Si apre all’insegna della speranza la data felsinea del gruppo di Austin. Perché dopo abbinamenti eterogenei fino alla follia (ad Urbino quest’estate dopo i Massimo Volume, a Milano adesso in apertura ai Black Keys) con un pubblico talmente malassortito da mutare nella quasi totalità al cambio di gruppo, questa volta l’apertura era affidata ai locali A Classic Education.
L’ensemble italico, nato come progetto di pop orchestrale sulla scia degli Arcade Fire e da lì evolutosi – e tutt’ora in evoluzione, se finora hanno pubblicato solo un EP – lungo uno spettro più ampio di sfumature indie-rock (i nomi, anzi i numi, da citare sono sempre quelli, anzi se c’è un appunto che gli si può muovere sono proprio certi passaggi tanto fedeli alla linea da risultare un po’ troppo derivativi), pareva e si è rivelato molto più a tono. Tirati a lucido (per l’occasione in formazione estesa a sette elementi con due violini, purtroppo un po’ penalizzati dal missaggio non impeccabile) e carichi il giusto, gli emiliani hanno messo in scena la loro musica evocativa accompagnando il pubblico in una mezz’ora di catarsi melanconica, quasi l’antitesi (l’antidoto?) alla gioia infantile degli I’m From Barcelona.
La speranza però si spegne un po’ dopo le prime due canzoni degli Okkervil River. Se più indizi fanno una prova, la loro incapacità di fare un soundcheck decente è un segnale un po’ preoccupante. Stasera non siamo ai livelli dell’esibizione urbinate, con i volumi di tutti i microfoni sbagliati, né della data bolognese del 2006, quando per il differente voltaggio europeo fusero le tastiere (sic), ma sia la tromba che la chitarra sono difficilissime da sentire, a fronte di una sezione ritmica troppo invasiva. Evidenti, ed altrettanto sconfortanti, i patemi che la bella Lauren Gurgiolo, sostituta in tour del chitarrista Brian Cassidy, soffre ancora su certe canzoni (emblematico il ritardo nel riff-chiave di For Real), nonostante una prova complessivamente molto precisa (accettandone il suono à la Sheryl Crow). A spiccare totalmente in negativo però è il batterista Travis Nelsen, più volte fuori tempo sui cambi di ritmo ed in generale poco esaltante (ma bravissimo a fare il saltimbanco con le bacchette), residuo del periodo in cui dal vivo il gruppo si dava al lo-fi più becero, epperò catartico, tutto urla e note alla buona. L’evoluzione in simil-big band ne scopre invece impietosa i difetti, e fortuna che stavolta Sheff è sobrio e riesce a non andare continuamente sopra le righe (anche se si mantiene al limite massimo consentito di pathos).
Dopodiché, la star è lui, con i suoi testi gridati disperatamente; il pubblico lo sa ed accetta digressioni sui medici e pose da rocker un po’ fuori luogo, e si scatena tanto sulle canzoni più recenti, che occupano la maggior parte della scaletta, quanto sugli immancabili classici (Black, For Real, A Stone scarnificata, solo voce, chitarra e un po’ di tromba alla fine).
Nel bis una cover di Rod Stewart (Italian Girls) e una Westfall indiavolata che, complice il mandolino, assomiglia curiosamente ad una pizzica.
Complessivamente, più godibile se già li amate alla follia.
Scarica dal sito degli A Classic Education l’inedito We Can Always Run To Hawaii
Guarda For Real in un concerto del 2006
Guarda For Real maltrattata quest’estate