DEL MALTO
17. Beatrice Antolini A NEW ROOM FOR A QUIET LIFE
(intervista a Beatrice Antolini)
18. Beatrice Antolini CLEAR MY EYES

 
Scarica la puntata in mp3

oppure ascoltala in streaming qui sotto:

Juana Molina – Un dìa (Domino/Self)

Giorgio Busi-Rizzi | 28/11/2008

Giorgio83. ehi, B.
Guðmundsdóttir65.
ohi, G.
Giorgio83
. come va?
Guðmundsdóttir65.
male. la crisi economica, non leggi?
Giorgio83.
bah, pure da noi.
Guðmundsdóttir65.
qui sta fallendo una nazione!
Giorgio83.
ma voi non avete Trem0nti.
Guðmundsdóttir65.
uh, a proposito di nazioni ed economia dissestata
è uscito il nuovo album di Juana Molina.

Giorgio83.
com’è?
Guðmundsdóttir65.
bello! molto bello! ricorda molto quella cantante islandese, come si chiamava….
Giorgio83.
ni idea.
Guðmundsdóttir65.
dai, non la Torrini… l’altra, quella più famosa… specie quell’album in cui c’era il tipo che faceva da human beatbox… cosa, lì…
Giorgio83.
buh.
Guðmundsdóttir65.
vabbé, fa nulla. comunque… aspé…
Guðmundsdóttir65. HA INVIATO IL FILE Juana Molina – Un dìa
Giorgio83.
grande! ma lei chi è?
Guðmundsdóttir65.
ah, storia buffa. attrice comica molto famosa in Argentina negli anni ‘90
passata al folk minimale, triste (metti Beth Orton)

Giorgio83.
sìsì
Guðmundsdóttir65.
…poi contaminato sempre più con inserti elettronici, glitch, etc. e ora quest’album che è davvero una meraviglia. Loop sia elettronici che analogici, la sua voce processata mille volte, ma tutto partendo da una base profondamente folk, nel suo senso più ampio…cioè non solo come struttura melodica o per la produzione acustica, proprio molto radicata alla terra… si sente molto l’Argentina, qui. E poi però tutta questa matrice
è processata, passata sotto un laborioso taglia&cuci, decostruita, astratta, reinventata…

Giorgio83.
eh!
Guðmundsdóttir65.
davvero un album bellissimo! poi ci sono canzoni in cui l’impronta folk è più evidente (No llama), altre (la parte centrale dell’album) che dopo l’inizio svisano in elettronica sul genere Morr, la traccia finale che invece sposta il collage su un piano quasi totalmente analogico: e diventa tutta un sussurro, un rumore metallico, una pentatonica, un’improvvisazione fuori scala, su un sottofondo tra il jazz e la bossa…
Giorgio83.
cavolo, sembra stupendo!
Guðmundsdóttir65.
lo è!
Giorgio83.
me lo ascolto subito, dai. Un dìa. bella, grazie.
uh, e ti è venuto in mente il nome della tipa islandese a cui assomiglia?
Guðmundsdóttir65.
macché
buio totale

Giorgio83.
dai, fanulla
ci verrà in mente
grazie, bacio
Guðmundsdóttir65.
ciao!

Visita il Myspace di Juana Molina
Guarda la pagina di Juana Molina sul sito della Domino Records

Joan as Police Woman + Vinegar Socks @ Circolo degli Artisti, Roma (24/11/2008)

