The Brian Jonestown Massacre: My Bloody Underground (A Records)

Luca Baldinazzo | 30/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/mybloodyunderground.thumbnail.jpgNon ho mai prestato particolare attenzione ai Brian Jonestown Massacre, sarà perché hanno offerto il meglio della loro produzione ai tempi in cui io imparavo a svolgere l’analisi logica, o magari perché non si sono mai distinti per originalità o singoli eclatanti; tuttavia, dopo aver appreso degli eccellenti esordi della band stanziata a Los Angeles, ho iniziato ad apprezzarne i caratteri di gruppo neo-psichedelico ambizioso e sempre coerente alla propria “ideologia” sonora.
E’ curioso che la band di Anton Newcombe, dopo cinque anni dal precedente full length, ritorni così prepotentemente allo shoegaze proprio nell’anno della reunion del gruppo che diede forma e divenne modello di quel genere.

Il disco oggetto d’ascolto in quest’afoso pomeriggio è infatti un omaggio a My Bloody Valentine e Velvet Underground, dalle cui inconfondibili sonorità i californiani attingono a piene mani, alternando e fondendo gli elementi tipici dei loro illustri referenti; la doppia citazione del titolo non esaurisce gli aspetti costitutivi dell’album forse più derivativo all’interno di una discografia già ampiamente derivativa: tracce dei Joy Division si nascondono tra le ridondanti distorsioni di chitarra e le marcate linee di basso di Infinite Wisdom Tooth/My Last Night In Bed With You, mentre la consueta psichedelia dei sixties più orientaleggianti torna nella strumentale e dal titolo illuminante Who’s Fucking Pissed In My Well?, in cui il folk sessantottino viene restaurato alla perfezione; si possono cogliere inoltre rimandi agli Echo & the Bunnymen, reinterpretati attraverso un filtro di maggior essenzialità nella scarna Yeah-Yeah, per non parlare dei plurimi passaggi à la Jesus & Mary Chain.

Nel complesso My Bloody Underground si afferma come un buon disco, che sa intrattenere fino alla fine dignitosamente pur senza sconvolgere: l’atmosfera straniante che permea quasi ogni ambiente in cui si sviluppa questo album gli conferisce in diversi pezzi un’aura mistica e sognante, in alcuni altri si connota come puro divertissement, collocandosi tra i molti CD che quest’anno finiranno nella sezione “Album validi ma senza futuro” della mia collezione.

Visita il sito di The Committee to Keep Music Evil
Visita la pagina IMDb di DiG!, documentario su BJM e Dandy Warhols
Guarda il video di Who’s Fucking Pissed In My Well?

Tokyo Police Club: Elephant Shell (Saddle Creek / Memphis Industries)

Enzo Baruffaldi | 30/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/tokyo_police_club.thumbnail.jpgNell’estate di un paio di anni fa, il promettente ep A Lesson in Crime ci aveva fatto conoscere i canadesi Tokyo Police Club. Una certa ruvidezza, quel modo sbrigativo di gettare le melodie e le chitarre nella mischia, una predisposizione a canzoni tirate, che sembravano fatte apposta per ribaltare la pista, avevano fatto chiamare in causa paragoni con Interpol e Strokes. Arrivati dopo qualche altro singolo al primo vero e proprio lavoro sulla lunga distanza, i Tokyo Police Club sembrano ora volersi sottrarre a quel bersaglio. Elephant Shell è un disco con molti buoni spunti, che mette parecchia carne al fuoco ma che riesce anche a evitare di risultare prolisso, non raggiungendo la mezz’ora di musica. Eppure, dentro a pezzi come Graves o Tessellate, per citare un paio di esempi, si avverte un’ossessione per lo spezzare ogni ritmica o, all’opposto, per renderla quanto più martellante, che sa tanto di pretesto per complicare canzoni che starebbero con tutta comodità in piedi già da sole. Non a caso, Your English Is Good, una delle tracce già conosciute di questa raccolta, è anche una di quelle che “funziona meglio”, con il suo incedere spigliato alla Last Nite. Forse, verrebbe da dire, si poteva ripetere il tentativo in qualche altro caso. Se poi aggiungiamo una certa enfasi di alcuni arrangiamenti, certe scelte di timbri di suoni un filo troppo grandiosi, appare chiaro il riferimento che più sta a cuore ai Tokyo Police Club, ovvero i Bloc Party e il loro riuscire a mettere in musica atmosfere notturne e suggestive. Ai canadesi non sempre riesce, ma come primo tentativo, soprattutto di fronte a singoli tutti nervi come In a Cave o Juno, non ci si può proprio lamentare.

