The Week That Was: s/t (Memphis Industries/Coop)

Peter Brewis, già nei Field Music con il fratello David, si è guadagnato tutta la nostra stima. Questo disco ha tutte le carte per essere frainteso, snobbato, liquidato in poche battute dai magazine che contano (di sicuro non da Mojo, che lo ha definito miglior disco di settembre). Si tratta infatti di un pop che richiede spazio mentale, per delle trame complesse in cui ci si può perdere, o solo innervosire. Brewis è innamorato del pop ‘colto’ alla XTC, e guarda verso il funk bianco della coppia Byrne/Eno. Il rischio poteva essere una brutta copia di Discipline (King Crimson), e invece no. Si complicano i ritmi (l’iniziale Learn to Learn) e si smarcano le mappe più ingenue del gusto; ma si resta maledettamente coi piedi a terra, muovendo persino il culo, soprattutto quando il pop è un bersaglio “colpito e affondato” che si chiama Scratch The Surface (singolo spet-ta-co-la-re). La smania di fare, di smuovere e costruire, non soffoca mai l’amore di Brewis per la melodia; non inquina la sua capacità di suggerire geometrie urbane e nebbioline inglesi (The Airport Line).
Quando lo ascolterete la prima volta, magari storcerete il naso; ma la seconda vi troverete a considerare che i percorsi sghembi, le soddisfazioni dilatate, sono più stimolanti; che quel tono da stronzetto british può essere adorabile. E penserete: “dannato Brewis, potevi scrivere un bel doppio e invece te ne esci con appena mezz’ora di musica incantevole. Sei sadico o solo pigro?”. (S.V.)

Il video di Scratch The Surface, che come dice Simone è un singolo spet-ta-co-la-re (anche se ricorda tantissimo Lullaby dei Cure) è una specie di omaggio al popolare show ideato da Ricky Gervais in UK, “The Office”. Ci sono giochi di sguardi e movimenti meccanici, che si succedono secondo un ritmo sincopato, nervoso, che appartiene anche alle poche – otto – tracce del debutto dei The Week That Was. Si, è un album new wave: pieno di strizzate d’occhio più e meno ruffiane a Byrne e Partridge; nasce vecchio, nasce classico, nasce persino un po’, come dire… annoiato. Così in una canzone bizzarra come The Story Waits For No One i tasti del pianoforte vengono pigiati in maniera robotica e sgraziata e contraddicono i violini: la band di Brewis è composta da un branco di automi che, forse, negli anni Ottanta erano tranquilli adolescenti con troppi vinili in casa. (M.P.)

MySpace

Guarda lo splendido video di Scratch The Surface

Tv On The Radio – Dear Science (4AD/Self)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/10/dearscience-250x250.jpgIl terzo album della band di New York genera reazioni di ogni tipo: da chi lo considera una pietra miliare del rock contemporaneo a chi, con sufficienza, lo liquida come “roba già sentita”. In ogni caso, sembra impossibile evitare di confrontarsi con Dear Science. La redazione di Vitaminic ci si è messa a quattro mani.

FF: Mi sono pentito di averlo comprato perché se fossi stato abbastanza scaltro avrei potuto sapere esattamente cosa mi aspettava leggendo tutti gli articoli entusiasti. Alle volte faccio fatica a mettere in fila i mercoledì e i giovedì, ma questo disco non ha scontentato davvero NESSUNO. Sai come mai? L’hanno fatto apposta. Suona geniale e appositamente negro fin dal primo ascolto, con un’arroganza davvero incredibile. Non riesco a capire come faccia la gente a non sgamarli.

EB: Vuoi dire che non ti piace perché è “troppo perfetto”? Ti concedo di smarcarti da questa posizione snob abbastanza scomoda, e forse non molto difendibile, dicendo che la musica dei TV On The Radio è sempre stata più facile da ammirare “con la testa” che amare “con il cuore”. Ma anche questo argomento, di fronte ad alcuni momenti di questo disco come Dancing Choose (che tiene assieme REM e LCD Soundsystem) oppure, all’opposto, la toccante Family Tree, secondo me non regge. Quella che chiami arroganza potrebbe essere solo un’idea forte e chiara di musica, unita alle capacità di tradurla in una iperdefinita realtà.

