3 giugno 2008

Quinn Walker: Laughter’s an Asshole/Lion Land (Vodoo-EROS)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/lion_land.jpgIn una vecchia e celebre storia a puntate di Milo Manara, l’improbabile protagonista si trovava nel mezzo della savana con indosso un abito da donna, prima quasi travolto da auto da rally e quindi circondato da leoni. A parte la sempre gradevole sfilata di forme femminili, Manara lì sceglieva spesso la bizzarria gratuita, il riso feroce e i leoni piuttosto che un’illusione di sostanza e compostezza. Non l’abbiamo mai considerata una colpa. Onorando la tradizione che discende dallo sperimentalismo pigro e glamour di David Bowie e, più significativamente, dai barbuti pasticci freak folk di Devendra Banhart e Akron/Family, il newyorkese Quinn Walker guadagna punti come tipo originale e solo dopo come cantautore. Anche lui, tra sostanza e bizzarria, sceglie la seconda. Dopo le due ore del suo comunque mai noioso doppio album di debutto, Laughter’s an Asshole/Lion Land, la sua torrenziale e viscerale stravaganza non possiamo non considerarla in qualche modo una colpa, un inutile eccesso, un di più pour épater le bourgeois. Ascoltando le CocoRosie (tra l’altro proprietarie dell’etichetta per cui esce l’album) e Devendra, quello che sembra un decennio fa, ci lasciavamo amorevolmente sorprenderere e cullare. Ora risulta difficile stare al gioco, e non importa che non ci sia molto da stare al gioco di fronte a un simile fiume in piena, a un tale folk infangato musicalmente di Frank Zappa e liricamente di Leonard Cohen, a un tale sforzo di destrutturazione con buon gusto del pop — che del pop con la P maiuscola è poi anche una celebrazione fricchettona, psichedelica, da culto delle foreste. Quinn Walker è un serissimo idiota, uno stralunato patentato, nella sua figura di one-man band patita delle registrazioni casalinghe. Il doppio album è un viaggio lungo come un concerto degli Akron/Family e scomposto come i Beatles sotto acido. Premia però la mole e l’inconsistenza piuttosto che il songwriting e gli arrangiamenti cesellati di quella decina di brani che, qua e là, fanno schizzare verso l’alto il termometro — un solo Laughter’s an Asshole più focalizzato sarebbe stato sufficiente, per ora. Riconosciamo comunque che servono dell’estro, del coraggio e davvero nessun filtro tra corde vocali, genitali e mixer per rigurgitare qualcosa di così gargantuelico eppur bilanciato, e lasciarlo nella forma grezza perché avventurandocisi l’ascoltatore ci affoghi dentro.

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Daniele crede non ci sia speranza e spera di sbagliarsi. Intanto scrive per Vitaminic. — Visita il suo profilo

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