Visita il sito ufficiale dei Tokyo Police Club
Scarica l’mp3 di In a Cave
Guarda i Tokyo Police Club suonare Your English Is Good dal vivo insieme ai Cold War Kids

Cloudland Canyon: Lie in Light (Kranky)

Daniele Giovannini | 30/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/lie_in_light.jpgCome si fa a prendere sul serio un gruppo che intitola il brano di apertura Krautwerk? Cioè, krautrock più Kraftwerk. È vero che i due Cloudland Canyon sono per metà di origine tedesca e tutto, e quindi geneticamente in diritto di recuperare certe influenze, ma farlo in modo così spudorato non è serio. Per minimizzare la portata del dramma electro-chitarristico di stampo 70’s hanno perciò disseminato l’interno e il retro della confezione di fotine di party alcoolici casalinghi e pseudo-feste dell’Unità. Dev’essere un’operazione d’immagine, in qualche modo. Come dire: è vero che abbiamo i ritmi dei Can, la psichedelia ambient di Moebius e Rodelius, le trame dei Neu! e le lungaggini infinite dei Kraftwerk ma hey, siamo giovani, dovete scusarci se decidiamo di omaggiare così certi nomi leggendari. La struttura unitaria di Lie in Light, come album, nel flusso di brano in brano, è impeccabile. La sua mancanza di una propria identità, però, risulta esserne anche il punto debole (se si tratta del loro stile, per quanto filologicamente da manuale appaia difficile da accettare). È come un bambino appassionato di fumetti che, da adulto, decida di andare al lavoro ogni mattina vestito da Batman. Ma una critica non può valutare solo l’attitudine del duo. Perché venendo ai neanche quaranta minuti di Lie in Light, siamo di fronte a un ascolto a tratti eccellente. Tra ronzii, bassi cosmici, indistinte voci cantanti, sinusoidi distorte mescolate a chitarre noise-pop mescolate a organi vaporosi e accordi sostenuti, emerge qualcosa che tenta perfino di distendere le gambe più o meno scompostamente, più o meno inopportunamente, su quel divano su cui siedono con le pupille dilatate gli Here & Now e il primo Brian Eno. Alcuni passaggi, come la corposa immediatezza di You & I, sono sinceri e potenti. Ci sono un controllo assoluto sul suono e sulla melodia, accenni di strutture modali, un’estasi pleistocenica gorgogliante pre-elettronica nella forma ma in pieno territorio Kranky nella sostanza. È un disco privo di appigli, perfettamente dimenticabile. Ma ascoltarlo, ascoltarlo lo si fa a bocca aperta.

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Visita il sito della Kranky

The Futureheads: This is Not the World (Nul Records)

Enzo Baruffaldi | 30/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/futureheads.thumbnail.jpgEravamo tutti pronti a tifare per i Futureheads e per questo loro nuovo album, fatto uscire in proprio e arrivato dopo una serie di grossi tour di spalla a gruppo del calibro di Pearl Jam, Pixies e Foo Fighters. Un paio di autunni fa la loro etichetta, la 679 Recordings, li scaricò e fu un piccolo fulmine a ciel sereno. Come si permettono? Non sanno cosa si perdono, ecc… Salvo poi realizzare che solo in quel momento molti si accorgevano che nel frattempo i Futureheads avevano pubblicato un secondo album, passato nel quasi totale silenzio. Arrivati a oggi, la verità è che purtroppo questo This is Not the World non riporta la band di Sunderland ai fasti dell’omonimo esordio. Quello che ce li aveva fatti apprezzare sin dall’inizio qui è stato eliminato o si è, per così dire, imbolsito. Mancano le scariche d’adrenalina dei loro continui stop & go, manca quell’uso spericolato delle parti vocali a cappella, manca soprattutto quella spigolosità che li ricollegava direttamente a band più classiche come Gang Of Four e Jam. Probabilmente il suono maggiormente punk e gonfio del nuovo album è più vicino a come la band si fa conoscere dal vivo, oppure è una precisa e consapevole scelta di target, ma non si può fare a meno di pensare che in molte sue parti This is Not the World pecca di una certa pomposità abbastanza uniforme. Si rischia così, in mezzo ad accordi di chitarra invariabilmente poderosi e ritmi sempre pestati e sostenuti come se si fosse a una festa della birra, di lasciarsi sfuggire quei bei ritornelli che restano un po’ il marchio di fabbrica dei Futureheads. Non mancano canzoni divertenti e a presa rapida, come il singolo Radio Heart oppure la quasi glam Walking Backwards, ma in compenso ve ne sono in abbondanza altre che si fa un po’ fatica a distinguere e tenere a mente. Insomma, un discreto disco da una buona band, dalla quale è lecito aspettarsi qualcosa di più.

