I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 29/9/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/09/kabeedies-166x250.jpgPrima puntata, e di conseguenza primo podcast anche su queste pagine, per la stagione numero otto di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Ai microfoni Enzo e La Fagotta hanno subito ritrovato lo smalto di un tempo, tra immancabili problemi tecnici, un po’ di bei dischi nuovi e parecchi brindisi. E pensa che sono riusciti anche a parlare di gentrification e festival di fine estate con la Donna di Prestigio, a collegarsi con Londra e a rivelare come la redazione di polaroid è riuscita a strappare l’esclusiva dell’inviato Valido al celebre blog Hipster Runoff. Ecco la playlist della serata:

Kabeedies – Palindromes
The Little Ones – Boracay
Someone Still Loves You Boris Yeltsin – Think I Wanna Die
Silverdrop – Drown Her
[collegamento con La Donna di Prestigio]
Daniel Merryweather – Cigarettes
Le Man Avec Les Lunettes – Lunch Boy
Vancouver – The Idler
[collegamento con Matteo "Valido" Zuffolini in diretta da Londra per la rubrica "Londonwatch"]
Ladyhawke – Paris s’enflamme
[Polaroids From the Web]
The Notwist – Good Lies

Scarica la puntata in mp3
… oppure ascoltala in streaming qui sotto:

Clare & the Reasons – The Movie (Fargo)

Marina Pierri | 28/9/2008

Avete presente le Chordettes? Quelle che cantavano Mister Sandman negli anni Cinquanta. Ecco, Clare sembra schizzata fuori da una foto dell’epoca e avere particolarmente a cuore il sound dei proto-girl groups e delle starlet hollywoodiane che tanto privilegiavano l’ a cappella puntando tutto sulla voce (saltuariamente celebrata da qualche esercito di violini). Qui a Vitaminic abbiamo scoperto di nutrire una certa affezione per questo album e invitiamo anche voi, qualora foste intenzionati a recarvi all’unica data italiana di My Brightest Diamond, ad arrivare presto per godervi l’opening act, che è proprio Clare, con la sua band di supporto The Reasons. Vi lasciamo in ascolto questo pop stellare e sognante: buon volo.

Ascolta in esclusiva l'album di Clare & The Reasons

The Banshee: Your Nice Habits (Suiteside)

Enzo Baruffaldi | 26/9/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/09/banshee-250x250.jpgIn un’epoca votata al più estenuato personal branding, realizzare qualcosa in grado di eccitare, e che al tempo stesso sia rilevante, rappresenta la vera e propria sfida. I Banshee, quartetto proveniente da Genova, ci provano staccandosi dagli stilemi del più osservante Franz-pop e rendendo più acida la formula del proprio suono. Il loro secondo album (dopo Public Talks del 2006, sempre su etichetta Suitesite) gioca infatti le sue carte inserendo abbondanti synth che fanno pensare più a dei Devo in vena di melodie che a certi ragazzetti britannici contemporanei. Probabile merito della puntuale produzione artistica di Luke Smith, già collaboratore di Clor, To My Boy e Shitdisco (con cui i Banshee stanno proprio per dividere qualche data in giro per la penisola). Il risultato è conciso e diretto. Dieci tracce attillate e spigolose su cui si appendono tutti i cori giusti a far muovere le gambe nei dancefloor. Il singolo Kicks Up si tiene bene in equilibrio tra un’allucinazione appena intravista e un ritmo ossessivo. Qui si respira un’atmosfera da luci al neon e vento freddo. Pezzi come Face o Russia spostano l’equilibrio verso sfumature più scarne, verso una new wave ancora più accentuata. People Around è la canzone che forse racchiude al meglio tutte le potenzialità dei Banshee, con il suo chiaroscuro che rimbalza tra strofe sotterranee alla !!! e ritornelli distesi alla Futureheads. Il finale di Colder parte slabbrato come Strokes d’annata e poi ingrana la quinta, allargandosi battuta dopo battuta. In conclusione, nonostante il recente passaggio sull’NME, i Banshee non si sono chiusi in un facile cliché, e passo dopo passo hanno confezionato un buon album che raggiunge perfettamente il proprio scopo.

