[testo di Adriano Giampietro]
Dopo un’attesa di quasi cinque anni Stephin Merritt e i suoi Magnetic Fields tornano in Europa. Diciamocelo, nessuno ci credeva più. All’uscita del (grande, grande!) Distortion furono annunciate le date di un breve tour statunitense in primavera, mentre si vociferava che non ci sarebbe stato nessun tour nel vecchio continente. Fortunatamente (o no…dipende dai casi) Stephin Merritt è un uomo così lunatico e incoerente che all’improvviso sono comparse in rete le prime date del tour europeo, e proprio la prima nella capitale catalana.
Un cambio di venue (il concerto doveva svolgersi nell’Auditori del Forum, caro a tutti i frequentatori del Primavera Sound, ma per problemi “logistici” è stato spostato in un altro Auditorio, sulla Diagonal) che mi favorisce nettamente perché la distanza da casa mia al suddetto – e sconosciuto – luogo è percorribile a piedi, e mi ritrovo a fare la fila. La nuova venue è un piccolo auditorio con capienza medio-bassa (1000 persone?), ma la cosa non mi disturba, anzi. Un ambiente così raccolto e intimo non può che giovare alla buona riuscita di un concerto totalmente acustico.
Apre la serata un giovane compositore americano, Darren Hanlon. Il suo country folk pieno di rimandi a un suono tradizionale e campestre non mi lascia indifferente, bensì mi fa praticamente scappar fuori dalla sala durante tutta la durata del suo show. Ma la colpa non è sua, bensì della tre giorni del Sonar, chi ci è stato sa quali possono essere le conseguenze (fisiche eh!) di questo tour de force, e di domenica sera un folk singer con le sue dolci e delicate ballate può avere l’effetto di quaranta gocce di valium. No gracias. Rientro quando il biondo Darren termina e prendo posto in attesa di uno dei concerti che aspettavo da anni.
La band non tarda, entrano Shirley, John e Sam, seguiti poco dopo da Claudia e infine Stephin, che durante i clamorosi applausi si tappa le orecchie (a causa dei suoi problemi d’udito). Si comincia con California Girls, dall’ultimo Distortion, e già mi aspetto un inizio a base di nuovi pezzi. Non è così. Decidono di deliziarci con i “classici” e parte I Don’t Believe You. Ascoltare la voce di Stephin, ma soprattutto notare le sue espressioni mentre canta, è un qualcosa di unico. Il pubblico comincia ad animarsi (in maniera molto composta, ovviamente) e parte All My Little Words, il mio cuore cede. E’ uno dei pezzi che preferisco della loro carriera, con un incipit capace di far commuovere anche il più insensibile degli insensibili (You are a splendid butterfly, It is your wings that make you beautiful/ And I could make you fly away but I could never make you stay).
Tra hits del passato e pezzi nuovi, Claudia Gonson intrattiene il pubblico tra una canzone e l’altra: dice che le dispiace che non stessimo davanti la TV a goderci Italia-Spagna, poi continua informandoci del fatto che il bar di Drag Queen di NYC che preferisce e stato chiuso e che adesso non c’è più nessun luogo per le drag. Stephin la segue e cominciano una conversazione al limite della comicità. Sfilano The Night You Can’t Remember, I Wish I Had An Evil Twin, The Nun’s Litany (cantata per l’occasione da Stephin), Three Way, Xavier Says, Grand Canyon, ma uno degli highlights della serata arriva con I Thought You Were My Boyfriend, il miglior pezzo di I, che anche priva di synth ed effetti elettronici, colpisce in pieno, merito un testo così sarcastico e acido che lo rende un perfetto inno gay del XXI secolo.
Il pubblico comincia a farsi sentire sempre di più e, a volte, non riesce a contenere l’euforia, tanto che dopo una meravigliosa versione di Papa Was a Rodeo arriva un’ovazione che ovviamente disturba fortemente l’udito di Stephin, il quale si tappa le due orecchie, poi mette in dito davanti alla bocca tirando fuori un “Schh!!!”. Tutti si fermano e Stephin chiede di “mantenersi su un livello di applausi moderato, che non c’è alcun bisogno di fare più rumore”. Da quel momento, alla fine di ogni pezzo, l’entusiasmo viene smorzato su nascere, non si può esagerare, Stephin non apprezzerebbe (o magari lui si, ma non il suo udito!). Si potrebbe anche discutere sul fatto che Stephin a metà concerto abbia vietato a tutti di fare foto con flash, “No more flashes, no more cameras please. Thank you”, ma è meglio soffermarsi su questioni prettamente musicali.
Finiscono il set con due pezzi chiave della loro carriera, Smoke And Mirrors e l’incredibile Take Ecstasy With Me. Applausi come se piovesse, escono e ritornano per il bis. Concludono con la dolcissima The Book Of Love, dopodiché ringraziano, accompagnano il tutto con un inchino di circostanza e se ne vanno. Poco meno di due ore di show e mi rendo conto di quanto sia difficile esser fan di un gruppo come i MF, semplicemente per una ragione: nonostante il concerto abbia superato di gran lunga le aspettative si resta sempre con l’amaro in bocca perché non hanno suonato quel pezzo o quell’altro. Non si può chiedere di più da una band che ha inciso un numero sproporzionato di canzoni, d’altronde la selezione di questa scaletta era perfetta. Forse con una Swinging London o una Born On a Train sarei uscito dall’Auditorio ancor più soddisfatto.
O forse no…