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The Child Ballads: Cheekbone Hollows (Pop 1/2 Life) Ep (Gypsy Eyes Records

Enrico Amendola | 30/6/2008

Questo EP era affogato nel mare di dischi che giacevano sulla mia scrivania in attesa di essere ascoltati. Un paio di fugaci passaggi nel mio lettore non avevano lasciato dentro di me particolari sensazioni che mi portassero a riascoltarlo con la dovuta calma. Poi capita che un sabato mattina di fine giugno, complice lo snellimento della catasta di cd in stand-by, riesco a focalizzare meglio ciò che i The Child Ballads hanno confezionato: un buon disco. Cheekbone Hollows suona come un tributo a sonorità dei primi anni ’70, in cui confluiscono lo spirito più pop di Lou Reed, soprattutto nelle linee vocali di Stewart Lupton e il pop-rock caro al Bowie di Ziggy Stardust. Detto questo parrebbe trattarsi di un capolavoro, ma così ovviamente non è. Piuttosto siamo di fronte ad un pugno di brani molto piacevoli, coesi anche se privi di quella spinta che li innalzerebbe al di sopra della media delle produzioni odierne. Si resta a mezz’aria, fluttuando tra rock passatista e passaggi di folk ubriaco e fangoso, non scendendo mai a compromessi con le mode e ciò che il mercato  (indie )discografico richiede . Ma, a noi come a loro, del mercato discografico non interessa granchè, ci interessano le canzoni e qui ce ne sono alcune sicuramente ben fatte anche se non memorabili. Un buon inizio, in attesa di quella scintilla che potrebbe definitvamente infiammarsi o spegnersi gradatamente ed inesorabilmente. 

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Windsor For The Derby: How We Lost (Secretly Canadian)

Tomm. | 27/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/wftd_bn.jpg“Let’s go to a secret place/A simple place”. Come se fossero passati dieci minuti. Settimane di pioggia ininterrotta dimenticate in un istante, in questa mezzora di sole. La luce si infrange tra le nubi dense e si fa spazio sotto pennellate di colore spesse e bagnate nel cielo azzurro della copertina di Sarah Gamble. How We Lost diventa il luogo in cui rifugiarsi, l’angolo segreto e nascosto in cui ripararsi. Dieci composizioni semplici e concrete, lontane dai toni scuri e sospesi dei primi lavori. Il disco numero 8 del gruppo di Dan Matz e Jason McNeely -uscito su Secretly Canadian al termine di un anno e mezzo di lavoro in studio a Philadelphia con Gianmarco Cilli, Charlie Hall e Anna Heighbor- segna una svolta compiuta e definitiva, un capitolo importante di quel percorso di avvicinamento alla melodia -alla canzone- iniziato con The Emotional Rescue LP (Aesthetic, 2002) e proseguito attraverso la lavorazione di We Fight Til Death e Giving Up The Ghost (Secretly Canadian, rispettivamente 2004 e 2005). Preceduto dalla ristampa dei primi due album -Calm Hades Float e Minnie Greutzfeldt, entrambi prodotti da Adam Wiltzle e pubblicati originariamente su Trance Syndicate- How We Lost è un disco anomalo. Interessante, imperfetto, disomogeneo. In alcuni passaggi sovraesposto e ostentatamente leggero. È come se in alcune tracce il lavoro dei Windsor For The Derby rinunciasse alla profondità e si fermasse pericolosamente vicino a cose-che-potresti-sentire-da-(quasi)-qualsiasi-altra-parte. Altrove invece l’altro-pop, i segni di quello che i WFTD sono stati (i segni di ciò che i WFTD potrebbero essere) e la rilettura di ascolti cui Matz, McNeely e compagni fanno esplicito riferimento (”Swell Maps, Section 25, Psychic TV and much of the Factory Records catalog…”) emergono in maniera inequivocabile. Nella sospesa tensione dell’iniziale Let Go (”Grab hold of everything you know/And let go/Let go”). Nei feedback lontani di What We Want. Negli accordi acustici di Forgotten. Nei due minuti storti di Troubles e la bellissima chiusura, inaspettatamente rumorosa e rarefatta, di Good Things e Spirit Fade). Non è poco, lo sappiamo. Eppure questa volta -spaventati da tanta luce, consapevoli del fatto che il vento freddo e le nuvole scure sono ormai lontanissimi- non riusciamo a farci travolgere.