Daniele Giovannini | 28/11/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/11/joanberlin1.jpgPer mille parcheggi puntuali nei dintorni del Circolo degli Artisti, uno ogni tanto purtroppo è inevitabilmente in ritardo. La chiusura della rampa della tangenziale che dolcemente discende fino alla Casilina Vecchia e il traffico serale lungo l’improvvisato percorso alternativo ci hanno fatto perdere buona parte della precoce apertura dei Vinegar Socks. Quartetto anomalo e senza percussioni — chitarra, mandolino, contrabbasso e violino — con radici romane iniettate di un contributo italo-americano, nel mezzo set ascoltato hanno condotto per mano un crescendo continuo di folk acustico, disinvolto ma disciplinatissimo. Di difficile etichettatura, il tepore del loro percorso tra cavalcate gitane e ballate lente aveva la piacevolezza degli incontri fortuiti in cui tutti i pezzi, magari per sbaglio, si incastrano alla perfezione. E poi è entrata Joan Wasser e, contrariamente a quanto spesso succede, l’umore generale è rimasto stabile se non migliorato piuttosto che infrangersi contro la fissità del cambio palco. Radiosa, bollente, quasi sobria, rilassata e rilassante come un bagno caldo, ma senza i sensi di colpa nei confronti delle riserve d’acqua dolce, Joan as Police Woman ha fatto per oltre novanta minuti la spola tra piano e chitarra. Attraverso l’essenziale formazione a tre il suo pop-rock ha prima mostrato la sua faccia venata di soul, quindi ha proseguito nella seconda metà del set più spigliato ma altrettanto penetrante e sincero. Joan ha suonato buona parte di Real Life e dell’ultimo To Survive, con la sua We Don’t Own It dedicata a Elliott Smith. Avrebbe potuto essere di qualche interesse annotare cosa è rimasto fuori dal set ma, perdonatemi, ho perso presto il conto. È stata davvero una gioia osservare ogni singolo brano schiudersi in modo peculiare, partorito e accudito con tutte le cure e i sorrisi del caso da una Joan Wasser torrenziale e démodé. Ancora di più poi nell’osservare e condividere l’entusiasmo sorprendente di Joan stessa. Che sarà stato anche merito dell’alcool e del pubblico silenziosamente e sinceramente adorante, ma quando si dimostra una tale statura come musicisti ci si lascia dietro un’aura di cui i sorrisi quando il palco è ormai vuoto sono solo la manifestazione visibile agli occhi.

Visita il sito di Joan as Police Woman
Visita il sito del Circolo degli Artisti
Fotografia di crazy.ritchie: Joan as Police Woman live a Berlino.

Okkervil River + A Classic Education @Estragon, Bologna (21/11/2008)

Giorgio Busi-Rizzi | 28/11/2008

Si apre all’insegna della speranza la data felsinea del gruppo di Austin. Perché dopo abbinamenti eterogenei fino alla follia (ad Urbino quest’estate dopo i Massimo Volume, a Milano adesso in apertura ai Black Keys) con un pubblico talmente malassortito da mutare nella quasi totalità al cambio di gruppo, questa volta l’apertura era affidata ai locali A Classic Education.
L’ensemble italico, nato come progetto di pop orchestrale sulla scia degli Arcade Fire e da lì evolutosi – e tutt’ora in evoluzione, se finora hanno pubblicato solo un EP – lungo uno spettro più ampio di sfumature indie-rock (i nomi, anzi i numi, da citare sono sempre quelli, anzi se c’è un appunto che gli si può muovere sono proprio certi passaggi tanto fedeli alla linea da risultare un po’ troppo derivativi), pareva e si è rivelato molto più a tono. Tirati a lucido (per l’occasione in formazione estesa a sette elementi con due violini, purtroppo un po’ penalizzati dal missaggio non impeccabile) e carichi il giusto, gli emiliani hanno messo in scena la loro musica evocativa accompagnando il pubblico in una mezz’ora di catarsi melanconica, quasi l’antitesi (l’antidoto?) alla gioia infantile degli I’m From Barcelona.

