Dovete immaginare Syd Matters solo nel suo appartamento con l’alba che bussa alla sua finestra. Non ha parlato con nessuno per una settimana e le ore e i giorni gli stanno gradualmente scivolando addosso. Una ad una, tornano le memorie d’infanzia. A volte si scontrano. Compone delle melodie cristalline con la sua chitarra, il brusio del mondo è lontano e lui cerca di ascoltare la musica dentro di lui. E quando si fa giorno la canzone, all’improvviso, arriva.
Il booklet di Ghost Days dice molto. C’è una lunga dissertazione sulla musica di questo talentuoso cantautore francese che parte dalle atmosfere del disco fino a dare una spiegazione logica alla fascinosa malinconia che trasuda. Dicono sia perché Syd Matters appartiene a una borghesia europea che seppur in declino, è ancora volenterosa e capace di allontanarsi dalla volgarità della società. Fiera di preferire un’astinenza ad un orgasmo forzato.
Da qui nasce la ricerca di un sentiero più lieve e sicuro, che parte inesorabilmente da quella luminosa malinconia di cui si parlava prima. “I thought I was dead, shutting my head, buried in my bedroom“.
I primi versi e le corde pizzicate delicatamente fanno capire prima di subito che Ghost Days è a tutti gli effetti il classico disco scritto in cameretta. A differenza dell’immaginario del bedroom pop però, qui si parla una lingua universale che esce dalla camera da letto e viaggia fino a ritrovare l’ampio spettro delle emozioni e delle paure condivise, raccontandole con la perizia del musicista e la sensibilità dell’ uomo. Syd Matters snocciola questi racconti di vita facendoli fluttuare su accordi al piano che ciondolano tra i semitoni, che se non fosse per le chitarre e i flauti, si direbbe proprio di star ascoltando qualche struggente confessionale di Thom York in chiave acustica; dall’altra parte invece si trova l’appiglio sicuro del songwriting che ammicca a Nick Drake e a Leonard Cohen, che trasfigura i pezzi dandogli quell’intimità e quella sincerità che lascia senza fiato. Ghost Days è un disco raffinato, di una grazia tutta francese, che senza troppe esitazioni punta dritto al cuore, all’essenziale, al personale.
In questi giorni è comparsa nei negozi la ristampa di lusso dell’ esordio dei Mudhoney, modello archetipico per tutto quello che dopo di loro fu chiamato grunge; contemporaneamente siamo potuti entrare in possesso dell’ultima prova in studio della band di Seattle.
L’anno corrente è il ventesimo della loro carriera: dopo un periodo di alti e bassi, arrivato al minimo storico in seguito all’uscita del loro settimo album Under A Billion Suns, il quale ci condusse a giudicarli ormai prossimi alla totale decadenza, Arm-Turner e soci giungono al 2008 in forma smagliante; la formula ormai assodata del loro garage-fuzz viene riproposta in The Lucky Ones, ma si presenta rinvigorita e mai banale.
I tre pezzi che aprono il disco innalzano di molto il livello delle ultime produzioni, dalla tirata I’m Now a Inside Out Over You, che riporta alla mente quanto di buono fatto da Nick Cave con Grinderman l’anno scorso; il resto del disco rimane su livelli di eccellenza (What’s This Thing?), conservandosi piacevole per tutta la sua durata: i trentasei veloci minuti di The Lucky Ones tengono lontano il set di canzoni del quartetto da ogni possibile segnale di noia e conducono ad una conclusione in grande stile – New Meaning infatti ci pregia di riff ad elevata temperatura che chiudono al meglio l’opera – grazie alla quale non penseremo più ai Mudhoney come a dei semplici simulacri di se stessi.
La primavera sta già lasciando il posto all’estate. Il sole tambureggia cocente e potente, le colline sono in fiore, i cieli blu e da quando si è sciolta la neve le carcasse in decomposizione mostrano il biancore delle ossa e gli sciami di insetti intenti a banchettare. Con i trenta gradi di questi giorni, pregavo che non giungesse nulla come l’ultimo lavoro degli Earth sulla mia scrivania. The Bees Made Honey in the Lion’s Skull è il settimo album della cricca di Dylan Carlson, già di ritorno dopo il blender in chiave Hex di Hibernaculum — penso alle prosaiche carcasse nei campi, non alla storia biblica di Sansone. Salviamo il quadro storico sulle gesta degli Earth per tempi migliori, per due semplici motivi: The Bees Made Honey è uno dei capolavori che lastrica la via dissestata della carriera in studio degli Earth, e per questo merita spazio; in aggiunta, siamo sufficientemente digiuni dell’aneddotica sui mostri di Seattle (conoscete la storia del fucile di Kurt Cobain?). Come ben sanno anche i Portishead, il sound degli Earth ha ormai poco a che fare con il doom metal delle origini. Brani come le due lunghe parti di Omens and Portent sono debitori tanto delle atmosfere dense e disperate di drone e doom, quanto del country e del più giovane post-rock. C’è una fioritura lenta e abbondante di chitarroni facili all’orecchio, in grado di avvicinare anche gli ascoltatori meno anziani, navigati e segnati da intemperie chitarristiche che arrivano dritte da quell’atmosfera di fischi e feedback controllati, basso e batteria ritmici, sovrapposti, e una prima linea polistrumentale che racchiude sotto una sola ala quasi quattro decenni. Al tempo stesso però c’è un ritorno ai ronzii minimali, tela di soli neri su cui si stendono sporadiche, semplici e ripetitive linee melodiche. Questo è un disco enorme ma di quelli con il pregio di non poter essere visti nella loro interezza, da qualsiasi angolo li si guardi. Lo è nonostante sia spesso essenziale come un unico accordo, leggero come l’inquietudine, vago come un grande riff degli anni Settanta privo di ogni tono caratterizzante, nudo come un generico qualcuno che corra per i campi pungendosi i piedi sulle sterpaglie e sui sassi, masticando terra e lombrichi, cercando una pace Zen sotto un cielo che minaccia quaranta giorni di pioggia.