windsorforthederby.com
secretlycanadian.com

Bulbul: Bulbul 6 (Exile on Mainstream Records)

Margherita Ferrari | 27/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/eom36m.jpgOsservo un gruppo di concittadini sulla ventina. Sono bardati a festa, con i tatuaggi old school in mostra. E’ sera. Mi trovo nel parcheggio del surrogato di centro sociale di Vicenza. Dopo un rapido sopralluogo concludo che sono quasi tutti uomini. Nella penombra si notano dei nazi in borghese. Sono poco presente a me stessa. Non mi interessano le band hardcore in cartellone.
Mentre ordino una birra resto ipnotizzata di fronte alla giocosa brutalità di chi tenta di scatenare una slamdance collettiva.
Mi domando che senso abbia ballare in quel modo nel 2008, in Veneto.

Da qualche giorno c’è una canzone dei Bulbul che mi rimbalza nella scatola cranica. When Sun Comes Out mi fa pensare a quei corpi pallidi ricoperti d’inchiostro; ai metallari che odiano i giovani adepti dell’hc e viceversa.
I Bulbul sono una band austriaca la cui discografia dai confini poco chiari è ben rappresentata da questa pagina web: un groviglio di dischi autoprodotti e cassette desuete.
Ascoltandoli per la prima volta ho riso molto. Bulbul 6, il loro nuovo album, sembra aver raccolto poche citazioni tra blog e testate musicali, eppure è stato capace di traumatizzarmi. Esso sembra raccogliere gli scarti della costruzione di Mirrored dei Battles, ricavandone poi un monolite dalla sensibilità pop. Dietro alla band appena citata si nascondevano membri di band quali Tomahawk, Helmet, Storm & Stress e Don Caballero. Credo che questo sia il motivo per cui è piaciuto moltissimo anche ai giovani metallari che hanno fatto lo sforzo di ascoltarlo.
Gli amanti delle sonorità massicce e cruente spesso hanno i miei incollati al suolo e finiscono per ballare come i “kids” che ho visto ieri sera. In altri si limitano all’headbanging, una pratica che oramai puzza di muffa.
Così come l’anno scorso molti soggetti granitici finirono per crollare di fronte al fluido accattivante dei Battles, quest’anno ci sarà sicuramente qualcuno che sperimenterà episodi catartici in compagnia dei Bulbul.
Bulbul 6 unisce l’ormai tradizionale mix di sonorità alla Melvins e Jesus Lizard con un giocoso divertissement metallaro che ricorda le sperimentazioni di Anonymous dei Tomahawk. Il tutto è presentato con guarniture che odorano di dance e che trasmettono quella stessa brama di movimento che ha reso imprescindibile Mirrored in qualsiasi locale vagamente sensato.

Visita il MySpace dei Bulbul

Scarica When Sun Comes Out dal sito della Southern Records
Compra svariati dischi dei Bulbul tra cui il singolo di Shenzhou, in cui la band è accompagnata da Carla Bozulich

The Magnetic Fields @ Auditori AXE, Barcelona 22/06/08

Redazione | 26/6/2008

[testo di Adriano Giampietro]

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/12_magneticfields_lgl.jpgDopo un’attesa di quasi cinque anni Stephin Merritt e i suoi Magnetic Fields tornano in Europa. Diciamocelo, nessuno ci credeva più. All’uscita del (grande, grande!) Distortion furono annunciate le date di un breve tour statunitense in primavera, mentre si vociferava che non ci sarebbe stato nessun tour nel vecchio continente. Fortunatamente (o no…dipende dai casi) Stephin Merritt è un uomo così lunatico e incoerente che all’improvviso sono comparse in rete le prime date del tour europeo, e proprio la prima nella capitale catalana.
Un cambio di venue (il concerto doveva svolgersi nell’Auditori del Forum, caro a tutti i frequentatori del Primavera Sound, ma per problemi “logistici” è stato spostato in un altro Auditorio, sulla Diagonal) che mi favorisce nettamente perché la distanza da casa mia al suddetto – e sconosciuto – luogo è percorribile a piedi, e mi ritrovo a fare la fila. La nuova venue è un piccolo auditorio con capienza medio-bassa (1000 persone?), ma la cosa non mi disturba, anzi. Un ambiente così raccolto e intimo non può che giovare alla buona riuscita di un concerto totalmente acustico.