Visita la pagina MySpace dei Banshee
Guarda il video di Kicks Up

Liam Finn: I’ll Be Lightning (Liberation Music)

Chiara Leandri | 26/9/2008
Caro Signor Finn, mi chiedo perchè hai deciso di fare proprio questo tipo di disco. Non me ne volere, sai, solo che è da un po’ che mi scervello su come comprenderti. Mi è piaciuta tanto la tua prima canzone, Better To Be, con quel suo ritmo di basso saturato che si riversa sull’innocua chitarra acustica. Fa venire voglia di tenere il tempo con qualsiasi oggetto capiti sottomano. La seconda traccia Second Chance, poi, è proprio ciò che il titolo suggerisce: ti do una seconda possibilità di stuzzicarmi con una divertente batteria simil-garageband e un cantato etereo che non si può negare, ti ritrovi a dover ripetere…”Remeber me / honestly I don’t / remember who you are”.
Però. Già lì cominci ad essere un pò troppo ripetitivo. Guarda: io ti darei anche il beneficio del dubbio, ma quando la tua voce si sforma su molteplici doppie voci, quando la chitarra acustica di sottofondo e la batteria sincopata si protraggono per altre 12 tracce, non trovo molti motivi per ascoltarti appieno. Sai, assomigli molto a cose già conosciute come Frames, Veils, Flaming Lips. Poi mi sovviene che sei figlio di Neil Finn, frontman dei Crowded House, e in effetti vedo che qualcosina deriva anche da lì, probabilmente perchè da qualche tempo suoni insieme alla band di tuo padre. Ecco, cerca di non essere uguale a nessun altro.
Questo è il tuo primo album solista e non è poi così male. E’ legato alla terra e genuino. Hai deciso di registrarlo interamente in analogico perchè fosse ancora un pò ruvido. E la ritmica è sempre trascinante. A qualcuno piacerai di sicuro. Il dubbio sul perchè di questo album però mi rimane, ma facciamo che continuerò ad interrogarti. Forse è questo a cui miravi? Un ascolto che duri nel tempo?

Milosh: iii (!K7)

Daniele Giovannini | 25/9/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/09/iii-250x250.jpgMike Milosh, meglio conosciuto come Milosh soltanto, è nella schiera di artisti che mi trovo a seguire da ormai molto tempo ma di cui non sapevo nulla se non l’origine, e anche di quella non ero molto sicuro. Canadese con antiche affiliazioni californiane, la sua musica è sempre stata fondamentalmente autocontenuta. Seppur compressa e dilatata in divagazioni tra vellutata downtempo e indietronica croccante, la sua essenza è soffocata e soffocante. Ora più che mai Milosh, con il suo terzo album brillantemente chiamato iii, recupera il soffocante e sigilla a prova d’aria, acqua e ulteriore malinconia quel rifugio musicale che è un club, ma anche la cameretta di un musicista, ma anche un divanoletto con una piazza desolatamente vuota. L’universo musicale di Milosh scaturisce e si estingue in un singolo loop mentre si stratifica in elettronica scura e personale, più del solito nel glitch e nelle tastierone della zona Telefon Tel Aviv grazie alla collaborazione di Josh Eustis (Remember the Good Things in particolare). La desolata elettronica-con-l’anima di Milosh ha in iii sempre più forti ascendenze R&B e cantautoriali, ponendo il nostro uomo in un ruolo tra producer in metallo urlante e trapunte da cameretta, tra rarefatti e bollenti Kruder & Dorfmeister e l’introspettività cosmica di un Adem. Provenendo da una realtà elettronica Milosh è (ancora) lontano dalla folktronica o dai nuovi sentieri ibridi percorsi di recente da Montag e Caribou, giungendo in iii invece a una sostanza quasi melodica che suona sorprendentemente — è può essere questa la nota negativa — come dei Postal Service votati a un pigro clubbing al rallentatore. L’eccesso di cantato, sublime nell’insieme dell’album, rende iii un disco prevalentemente da ascolto; un ascolto essenziale, loungy e patinato quanto quello dei due lavori precedenti, ma che questa volta almeno zittisce qualunque tentativo di conversazione da cocktail party tenti di sovrapporsi a Milosh negli ambienti modernisti, essenziali, loungy e patinati in cui, con un disco tanto ispirato, Milosh è sempre meno di casa.