La speranza però si spegne un po’ dopo le prime due canzoni degli Okkervil River. Se più indizi fanno una prova, la loro incapacità di fare un soundcheck decente è un segnale un po’ preoccupante. Stasera non siamo ai livelli dell’esibizione urbinate, con i volumi di tutti i microfoni sbagliati, né della data bolognese del 2006, quando per il differente voltaggio europeo fusero le tastiere (sic), ma sia la tromba che la chitarra sono difficilissime da sentire, a fronte di una sezione ritmica troppo invasiva. Evidenti, ed altrettanto sconfortanti, i patemi che la bella Lauren Gurgiolo, sostituta in tour del chitarrista Brian Cassidy, soffre ancora su certe canzoni (emblematico il ritardo nel riff-chiave di For Real), nonostante una prova complessivamente molto precisa (accettandone il suono à la Sheryl Crow). A spiccare totalmente in negativo però è il batterista Travis Nelsen, più volte fuori tempo sui cambi di ritmo ed in generale poco esaltante (ma bravissimo a fare il saltimbanco con le bacchette), residuo del periodo in cui dal vivo il gruppo si dava al lo-fi più becero, epperò catartico, tutto urla e note alla buona. L’evoluzione in simil-big band ne scopre invece impietosa i difetti, e fortuna che stavolta Sheff è sobrio e riesce a non andare continuamente sopra le righe (anche se si mantiene al limite massimo consentito di pathos).
Dopodiché, la star è lui, con i suoi testi gridati disperatamente; il pubblico lo sa ed accetta digressioni sui medici e pose da rocker un po’ fuori luogo, e si scatena tanto sulle canzoni più recenti, che occupano la maggior parte della scaletta, quanto sugli immancabili classici (Black, For Real, A Stone scarnificata, solo voce, chitarra e un po’ di tromba alla fine).
Nel bis una cover di Rod Stewart (Italian Girls) e una Westfall indiavolata che, complice il mandolino, assomiglia curiosamente ad una pizzica.
Complessivamente, più godibile se già li amate alla follia.

Scarica dal sito degli A Classic Education l’inedito We Can Always Run To Hawaii
Guarda For Real in un concerto del 2006
Guarda For Real maltrattata quest’estate

Pronti Al Peggio: Fossifigo con Ex-Otago

Pronti Al Peggio | 28/11/2008

Gli Ex Otago sono tra le band italiane che più si sono fatte notare negli ultimi mesi. Capaci di scrivere ritornelli killer e di suonare in maniera scomposta e travolgente su ogni palco d’Italia hanno saputo raccogliere una base di seguaci pieni di entusiasmo. Intervistati da tutte le riviste specializzate, i loro video finiscono regolamente in tv. Si potrebbe pensare ad una storia di successo e forse è proprio così. Eppure nel nostro paese non basta: la musica rimane un lusso (per pochi) e una passione viscerale (per tutti gli altri) che lavorano da mattina a sera per riuscire a trovare il tempo e il modo di esprimere ciò che devono.
E’ così anche per Simone, nei week end chitarrista ed anima degli Ex Otago che però conduce (è proprio il caso di dirlo) una vita completamente diversa il resto della settimana, quando siede per diverse ore al giorno al posto di guida di un autobus di linea nei monti attorno Genova. Davanti a lui scorre senza fermarsi un paesaggio che ama e che finisce inevitabilmente di ispirare la musica che gira nei nostri lettori. Non parlano tutti di sesso droga e rock&roll? Le favole le lasciamo agli altri, siamo Pronti al Peggio.

Guarda la prima parte di Fossifigo e visita prontialpeggio.vitaminic.it per vedere la seconda!

Galantuomini al matrimonio (di Rachel)

Francesco Locane | 27/11/2008

Amiche e amici di Vitaminic, salve a tutti! Eccoci alla nuova puntata di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretesi culturali di Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna.

I baldi conduttori Tommaso, Paolo e Francesco, che vi scrive, hanno cominciato parlando di Rachel sta per sposarsi, di Jonathan Demme. Il film, presentato con un certo successo alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia, fa tesoro delle precedenti esperienze documentaristiche del regista nel rappresentare un matrimonio alto borghese e fricchettone insieme nel Connecticut, “disturbato” dalla presenza della sorella della sposa, Kym, magnificamente interpretata da Anne Hathaway, appena uscita da un centro di riabilitazione. Film riuscito e interessante.