Apre la serata un giovane compositore americano, Darren Hanlon. Il suo country folk pieno di rimandi a un suono tradizionale e campestre non mi lascia indifferente, bensì mi fa praticamente scappar fuori dalla sala durante tutta la durata del suo show. Ma la colpa non è sua, bensì della tre giorni del Sonar, chi ci è stato sa quali possono essere le conseguenze (fisiche eh!) di questo tour de force, e di domenica sera un folk singer con le sue dolci e delicate ballate può avere l’effetto di quaranta gocce di valium. No gracias. Rientro quando il biondo Darren termina e prendo posto in attesa di uno dei concerti che aspettavo da anni.

La band non tarda, entrano Shirley, John e Sam, seguiti poco dopo da Claudia e infine Stephin, che durante i clamorosi applausi si tappa le orecchie (a causa dei suoi problemi d’udito). Si comincia con California Girls, dall’ultimo Distortion, e già mi aspetto un inizio a base di nuovi pezzi. Non è così. Decidono di deliziarci con i “classici” e parte I Don’t Believe You. Ascoltare la voce di Stephin, ma soprattutto notare le sue espressioni mentre canta, è un qualcosa di unico. Il pubblico comincia ad animarsi (in maniera molto composta, ovviamente) e parte All My Little Words, il mio cuore cede. E’ uno dei pezzi che preferisco della loro carriera, con un incipit capace di far commuovere anche il più insensibile degli insensibili (You are a splendid butterfly, It is your wings that make you beautiful/ And I could make you fly away but I could never make you stay).

Tra hits del passato e pezzi nuovi, Claudia Gonson intrattiene il pubblico tra una canzone e l’altra: dice che le dispiace che non stessimo davanti la TV a goderci Italia-Spagna, poi continua informandoci del fatto che il bar di Drag Queen di NYC che preferisce e stato chiuso e che adesso non c’è più nessun luogo per le drag. Stephin la segue e cominciano una conversazione al limite della comicità. Sfilano The Night You Can’t Remember, I Wish I Had An Evil Twin, The Nun’s Litany (cantata per l’occasione da Stephin), Three Way, Xavier Says, Grand Canyon, ma uno degli highlights della serata arriva con I Thought You Were My Boyfriend, il miglior pezzo di I, che anche priva di synth ed effetti elettronici, colpisce in pieno, merito un testo così sarcastico e acido che lo rende un perfetto inno gay del XXI secolo.

Il pubblico comincia a farsi sentire sempre di più e, a volte, non riesce a contenere l’euforia, tanto che dopo una meravigliosa versione di Papa Was a Rodeo arriva un’ovazione che ovviamente disturba fortemente l’udito di Stephin, il quale si tappa le due orecchie, poi mette in dito davanti alla bocca tirando fuori un “Schh!!!”. Tutti si fermano e Stephin chiede di “mantenersi su un livello di applausi moderato, che non c’è alcun bisogno di fare più rumore”. Da quel momento, alla fine di ogni pezzo, l’entusiasmo viene smorzato su nascere, non si può esagerare, Stephin non apprezzerebbe (o magari lui si, ma non il suo udito!). Si potrebbe anche discutere sul fatto che Stephin a metà concerto abbia vietato a tutti di fare foto con flash, “No more flashes, no more cameras please. Thank you”, ma è meglio soffermarsi su questioni prettamente musicali.

Finiscono il set con due pezzi chiave della loro carriera, Smoke And Mirrors e l’incredibile Take Ecstasy With Me. Applausi come se piovesse, escono e ritornano per il bis. Concludono con la dolcissima The Book Of Love, dopodiché ringraziano, accompagnano il tutto con un inchino di circostanza e se ne vanno. Poco meno di due ore di show e mi rendo conto di quanto sia difficile esser fan di un gruppo come i MF, semplicemente per una ragione: nonostante il concerto abbia superato di gran lunga le aspettative si resta sempre con l’amaro in bocca perché non hanno suonato quel pezzo o quell’altro. Non si può chiedere di più da una band che ha inciso un numero sproporzionato di canzoni, d’altronde la selezione di questa scaletta era perfetta. Forse con una Swinging London o una Born On a Train sarei uscito dall’Auditorio ancor più soddisfatto.
O forse no…