FF: Non mi sembra che la “perfezione” sia buon un criterio per valutare la musica. È una questione di contesti: se lo vedi come un’evoluzione del suono newyorkese del post-2000 è senz’altro un disco più “completo” di quel che gli gira attorno, ma non è un merito in sè. Preferisco pensare più in grande: se prendo ad esempio una storia alternativa della musica che veda TV On The Radio come una specie di evoluzione di compromesso tra, diciamo, Superfly e i primi 23 Skidoo mi viene disgusto a sentire Dear Science. Non è che voglio fare la pippa su quanto e come i dischi vecchi siano migliori, ma davvero a sentirli non sembra che ci sia quasi niente alla base, se non quest’attitudine dietrologa fine a se stessa e la capacità di saperla vendere bene.

EB: Se si vuole continuare a risalire alle fonti, allora si potrebbero citare anche l’amore per le armonie alla Beach Boys, le paranoie da Talking Heads, il groove alla Prince. Ma non sto dicendo che il risultato sia la somma delle parti. Il punto, secondo me, è che Dear Science riesce a emozionare (ovvero raggiunge il suo scopo) stando in piedi sulle sue gambe. Cioè mentre lo ascolti non ti metti a pensare a quello che i TVOTR hanno voluto mettere dentro ogni singola canzone, ma l’amalgama è tale che tu stesso ti senti dentro quel suono. E per questo i Tv On The Radio diventano a loro volta punto di origine.

FF: Ehi, perfetto! Secondo me no. Manca del tutto questo processo di personalizzazione, da questo punto di vista infatti continuo a preferire Young Liars e il primo disco lungo. Comunque, suppongo che il tempo saprà dirci se puntare su di loro è stata una buona mossa. Io per ora continuo a tenere i soldi nel materasso.

Visita il sito dei Tv On The Radio
Guarda il video di Dancing Choose
Guarda il “dietro le quinte” di Golden Age
Guarda i TV On The Radio dal vivo sulle scale antincendio del David Letterman Show

Ladytron @ Estragon, Bologna (25/10/08)

Paolo Morelli | 31/10/2008

Per i gruppi electro-pop legati al formato canzone la prova dal vivo nasconde molte insidie: il rischio di esagerare con le parti registrate e causare nel pubblico l’effetto playback-fregatura, o al contrario quello di combinare pasticci nel mixaggio o nei volumi (in un genere in cui la purezza dei suoni è un elemento particolarmente importante)
I Ladytron, che rientrano perfettamente in questo identikit, nella data di sabato scorso all’Estragon sono riusciti abbastanza bene a dribblare tali ostacoli e offrire uno spettacolo gradevole, per quanto abbastanza corto (un’ora e spiccioli).
Il quartetto di Liverpool si presenta sul palco con due musicisti a supporto: un bassista dall’aspetto molto metal e un batterista, sistemati in posizione decentrata a fondo palco. I Ladytron veri e propri si dispongono a quadrilatero: le cantanti Helen Marnie e Mira Aroyo davanti al pubblico, i musicisti Reuben Wu e Daniel Hunt nelle retrovie: tutti e 4 brandiscono synth e tastiere, Hunt anche una chitarra. Ben 9 dei 16 pezzi proposti appartengono all’ultimo apprezzato lavoro Velocifero, uscito nello scorso giugno (a partire dalla sequenza iniziale, che dopo l’ipnotica Black Cat già in apertura di disco spara subito i due singoli Runaway e Ghosts). Non mancano però alcune attese hit dagli album precedenti, come la trascinante International Dateline, la doppietta Playgirl/Seventeen e quella Destroy Everything You Touch che chiuderà il bis, suscitando entusiasmo generalizzato nel pubblico accorso (i Ladytron attirano una fauna eterogenea di goth, indie-kids e clubbers), ma anche qualche perplessità per i volumi troppo elevati in coda.
La voce dolce e dreamy della scozzese Helen, a cui tocca l’impegno maggiore, è sempre all’altezza. La bulgara Mira, bellezza dark e misteriosa, presta il suo salmodiare ai brani composti nella sua lingua madre, che nel caso di True Mathematics e Fighting In Built Up Areas sono anche gli unici episodi dal passato electroclash della band; discorso a parte per l’acustica Kletva, uno dei pochi momenti che regalano qualche sorpresa. In generale infatti la resa è buona, i brani sono molto “suonati” e scorrono piacevoli, ma difficilmente si riscontra un valore aggiunto rispetto al disco – e d’altra parte la scaletta è troppo pop per scatenarsi nel ballo (per quello ci sarà l’aftershow al Covo, con djset curato dal gruppo stesso presente in consolle quasi al completo). Questa sensazione è evidentemente una insidia che i Ladytron non sono riusciti a superare in pieno.