Lo stesso non si può dire di Ti stramo, di cui abbiamo analizzato il trailer: non aggiungiamo altro. Guardatelo. Per introdurre il secondo e ultimo film in scaletta, infine, vi abbiamo fatto ascoltare un’intervista a Edoardo Winspeare, regista di Galantuomini. Si tratta di un melò, di un noir o di un film di mafia? Forse tutti e tre, o nessuno. Fabrizio Gifuni è un magistrato che torna nel natìo Salento nei primi anni ‘90, proprio quando sta per nascere la Sacra Corona Unita. Lì trova una sua amica di infanzia, interpretata da Donatella Finocchiaro, premiata a Roma, e… Il resto non ve lo raccontiamo, perché vi invitiamo a vedere questo film, forse non del tutto compiuto ma intenso e sincero.

Bene, è tutto: se volete scriverci, mandate una mail a secondavisione@hotmail.com. Martedì prossimo non saremo in onda, perché a Bologna arrivano i Public Enemy. Yo. A martedì 9 dicembre, quindi!

Upcdownc: Embers (Tap’n’Tin)

Francesco Farabegoli | 27/11/2008

Fermo restando che ognuno deve avere la possibilità di essere post quanto gli pare e piace, probabilmente occorrerebbe un’ordinanza dalle alte sfere, tipo -non so- Simon Reynolds, a sancire urbi et orbi che questo pop malinconico mogwaiano agli anabolizzanti debba iniziare ad usare altri prefissi. Epistemologia a parte, l’ultimo lavoro di Up-c Down-c Left-C Right-C ABC + Start (per gli amici Upcdownc) li candida seriamente al titolo di miglior gruppo post-rock tra quelli con il monicker che sembra una fatality di Mortal Kombat: musica da tappezzeria che funziona ad ogni volume con tutte le progressioni piano/forte del caso e le belle sfuriate in altissima fedeltà che ci si aspetta dopo trenta secondi che il disco è iniziato. Rimangono nel perenne dubbio se alzare o meno la posta e diventare i Pelican (qualche passaggio alla Melvins se lo lasciano pure scappare), ma decidono di non strafare e rimangono per tutto il minutaggio sotto il livello di guardia. Tutto già sentito (capirai), ma assolutamente curato e in buona fede, con la significativa eccezione della bellissima suite conclusiva The Creeping Fear (un fascinosissimo agglomerato slo-mo di archi e drones di chitarra), paradossalmente molto vicina a certe cose ambientali dei migliori NIN, che alza la media e ci mette a letto col sorriso.

Web
Myspace
Live
Due video ufficiali piuttosto ben fatti

Paolo Benvegnù @ Magnolia, Milano (18/11/2008)

Chiara Leandri | 27/11/2008
“Musica triste” che si riscatta. Forse perchè l’Artista non parla (è una serata così, anche i timidi supporter Le Blanche Archimie hanno pensato solo a suonare). Forse perchè è come fare un lungo viaggio fra parole e suoni possenti. Alla fine, però, la bonaria ironia di Benvegnù spiazza più che qualsiasi azione sovversiva. Non c’è scampo, l’ironia questa sera è come servire ketchup sulla pizza: non c’azzecca. Però a furia di masticare il gusto piace e solletica.
Immagino la scaletta come una immersione/sommersione di orchestrazioni sottoforma di onde di suono. A tratti appaiono spruzzi di parole: frasi, illuminazioni. Come “gli alberghi sono navi senza movimento”, oppure “ringrazio dio che mi ha fatto troppo poco intelligente”. Poi però insorge una seconda ondata che annega parole e ogni pensiero: solo il Suono. Una batteria imponente – flutti contro lo scoglio? – un basso ridente, tastiere equilibriste.
Ci si aspettava uno show acustico ridotto all’osso, o una performance legata a quell’album, Le labbra, così soffice, a volte. E invece la linea adottata dall’ex Scisma è da capogiro: archi, tastiere sintetizzate, batteria spaccatimpani. Vai con l’orchestra. Il punto preferito è sul finale, quando a Troppo poco intelligente il sornione Paolo alterna una improbabile Bitter Sweet Symphony e un ritornello di Bohemian Like You. Perchè pensare può anche essere divertente.
Non saprei dire con esattezza se rimane qualcosa di preciso non appena si esce dal fumoso tendone invernale del Magnolia. La sensazione è quella di ricordare poco o niente: cosa è successo? Che è stato? Pian piano, però, si sedimenta un pensiero corposo. Insommma: dopo una “troppo poca intelligenza”, arriverà altra consapevolezza. O no?