Visita il MySpace di Milosh
Visita il MySpace della !K7 Records

One Little Plane: Until (Text Records)

Enrico Amendola | 24/9/2008

Non sono mai stato un fan di Joanna Newsom, di cui, pur riconoscendone il valore, non digerisco la voce infantile che sembra  prenderti per i fondelli. One Little Plane è a suo modo altrettanto infantile, ma è riuscita a conquistarmi sin dal primo ascolto. E’ una questione di sfumature e di equilibri, le linee vocali qui sono meno fanciullesche e gli arrangiamenti più lineari, funzionali al mio modo di intendere certo cantautorato femminile. Until esce per l’etichetta di Kieran Hebden (Four tet) ed è una felice commistione di folk inglese, cantautorato intimista e modernariato elettropop. A prevalere sono gli episodi  acustici, talvolta  arricchiti con inserti elettro-glitch a fare da contorno, ma il cuore delle composizioni è essenziale, nudo. La fragilità della voce ben si sposa all’andamento pigro dei brani e al tono confidenziale delle liriche che la fanno sembrare una Beth Orton a bassa fedeltà o meglio ancora una Feist più sussurrata. Talvolta si cambia registro con risultati alterni, come in Sunshine Kid, brano di stampo pop-rock classico o nella suggestiva Lotus Flower, episodio perfettamente in linea con il concetto di folktronica tanto caro a band come i Psapp. Long time ago invece si dilunga eccessivamente nella durata, inciampando su se stessa pur ricreando rilassate ed affascinanti atmosfere notturne che amalgamano pulsazioni elettroniche a chitarre liquide. Un disco che si cambia d’abito pur restando sempre se stesso, senza stravolgere nulla della propria essenza, un lavoro di classe e di personalità. Pescare dal foltissimo mazzo della musica folk contemporanea una carta così potrebbe essere la vostra mano vincente.

Visita il Myspace di One little Plane

Abe Vigoda: Skeleton (PPM/Bella Union)

Tomm. | 24/9/2008

Michael Vidal, Juan A. Valasquez, Reggie Guerrero e Dave Reichardt -giovanissimi- sono cresciuti a Chino, CA. Poche miglia a est di Los Angeles. Inland Empire, Estados Unidos De América. Dici LA e inevitabilmente pensi a No Age, Health, Mika Miko, Silver Daggers, The Mae Shi. Leggi The Smell e provi ad immaginare questi quattro ragazzini ispanici tra le mura di mattoni dello spazio/club ormai diventato luogo di culto e riferimento assoluto per la scena punk-rock/DIY della West Coast (ma non solo). Pubblicato dalla Post Present Medium di Dean Spunt/No Age (in uscita in Europa su Bella Union all’inizio di ottobre), Skeleton è il terzo LPdegli Abe Vigoda, dopo Sky Route/Star Roof (Not Not Fun Records/Post Present Medium, 2005), Kid City (Post Present Medium, 2007) e diversi singoli, collaborazioni, compilation, cassette autoprodotte e quant’altro. Quattordici tracce in poco più di mezz’ora. Ritmiche incontenibili, chitarre e melodie affilate come lame, liriche abrasive. Un diamante dalle mille sfaccettature, un’esplosione di luce chiusa nello spazio tra i solchi del vinile e la puntina del giradischi: l’incipit furioso di Dead City/Waste Wilderness, l’abbagliante pulizia di Bear Face, le interferenze cupe di Whatever Forever, la danza incontrollata (incontrollabile) su Lantern Lights. Poi. Animal Ghosts (”I love my life/I love my life/I love my life/I love my life”) e Live-Long. Il dialogo impossibile tra le chitarre e i ritmi di Hyacinth Grrls, il lungo sospiro ubriaco di Endless Sleeper prima della title-track in chiusura. Un disco luminosissimo. Veloce, tagliente, pieno di spunti e difficilissimo da catalogare. Dicono tropical-punk. Dicono calypso-noise, afro-pop, gamelan-grunge. “This sort of No Wavey sort of Pop oriented sort of twisted punked 4 piece”, dicono. Questo è il suono di Los Angeles, oggi. Il rumore -fatto di strappi in avanti, improvvisi cambi di tempo e direzione, voci e chitarre e melodie limpide e inafferrabili- di una cantina qualsiasi giù a Downtown. Pulito e freschissimo. Lontano da ogni tentativo di definizione. “Is tropical-punk a stupid phrase?” “I don’t think so… I think it makes sense with what we sound like. But I definitely don’t think that’s all we sound like, it’s mainly the rhythm section that really has a tropical, dub feel to it.” (Michael Vidal intervistato da Kev Kharas su Drowned In Sound).