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 26/6/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/06/_dsc04802.thumbnail.jpgQuesta puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana, ha visto finalmente tornare una band dal vivo negli studi di Via Berretta Rossa. Sono stati nostri graditi ospiti i parmigiani Vancouver, che hanno presentato il loro album d’esordio Even My Winters Are Summers. Tra l’altro, abbiamo scoperto che il titolo del disco si riferisce a una vecchia striscia dei Peanuts, e che la band ha una predilezione per lo iato.
La Fagotta ha messo seriamente a rischio il suo posto da stagista non volendo accettare il fatto che “papillon is the new cravattina stretta”.
Ecco la scaletta della serata:

Black Kids – Hurricane Jane (Cansecos remix)
The Teenagers – Street of Paris
Cut Copy – Unforgettable Season
Deerhunter – Agoraphobia
Broken Social Scene Presents Brendan Canning – Love Is New
Vancouver – Jennifer (’s Unpredictable Happiness) (dal vivo in studio)
Vancouver – Where the Beat Is Happening (dal vivo in studio)
Vancouver – Speak Your (dal vivo in studio)

Scarica la puntata in mp3
… oppure ascoltala in streaming qui sotto:

Secondavisione….spacca!!

Francesco Locane | 26/6/2008

The Incredible Hulk Ed eccoci ahimè giunti all’ultima puntata della regular season di SecondaVisione, il settimanale di cinema sciocchezze e pretese culturali di Città del Capo Radio Metropolitana di Bologna. Resistendo stoici all’afa cittadina e alla mancanza di condizionatori i prodi Francesco Luciana e Tommaso, in compagnia della dottoressa Zivato, hanno pronunciato per l’ultima volta i loro imprescindibili commenti sui film usciti in quest’ultimo scampolo di stagione cinematografica.

Al grido di “Hulk spacca!” abbiamo aperto le danze parlando dell’ultima trasposizione cinematografica dell’omaccione verde della Marvel, L’incredibile Hulk, a firma stavolta di Louis Leterrier dopo la prova poco convincente di Ang Lee cinque anni orsono. A vestire i panni sempre laceri (per quello che i nutrizionisti definirebbero effetto yoyo e invece sono solo raggi gamma) dello scinziato Bruce Banner è il sempre bravo Ed Norton, tornato alla grande dopo alcune prove meno convincenti. Un cast degno di nota, dal cattivo Tim Roth al redivivo William Hurt, per un film divertente e adrenalinico, decisamente secondavisione approved.

Qualche refrigerante brano musicale qua e là per distrarsi dal caldo assassino e la seconda parte della puntata si è aperta con un inatteso duro mestiere del critico collettivo. La mancata uscita di Go go Tales di Abel Ferrara, votato a larga maggioranza dal pubblico, ci ha costretti a ripiegare su Savage Grace di Tom Kalin, uno che non faceva un lungometraggio dai primi anni novanta e il risultato è conseguente: insopportabile, patinata, inutile, noiosa storia che ha la straordinaria capacità di mixare gli argomenti che più sulla carta dovrebbero risultare esplosivi -arrivismo, soldi, sesso, morbosità, tradimenti, incesti- e farne un calderone vuoto e privo di senso. Chiedendoci “Ma perchè??” abbiamo steso un velo pietoso.

E per finire abbiamo recuperato, un po’ per amor patrio un po’ per par condicio avendo parlato sia de Il divo che di Gomorra, della terza pellicola italiana a Cannes: Il resto della notte di Francesco Munzi. Più tiepido Francesco nel giudizio, più entusiasta Luciana. Un film che comunque ha il merito di non gettare uno sguardo convenzionale, buonista o stereotipo sulla realtà dell’immigrazione in Italia, ottimo nei blocchi narrativi dedicati ai “vinti”, alle realtà di povertà ed emarginazione, meno riuscito nel suo ritratto già visto dell’Italietta medioborghese. Da consigliare comunque.

Che dire? Non abbandoniamo ancora la nave! Martedi 1 luglio col Gran Galà di SecondaVisione, vestiti come alla Notte degli Oscar con smocking e abito da gran soirèe assegneremo premi e pernacchie ai film, attrici e attori migliori e peggiori della stagione cinematografica. E versando una lacrimuccia chiuderemo i battenti ed apriremo gli ombrelloni, e a risentirci al prossimo autunno!
A presto!

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