Kelli Ali: Rocking Horse (One Little Indian/Goodfellas)

Nur Al Habash | 27/11/2008

A guardarla sembra un’hippie del duemilaeotto, Kelli Ali, con questi capelli neri fluenti e le coroncine di fiori. A leggere la sua biografia poi, ancora di più: in passato musa e chanteuse trip-hop per gli inglesi Sneaker Pimps, poi impazzisce e fa un viaggio mistico tra California e Messico in cui ritrova sé stessa. Ed eccola quindi al suo terzo album solista circondarsi di produttori d’eccezione come Max Richter (già collaboratore di Vashti Bunyan) e Marc Pilley, piccolo genio della chitarra acustica, che hanno portato con loro un carico massivo di folk nudo e puro.
Rocking Horse allora esce fuori dalla tasca di questa cantautrice di Birmingham come una scatolina intarsiata a mano, una raccolta di inni silvestri e fiabeschi puntellati da una voce acuta e delicatissima, un carillion di archi e flauti. E ancora cavallini a dondolo a ritmo di arpeggi al piano, toni pastorali e a volte classici, con sopra una calda coperta folk che sa di medioevo e fiere d’inverno.

Wild Beasts: Limbo, Panto (Domino/Self)

Paolo Morelli | 27/11/2008

Difficilmente moniker scelto e musica proposta si sposano alla perfezione come per i Wild Beasts. L’esordiente quartetto inglese, che ruba il nome a un’avanguardia espressionista di inizio Novecento (i Fauves, “bestie feroci” in francese), presenta infatti in Limbo, Panto 10 pezzi tanto vividi quanto scioccanti. Il loro è un art-rock chitarristico ma mai muscolare, incredibilmente raffinato per l’età media (poco più di ventanni) e personale nonostante le influenze più varie affioranti qua e là (dal glam alla disco, dall’alt-pop contemporaneo a certe sperimentazioni di Kate Bush fino ai Queen più freak). Ma a sorprendere di più è la voce di Hayden Thorpe: un monstrum che per timbro e stile che richiama di volta in volta Mika, Matt Bellamy ed Antony (anche nello stesso pezzo!), con ricorso continuo al falsetto. È questo al tempo stesso l’elemento più affascinante e il potenziale punto debole dell’album. L’ingombrante performance vocale del leader rischia infatti di “mangiarsi le canzoni”, le quali nonostante arrangiamenti e idee pregevoli (le svolte ritmiche, i cori, i testi dal lessico colto e pieni di allitterazioni) richiedono pazienza e attenzione nell’ascolto e avrebbero probabilmente tratto beneficio da un cantato più accattivante e immediato (con le dovute eccezioni, come Brave Bulging Buoyant Clairvoyants). Non a caso tra i pezzi più accessibili ci sono i 2 in cui la voce principale è quella elegante, più bassa e meno istrionica del bassista Tom Fleming (His Grinning Skull, il singolo The Devil’s Crayon). È soprattutto lì che si riesce ad andare oltre una sterile ammirazione cerebrale per l’originalità compositiva della band di Kendal (comunque una boccata d’aria fresca in un panorama discografico che propone emuli a getto continuo) e lasciarsi “impressionare” dalla sua musica – che era poi lo scopo dichiarato fin dalla scelta del nome, no?

Ascolta alcune canzoni sul myspace e sul sito ufficiale del gruppo
Guarda i video di The Devil’s Crayon, Brave Bulging Buoyant Clairvoyants e del precedente singolo (non incluso nell’album) Assembly

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