Gli aneddoti sulla vita del giovane Mozart si sprecano. Si dice che nella Pasqua del 1770 fosse a Roma, quattordicenne, per ascoltare il Miserere di Allegri, il cui spartito era di proprietà esclusiva della Schola Cantorum della Cappella Sistina, non poteva essere copiato né letto, pena la scomunica, e veniva eseguito solo nel periodo pasquale e a luci spente. La leggenda dice che Mozart, ascoltandolo una sola volta, sia stato in grado di trascriverlo a memoria, nota per nota.
Vivaldi, invece, finché era in vita, aveva tutt’altra reputazione. Avison sosteneva che la sua musica era “adatta a far divertire i fanciulli”, Hayes che “aveva una grandiosa padronanza del suo strumento, ma anche una vena compositiva debole che non gli permetteva di produrre buone parti”. Nondimeno ebbe una grande influenza su Bach e fu largamente apprezzato a posteriori. Avete mai provato ad ascoltare le sue Quattro stagioni nell’esecuzione diretta da Von Karajan? La musica classica ai suoi massimi di pop. Deliziose.
Ecco, forse per parlare di Conor Oberst, qui al quarto lavoro scoperto (il primo negli ultimi tredici anni, addirittura omonimo – anche se sul MySpace è indicato come “Conor Oberst and the Mystic Valley Band”), fuori dall’ala protettiva del moniker Bright Eyes, si dovrebbe prima uscire dall’equivoco per cui Oberst sia un Mozart, un bambino prodigio in grado di fare qualsiasi cosa con la musica, e retrocederlo, per modo di dire, al ruolo di Vivaldi. Cioè nel suo caso quello di autore prolifico, polistrumentista, in grado di mantenere una costante freschezza compositiva pur girando sempre intorno allo stesso genere (una miscela di pop, country, folk con sprazzi di southern rock – se escludiamo la produzione parallela con altri gruppi nei dintorni dell’emo ed il make up elettronico di Digital Ash In A Digital Urn). Ma per cortesia, non Elliott Smith.
Piuttosto il ragazzo ideale di Alexandra Patsavas. Avete presente? Secondo me sì. Costei è la responsabile della patina indie di telefilm altrimenti abbastanza buoni per imbonire le casalinghe di Voghera. Ovverosia, la music supervisor di The O.C., Grey’s Anatomy e numerose altre serie tv sulla stessa falsariga, l’ambiente ideale in cui immergere le undici canzoni (più un corno suonato tra il frinire di grilli – sic - nei pochi secondi di Valle Místico) di quest’album.
È lì che si troverebbero alla perfezione l’Elliot Smith tascabile dell’elegia introduttiva Cape Canaveral, di Lenders In The Temple, di Eagle On A Pole o di Milk Thistle, il southern rock di Get Well Cards (quasi una versione soft di You Don’t Know What Love Is dei White Stripes), di Souled Out!!! o di NYC – Gone, Gone, la ballad country Danny Callahan (non riuscite anche voi a vederci scorrere sopra i titoli di coda di un film?), il piano da saloon disperato di I Don’t Wanna Die In A Hospital, la (brutta) ballata da marinai elettrici Moab.
Lì, o ad accompagnare un viaggio in macchina, o in una compilation preparata per voi da Steve Earle. Però a queste undici bel… dieci belle canzoni, sicuramente più immediate senza la mediazione del compagno di merende Mike Mogis (dichiaratamente perfezionista fino all’eccesso), mancano la tensione, la profondità, la spiritualità, quasi, che pervadevano quelle del succitato Smith e che la sbandierata idea di registrare a casa degli dei a Tepoztlàn non sembra essere stata sufficiente ad ottenere. Un disco gradevole, molto gradevole, che si può ascoltare più volte senza stancarsi e dimenticare in un tempo ragionevole. Le Quattro stagioni del pop-folk americano. Poi aggiungi tu quel che ti va, banalità, banalità.
Guarda il video di Souled Out!!!