Ascolta/scarica Dead City/Waste Wilderness (PPM/Bella Union)
Ascolta/scarica Animal Ghosts (PPM/Bella Union)
Ascolta/scarica Abe Vigoda live al Floristree di Baltimore, MD

Skeleton, Hyacinth Girls e The Garden. La band di Chino, CA live sul tetto del Silent Barn (Queens, NY) per Pitchfork TV/Don’t Look Down

Guarda No Age/Mika Miko/Abe Vigoda at the Smell: live+interviste (YouTube)

Leggi sul sito del Guardian un articolo di Louis Pattison (Plan B Magazine) sulla nuova scena musicale di Los Angeles

“But as their popularity grows, can they maintain their punk ethic?” That DIY thing, sulle pagine del LA Times

The Fader presents: Abe Vigoda At Schnipper's Apartment:

My Brightest Diamond Contest!

Redazione | 22/9/2008

Una delle muse di Sufjan Stevens e certamente tra le più interessanti cantautrici in circolazione, Shara Worden aka My Brightest Diamond arriva al Musicdrome di Milano il 29 settembre per la sua unica data italiana a supporto del nuovo A Thousand Shark’s Teeth. (Scriveteci) vitaminicontest (at) gmail (dot) com per vincere un sacco di biglietti, sarà una gran serata, è praticamente garantito…

(in collaborazione con DNA Concerti)

Mogwai: The Hawk Is Howling (Matador)

Daniele Giovannini | 22/9/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/09/thehawkishowling-250x250.jpgPrima cosa braccia in aria, sguardo nel vuoto ed epica esultanza assai poco appropriata al qui accidentale recensore: abbiamo un nuovo disco dei Mogwai. Il fatto che sia finito in rete da tempi immemorabili, sulla nostra ridicola scala dei tempi moderni, non riduce la portata della esplosiva visceralità chitarristica della notizia: abbiamo un nuovo disco dei Mogwai. I Mogwai e tutto il vicinato sono qualcosa di personale e al più tardoadolescenziale. Fatti molti tentativi di sotterrarli, con tutta la riluttanza possibile si scopre a volte di essere diventati quella cosa che quando ci riferiamo ad altri chiamiamo fan. L’ultima volta che ho sentito i Mogwai dal vivo, e la prima volta che sono stato alternativamente accarezzato, percosso e risorto come da copione dei nuovi brani di The Hawk Is Howling, è stato al termine estremo di una giornata di nuoto e abbronzatura non protetta — una delle due consecutive di quest’anno, perché non vi facciate strane idee. Nelle prime file, tra metallari in pensione e appassionati più che altrettanto sinceri e in attesa, ho sofferto di nausea, cali di pressione, disidratazione, qualcosa. Il concerto l’ho seguito dalle retrovie, neppure da troppo lontano invero, ma quanto è bastato per acquistare il giusto distacco. Non che mi strappi i capelli per i Mogwai ma il giusto distacco è necessario. The Hawk Is Howling è estremamente sottile. Privo di appigli a partire come al solito dai titoli, fuorvianti come nell’apertura I’m Jim Morrison, I’m Dead, questo è un album che tra i suoi tanti pregi ha quello di non esploderti in faccia. Lo si può maneggiare e osservare in una perfetta quiete indisturbata tanto poco Mogwai in realtà, così com’è tanto poco Mogwai o tanto oltre i Mogwai quel quasi singolo episodio di hard rock con l’acne e con la bava alla bocca che è Batcat. I Mogwai del sesto album riescono a suonare meno derivativi nei confronti dei Mogwai del resto della, cough, scena, cough, post-rock. Abbiamo Local Authority che ha qualcosa degli Arab Strap, The Sun Smells Too Loud più di qualcosa del primo Brian Eno e il pastorale trittico finale ha il gusto dei colleghi God Is an Astronaut, nella iniziale pace graffiante che muta solo in coda in un tramonto raggiante di accordi minori, uncini, carri, drappi e lava bollente. Si attende il settimo disco.