Bodi Bill: Nex Time (Sinnbus/Goodfellas)

Massimo Reali | 31/10/2008

Non mi capita quasi più ormai di ascoltare un disco di cui non conosco quasi niente. Per esempio, quanti sono i Bodi Bill? Due o forse tre ma non c’è una pagina wikipedia che lo confermi. Ok sul loro myspace c’è scritto che sono tedeschi e a questo, con un minimo di immaginazione, ci sarei pure potuto arrivare da solo. Anche perché il mondo creato da questo Next Time fonde colori e ritmi diversi tenendo alla base la forma-canzone pop e innestandoci sopra le lezioni imparate nelle lunghe notti berlinesi. E così sulla voce che tiene delle strane influenze da nu-soul postmoderno ecco tutta la gamma dei suonini glitch, le atmosfere ambient e perfino alcuni echi big beat. Certo è vero il floor, quello dove si balla, si allontana sempre di più e anche quando sembra che i beat siano più pulsanti siamo ancora comunque ancora troppo lontani. Se fino a qualche tempo fa il progressivo avvicinamento alla pista era la mossa vincente chissà che da ora in poi non sia meglio fare il percorso inverso. E, non volendo ragionare per massimi sistemi, almeno in questo caso funziona pure per lunghi tratti del disco lasciando solo in alcuni piccoli episodi, quelli più sperimentali per l’appunto, spazio alla noia.

Bodi Bill @ Myspace
Guarda il video di I Like Holden Caulfield
Visita il sito della Sinnbus

Zach Hill: Astrological Straits (Ipecac/Goodfellas)

Francesco Farabegoli | 30/10/2008

Un caleidoscopio di stili che girano a velocità supersonica su rullate di batteria infinite che si misurano con ogni groove in commercio, senza che nessuno abbia il tempo di capire il punto alla base di tutto né tantomeno appassionarsi un minimo: la potremmo definire sindrome da Mars Volta, band nella quale Zach Hill non sfigurerebbe affatto e della cui luce brilla un po’ il suo cui percorso artistico dopo The Devil Isn’t Red. Se tutto quanto fosse questione di masturbazioni mentali tipo il delirio all-drums di una Uhuru sarebbe anche divertente, ma Astrological Straits rivela l’inequivocabile aspirazione ad esser manifesto programmatico del batterista e/o summa ideologica dei tre milioni di progetti che lo vedono coinvolto. In tutto e per tutto, insomma, una versione ipertrofica, meglio prodotta e più controllata di Church Gone Wild, la metà del doppio CD del 2005 che ci ha rivelato in via definitiva di chi sarebbe stata la colpa dell’imminente sfascio primusiano di Hella; una cosa, insomma, di cui non sentivamo il bisogno. Partecipano ospiti d’eccezione tipo Les Claypool e Chino Moreno, ma non crediamo sia colpa loro.

Myspace
Hindsight Is Nowhere – video
Zach Hill alla 88 Boadrum

Land Of Talk: Some Are Lakes (One Little Indian/Goodfellas)

Amos Martino | 30/10/2008

Non so se avete presente quel momento di Alta Fedeltà, in cui il protagonista resta imbambolato ad ascoltare Marie LaSalle e poi ci va pure a letto. Ecco – al di là dell’esito fisico della faccenda – con Elizabeth Powell, leader dei Land Of Talk, ho avuto una sensazione simile. Some Are Lakes è il disco nuovo, appena uscito per Saddle Creek. Si tratta di dieci canzoni nella forma più classica ed essenziale del rock: quel chitarra-basso-batteria da palco improvvisato tra i tavoli di un pub. Ma è il timbro molto personale e seducente di Lizzie che salva la situazione: non fosse per le note trascinate, per il diffuso senso di provocante vulnerabilità, avrei interrotto a metà. E invece no. Si arriva veloci alla fine, scoprendo addirittura anche il lato romantico della questione come in It’s Ok e in Troubled, traccia praticamente cantautoriale (leggi: Cat Power) che chiude il discorso. Nel modo narrativo con cui viene fuori la voce di Elizabeth si riconosce la mano di Justin Vernon (Bon Iver) che – lo confesso – è anche il motivo principale per il quale mi sono accostato ai Land Of Talk con più curiosità. Che dire: finito di ascoltare, faccio la fila al banchetto e mi faccio firmare la copia con dedica personale. E dire che a me l’indierock non piace.

