The Notwist @ Ferrara Sotto Le Stelle, Ferrara (22/07/2008)
Legare i propri ricordi alla musica pop è una pratica che conduce alla malinconia. Gruppi che durano una stagione e svaniscono come i giorni che hai passato insieme a loro. Gruppi che si riformano dopo anni e tentano di combattere al tuo fianco per il passato che soccombe. Gruppi che non smettono mai, come la vita, e invecchiano insieme a te, continuando a suonare la propria musica, come un discorso che si dipana.
Un’amica giovane, l’altra sera in Piazza Castello, si meravigliava che facessimo tutti un po’ fatica a raccontare quanto ci emozionava rivedere i Notwist su un palco, nel 2008. Ma era semplicemente così. La malinconia ci aveva strappato le parole di bocca. I ricordi di quando avevamo ballato la prima volta Chemicals (con avara crudeltà esclusa dalla scaletta ferrarese) che usciva dalla radio. I ricordi di chi aveva conosciuto i Notwist più rumorosi, all’inizio del decennio scorso. O di quando vennero a presentare il capolavoro Neon Golden e quel poster scarlatto incendiava la città. E averli ora lì davanti, in una forma smagliante, a suonare senza risparmiarsi, con intelligenza, rabbia e compostezza come avevano sempre fatto. Tutto aveva il sopravvento. Spazzava via il tempo perduto, le idee lasciate a metà, le chiacchiere vuote di chi (me compreso) aveva pontificato intorno all’ultimo album The Devil, You + Me, liquidandolo come un disco elusivo e freddo.
La prima cosa che mi ha colpito del concerto dei Notwist di Ferrara è stata proprio come la band riuscisse a saltare da un disco all’altro del proprio repertorio di lungo corso, e mostrare di seguire lo stesso filo. L’apertura del set è stata affidata con un certo coraggio a Solo Swim, pezzo uscito soltanto su ep nel 2004 (e ci è voluto un fan come Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò per riconoscerla), ma è stato quando poco dopo è arrivata Pick Up the Phone che dal pubblico è partito un boato. Fa sorridere a pensarci: una reazione quasi da stadio per questa band di quarantenni dal look così dimesso. È una magia come riescano a parlare al cuore meglio di tante altre. Bisognerebbe chiederne conto a Martin Gretschmann, che sul lato del palco stava “suonando” dei controller Wii, o forse praticando misteriosi incantesimi tra i campionamenti e i soffi del vento. Al centro, Markus Acher, la sua chitarra e la sua voce, come se arrivasse da un’altra parte, distratta e appassaionata al tempo stesso. Dietro di lui, Andi Haberl alla batteria e ai pad era capace di ipnotizzarti. Lo guardavo cercando di indovinare cosa producessero i suoi colpi e cosa invece uscisse dalle intricate tessiture elettroniche delle basi, ma non era possibile. Defilato, Michael Acher dondolava e dondolava intorno al suo basso, incalzante, sempre più veloce. Quel basso vero perno di una band cresciuta punk e kraut, e che ancora oggi, dopo la voga del glitch e dell’indietronica, dal vivo suona più potente e rock di quanto uno si potrebbe aspettare.
Che colpo quando è arrivata Day 7, non pensavo la facessero ancora. Che meraviglia Gloomy Planets dal vivo, ancora più leggera, aperta. E poi i cori per One With the Freaks, che liberazione, “have you ever, been all messed up?”. L’abbiamo cantata tutti, senza bisogno di ricordarcela. E poi quella lunga coda di Neon Golden (o forse era Pilot?) che si è trasformata in qualcosa di martellante, quasi alla DFA, e poi è confluita dentro Alphabet, spostando ancora una volta sei anni con un minimo gesto. E Boneless, che prende quella piega “gregoriana” e che sotto il cielo di una notte d’estate è sembrata enorme. E infine, a conclusione di un concerto che si è potuto concedere il lusso di saltare Good Lies, il singolo di punta del nuovo disco, ai Notwist non è bastato darci il colpo di grazia con la straziante Consequence (”leave me paralyzed, love”). Sono rientrati, acclamati, quando i tecnici già cominciavano a spegnere gli amplificatori, e hanno suonato la ninna nanna di Gone Gone Gone per salutarci: “we will never let you go”, e ancora una volta era come se ci venissero strappate le parole di bocca.
Le fotografie sono di Emanuele Rosso
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