Visita il MySpace dei Mogwai
Guarda il video di Batcat
Visita il sito della Matador Records

Conor Oberst: Conor Oberst (Merge)

Giorgio Busi-Rizzi | 22/9/2008

Gli aneddoti sulla vita del giovane Mozart si sprecano. Si dice che nella Pasqua del 1770 fosse a Roma, quattordicenne, per ascoltare il Miserere di Allegri, il cui spartito era di proprietà esclusiva della Schola Cantorum della Cappella Sistina, non poteva essere copiato né letto, pena la scomunica, e veniva eseguito solo nel periodo pasquale e a luci spente. La leggenda dice che Mozart, ascoltandolo una sola volta, sia stato in grado di trascriverlo a memoria, nota per nota.
Vivaldi, invece, finché era in vita, aveva tutt’altra reputazione. Avison sosteneva che la sua musica era “adatta a far divertire i fanciulli”, Hayes che “aveva una grandiosa padronanza del suo strumento, ma anche una vena compositiva debole che non gli permetteva di produrre buone parti”. Nondimeno ebbe una grande influenza su Bach e fu largamente apprezzato a posteriori. Avete mai provato ad ascoltare le sue Quattro stagioni nell’esecuzione diretta da Von Karajan? La musica classica ai suoi massimi di pop. Deliziose.
Ecco, forse per parlare di Conor Oberst, qui al quarto lavoro scoperto (il primo negli ultimi tredici anni, addirittura omonimo – anche se sul MySpace è indicato come “Conor Oberst and the Mystic Valley Band”), fuori dall’ala protettiva del moniker Bright Eyes, si dovrebbe prima uscire dall’equivoco per cui Oberst sia un Mozart, un bambino prodigio in grado di fare qualsiasi cosa con la musica, e retrocederlo, per modo di dire, al ruolo di Vivaldi. Cioè nel suo caso quello di autore prolifico, polistrumentista, in grado di mantenere una costante freschezza compositiva pur girando sempre intorno allo stesso genere (una miscela di pop, country, folk con sprazzi di southern rock – se escludiamo la produzione parallela con altri gruppi nei dintorni dell’emo ed il make up elettronico di Digital Ash In A Digital Urn). Ma per cortesia, non Elliott Smith.
Piuttosto il ragazzo ideale di Alexandra Patsavas. Avete presente? Secondo me sì. Costei è la responsabile della patina indie di telefilm altrimenti abbastanza buoni per imbonire le casalinghe di Voghera. Ovverosia, la music supervisor di The O.C., Grey’s Anatomy e numerose altre serie tv sulla stessa falsariga, l’ambiente ideale in cui immergere le undici canzoni (più un corno suonato tra il frinire di grilli – sic - nei pochi secondi di Valle Místico) di quest’album.
È lì che si troverebbero alla perfezione l’Elliot Smith tascabile dell’elegia introduttiva Cape Canaveral, di Lenders In The Temple, di Eagle On A Pole o di Milk Thistle, il southern rock di Get Well Cards (quasi una versione soft di You Don’t Know What Love Is dei White Stripes), di Souled Out!!! o di NYC – Gone, Gone, la ballad country Danny Callahan (non riuscite anche voi a vederci scorrere sopra i titoli di coda di un film?), il piano da saloon disperato di I Don’t Wanna Die In A Hospital, la (brutta) ballata da marinai elettrici Moab.
Lì, o ad accompagnare un viaggio in macchina, o in una compilation preparata per voi da Steve Earle. Però a queste undici bel… dieci belle canzoni, sicuramente più immediate senza la mediazione del compagno di merende Mike Mogis (dichiaratamente perfezionista fino all’eccesso), mancano la tensione, la profondità, la spiritualità, quasi, che pervadevano quelle del succitato Smith e che la sbandierata idea di registrare a casa degli dei a Tepoztlàn non sembra essere stata sufficiente ad ottenere. Un disco gradevole, molto gradevole, che si può ascoltare più volte senza stancarsi e dimenticare in un tempo ragionevole. Le Quattro stagioni del pop-folk americano. Poi aggiungi tu quel che ti va, banalità, banalità.

Guarda il video di Souled Out!!!

Vitaminic today

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Playlist

  1. Zeus! Grandmaster Flesh
  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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