Visita il Myspace dei Land Of Talk
Il sito ufficiale della Saddle Creek

Geoff Ereth: Drunk With Translation

Enrico Amendola | 30/10/2008

Il disco di debutto di Geoff Ereth, polistrumentista californiano di 28 anni, ad oggi è rintracciabile soltanto nelle librerie digitali di Itunes. Il suo è un pop orchestrale in cui il pianoforte e la chitarra acustica hanno un ruolo centrale, affiancati  dal lavoro dell’ Osso string quartet, già in tour e alla produzione con My Brighest Diamond e Sufjan Stevens. Il risultato è apprezzabile sin dalle prime e delicate note, in cui le languide melodie non affogano nelle partiture d’archi, in perfetto equilibrio con la snella  struttura portante delle canzoni. Il rischio che si corre quando si costruiscono tessuti sonori del genere è quello di affossare il suono in un impasto barocco ed incline alla pomposità di maniera, cosa che si intravede solamente in un brano, Whitsunday, in cui gli archi prendono il sopravvento su tutto il resto in modo invasivo. Il resto è delicato come una carezza, soffuso e malinconico pop d’autore che richiama da lontano Damien Rice e il Sufjan Stevens più essenziale. Un disco ancora sconosciuto, ma che sin da ora meriterebbe attenzione. 

Ascolta Introit da Drunk With Translation
Ascolta  Surefooted da Drunk With Translation
Ascolta C
arry Me da Drunk With Translation
Ascolta Withsunday da Drunk With Translation
Ascolta Finely Dressed Saboteurs da Drunk With Translation

Love Will Tear Them Apart (dall’Inghilterra alla Spagna)

Francesco Locane | 30/10/2008

Amiche e amici di Vitaminic, come va? Noi di Seconda Visione, il settimanale di cinema in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna, stiamo bene, grazie.

Nella scorsa puntata vi abbiamo parlato innanzitutto di Control, di Anton Corbijn. Il film sulla vita di Ian Curtis è finalmente uscito nelle sale italiane, con un anno abbondante di ritardo sulle “prime” nel resto del mondo. Fotografato in maniera splendida (e ci mancherebbe, vista la formazione del regista), il film si focalizza davvero su Ian Curtis e sulla storia d’amore con la moglie Debbie e con l’amante Annik, più che sui Joy Division. Il risultato, comunque, è buono: il film rinuncia alle scene madri e procede piano, un po’ alla volta, arrivando al tragico epilogo della storia, che ben conoscete. Colonna sonora bellissima, ma che ve lo diciamo a fare?

Abbiamo quindi parlato del London Film Festival, grazie alla nostra inviata speciale Irene Musumeci, amica e ascoltatrice fedele da Londra: ci ha raccontato dell’accoglienza di due film importanti presentati alla kermesse, come W., di Oliver Stone, e Il divo, di Paolo Sorrentino.
Per l’angolo dedicato al trailer, vi abbiamo fatto sentire e commentare quello di Awake – Anestesia cosciente, già dal titolo un film imperdibile, che sgomita tra Bergman, Linea mortale, Ghost, e Ovunque sei. Mica male, eh?

E infine, ultimo film in scaletta, Vicky Cristina Barcelona, di Woody Allen. Pesantemente braccato dall’Ufficio turistico della città catalana, Allen rinuncia a mostrarci Barcellona in qualche modo originale, ma declina in maniera non malvagia il clichè dell’americano in Europa, e non si fa travolgere eccessivamente dal potenzialmente letale mix di arte&passione. Penelope Cruz e Javier Bardem sono bravissimi, il film si salva, ma non verrà di certo ricordato come uno dei migliori del regista.

Bene, è tutto: ci sentiamo martedì prossimo e se volere, scriveteci pure a secondavisione@hotmail.com. Ciao!

