Beck: Modern Guilt (Interscope Records)
Beck è tornato, in senso esitenzial-musicale prima che concreto. Basta con i gueros e le false informazioni. Non siamo messicani e non ci interessano i piccioni viaggiatori. Vogliamo il malessere e la groova. Non la groova e basta. I loop e il disagio metropolitano/post-adolescenziale (con il segnetto “periodico” sulla parola). Non i loop e basta. Il floor oltre che la dance. Vogliamo la colpa. Il dissidio. La malinconia. E le straordinarie architetture analogiche e sintetiche a cui il loro autore ci ha abituati. Basta coi dischi senz’anima.
Vogliamo tutto questo e l’abbiamo avuto. Dopo quanti anni? Troppi. Che però Modern Guilt cancella con una rullata e un singhiozzo. Il nuovo, andante e sincopato album di Beck prodotto da Danger Mouse non fa sconti né ritmici né emotivi (finalmente l’una e l’altra cosa tornano a convivere) neppure allo scientologo biondissimo, mentre di nuovo lo seguiamo, come ai tempi di Mutations e Sea Change, camminare per le strade di una città qualsiasi stranded with nothing, senza méta e con passo spedito.
Ascoltando il primo singolo sia ha la sensazione che sia la sua cosa migliore da tempo quasi immemore. E quando si ascolta il resto dell’album, con quell’atomica Gamma Ray che si rarefà in Chemtrails, si ha la sensazione sia il suo LP migliore da tempo quasi immemore. Dovendogli proprio trovare un difetto, si tratterebbe forse di mancanza di autostima: è un disco brevissimo, dura poco più di mezz’ora e nulla toglie dalla testa la fantasia secondo cui Beck deve averlo concepito come lavoro di transizione.
Un peccato, è vero. Ma che dire di un innovatore i cui lavori migliori possono essere considerati di transizione? Il problema non si pone. Pensare un disco di Beck è pensarli tutti. I dischi di transizione, in questo caso, non sono dati perché semplicemente lo sono dal primo all’ultimo (basta pensare allo splendido One Foot in the Grave, da ripescare). La musica di Beck è i cambiamenti repentini che mette in atto. Se lo si ama si prende il pacchetto, o non lo si prende affatto: il Beck del 1994 non sarebbe esistito musicalmente senza quello del 1993. Così quello del 2006 senza quello del 2002. Ogni esperimento conduce al successivo, in una progressione infinita almeno fino a quando Hansen non si stancherà. Meglio ancora, oggi prova che non ha stancato. Come? Con un album piccolo, minimo, che veste bene i tempi di meteore in una galassia che ha dato il suo nome a un’intera costellazione.