Fucked Up: The Chemistry Of Common Life (Matador/Self)

Francesco Farabegoli | 29/10/2008

Fosse uscito sei anni fa, lo stesso identico disco avrebbe fatto andar fuori soltanto metallari e fan degli AC/DC; nell’anno domini 2008, al contrario, una legione di riviste e webzines da sempre e per sempre sul pezzo dà il trionfale e plebiscitario benvenuto a The Chemistry Of Common Life nelle playlist di fine anno. Di per sé basta ed avanza a dar la misura di quanto e come l’operato di Andrew WK sia arrivato nei posti più impensabili, giacchè l’ultima release di Fucked Up è concepita allo stesso modo: una collezione di standard del rock’n’roll a metà tra oi! e hard anni ottanta, caricati di sovraincisioni di chitarra fino all’inverosimile e cantati a squarciagola da un buzzurro ciccione a petto nudo copiato pari pari da Billy Milano. Naturalmente The Chemistry non raggiunge le vette del capolavoro I Get Wet, il disco di Andrew WK che è manifesto di questa attitudine a trecentosessanta gradi mascherata da stupidità, ma si tratta comunque di un’opera più che meritoria. In giro si leggono paragoni coloriti, ivi compreso il frequente capolino della parola sh**gaze (decidete voi se completare con oe o it), in gran parte per via del marchio appiccicato dietro la copertina del CD; da queste parti, oltre ai nomi già citati, ameremmo ricordare almeno Sick Of It All e Dropkick Murphys. Sia quel che sia, musica a cui non è possibile pensare se non suonata dal vivo davanti ad un circle pit immenso e violentissimo. Venite pure sul pezzo, cari.
 
Fucked Up su Wikipedia (comprende discografia essenziale)
THIS PAGE IS NOT RUN BY FUCKED UP. FUCKED UP DOES NOT HAVE A MYSPACE. IF YOUR A FAN ADD THIS PAGE.
Live in NYC #1 (cover di Blitzkrieg Bop)
Live in NYC #2
(avvertenza: nei video si vedono spuntar fuori le chiappe di Pink Eyes. non è un bel vedere)

Nico Muhly: Mothertongue (Bedroom Community)

Daniele Giovannini | 29/10/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/10/mothertongue-250x250.jpgNico Muhly è un ventenne dalla faccia pulita e dall’aria perennemente assente. Qui lo si conosce da almeno quattro anni, dalla sua collaborazione con Philip Glass e prima di quella con Björk in Oceania. Perché Muhly, oltre ad avere una discografia ampia e di interessante qualità nonostante sia vergognosamente giovane, è forse il compositore contemporaneo under 30 con le collaborazioni più illustri agli occhi dei non addetti ai lavori, il più hyped sottovoce, quello con più pagine dedicate a lui dal New York Magazine e dal Village Voice. È così adorabile da avere tutti i numeri per risultare appetibile al corrispondente di costume e ai suoi lettori. Poi, dopo aver apprezzato in questi anni di trasformazione del mercato musicale i suoi lavori di classica contemporanea debitori verso Riley e Reich ma freschi ed entusiastici, un giorno ci si trova a dover parlare del suo secondo album di musica leggera. Dove l’aggettivo leggera è da intendersi in senso lato. Mothertongue è infatti un pastiche di generi e tecniche, formalmente compiuto ma emozionalmente in continuo divenire. I dieci brani, nella scansione delle quattro parti di Mothertongue, delle tre di Wonders e delle tre finali di The Only Tune, sono uno studio sulle proprietà della lingua e del cantato umani. Mothertongue è articolata su una base di classicismo e caos, affidata alla soprano Abigail Fischer, aggrovigliati a un’intelaiatura di minimali strutture classiche ed elettro-acustiche. Il flusso sconnesso di parole e vocalizzi, la cacofonia iniziale, si smorza nell’attraversamento di Wonders, il cui innesco è un madrigale seicentesco e l’evoluzione una sovrapposizione di linee vocali e di trombone confusa, involuta, islandese, lirica e battagliera. Si sfocia quindi in un trittico folk, a cui Sam Amidon presta la voce, gli scheletri melodici di banjo e chitarra e la narrazione biblica di una coppia Caino-Abele al femminile. Ma in Mothertongue, pur essendo l’atto comunicativo premurosamente e timidamente affidato a tre voci estranee e incorporee, è quella di Muhly la figura che rende in qualche modo coeso un tour de force di suono puro e parole. Rimane in piedi sullo sfondo, lasciando i coristi liberi in un ad libitum maniacale, realizzando una gemma che trasversalmente unisce mito, folklore e linguistica per arrivare fino alle stelle.

Visita il MySpace di Nico Muhly
Visita il sito della Bedroom Community

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