Nonostante il caldo straripato in questi giorni e l’aria di stanca delle notti romane, le fauci che dividevano le due aree dell’Init erano spalancate, accoglienti. Il club era arieggiato e la fauna rigogliosa, divisa tra interno ed esterno, tra alcool e chiacchiere. L’apertura — definirlo riscaldamento avrebbe richiesto un clima da ipotermia, benedizione di cui Roma non può mai gioire — è stato affidato ai romani Black Rainbows. Hanno suonato un discreto hard rock dalle forme tonde, affondato nei classici e nelle relativamente recenti architetture psy-stoner di Kyuss e Motorpsycho. I tre avevano fatto i compiti a casa e suonavano dal cuore, ma chiunque avrebbe sfigurato di fronte anche alle sole nostre aspettative verso la prova dal vivo dei Black Mountain. Ammettiamo qui perciò la nostra inclinazione in favore dei canadesi, piuttosto che un anodino e imparziale interesse. Questo però, piuttosto che rendergli il compito facile, ha reso inesorabilmente in salita la serata. È ovvio che loro non lo sapevano, non potevano sospettarlo se non come vago senso di attesa aleggiante sul pubblico e probabilmente non avrebbe potuto importargli meno. A dimostrazione di questo, è stata Night Walks ad accoglierci a vicenda, in sordina e con un’introduzione eterna. Il pubblico, su cui l’occhio dell’antropologo dilettante si posa sempre con curiosità, è passato in quegli istanti da percentuali di peli facciali e magliette scure intorno al 70 percento a valori molto minori, aumentando nel contempo in valore assoluto. Il riflesso di tutto ciò è stato il boato sincero e caloroso che si è sollevato al termine del brano, tanto spontaneo da sembrare concertato. A seguire, in una cavalcata meno docile e sussurrata attraverso l’ultimo ottimo In the Future, è arrivata l’epica di Stormy High e di Angels, quindi l’introversione di Wucan e Queens Will Play. Poi ho perso il conto. L’equilibrio era quello di un rock pesante completamente fuori moda eppure disinvolto, in cui la chitarra centrale andava spesso a rintanarsi bidimensionalmente sullo sfondo lasciando la scena al Minimoog e alla voce flautata di Amber Webber — che con il flanger incorporato e i suoi modi meno che dimessi, nella posizione di rilievo offertale dalla componente irsuta della band nell’ultimo disco si trova in una situazione quasi unica, per una donna. È stata una serata pienissima ma con spazio per respirare, atmosfere tiepide ed energiche, una twilight zone spogliata degli orrori e grondante rock. Siamo entrati stanchi, siamo usciti innamorati.
Da “riprendere Berlino” a “riprendere Bologna”, eccovi una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Enzo e la Fagotta, che stando al giudizio degli ascoltatori, stavolta sembravano abbastanza vispi, avevano in studio un paio di ospiti d’eccezione e hanno così potuto godersi uno speciale Baustellometro di un’ora intera.
Protetto da una scorta, Max ha fatto il suo ingresso nella sede di Via Berretta Rossa. Con i suoi interventi, ha prospettato diverse soluzioni per superare la fase di empasse che l’elettorato indie sta attraversando: trovare finalmente un Fienile d’Avorio al passo con i tempi, oppure fondare una Internazionale del Baustellometro, dandogli così nuova linfa.
Il collegamento di questa settimana è stato con Ema per la rubrica Pose!, che con un remix degli Amari più Molella che mai ci ha riportato d’incanto agli Anni Novanta.
Ecco la nostra playlist:
Envelopes – I’m In Love and I Don’t Care Who Knows It
French Kicks – Said So What
Vapnet – Inga fåglar
Adem – Invisible Man
[collegamento con Emanuele Ehi!Uomo per la rubrica Pose!]
Funkabit – Cardigan (Amari Night Members remix)
Dadamatto – Marco se ne è andato
The Notwist – Boneless
Rodeo Massacre – Brand New Day
Una nuova puntata de La Belle Epop, la ventiduesima della stagione, torna a riempire il palinsesto pomeridiano del giovedì di Radio Facoltà Di Frequenza, la prima radio universitaria italiana. La Belle Epop, il programma adagiato sulle colline senesi con il pop al centro, torna anche in podcast sulla pagine di Vitaminc e come sempre c’erano i suoi papà, Fede e Cat, a tenerla per mano lungo tutta la sua durata. Ma la coppia radiofonica di fatto non era da sola ma arricchita dalla pregevole presenza della Papessa. Da signora dell’aperitivo in panfilo e personaggio dall’alta caratura mondana, con la sua discesa nella loro modesta trasmissione, la Papessa ha tenuto una mini lezione introduttiva al lessico della moda e dello stile che contano. E così la nuova madrina ha esordito ai loro microfoni ponendo le basi della rubrica dal titolo Supercalifragitrendy e dal sottotitolo Labels Or Love. Impossibile per i due parvenu in studio mascherare l’estasi suscitata dal suo dire. Sono dei sempliciotti, che volete farci?! Meglio ascoltare…
Enevelopes – Boat
Speedmarket Avenue – Way Better Now
Gonzo48K - Snowman’s Tears
Forest City Lovers – Don’t Go
Why? – The Vowels Pt.2 [arrivo in studio della Papessa con la sua Supercalifragitrendy lesson]
Scarlett Johansson – Anywhere I Lay My Head
Get Well Soon – Born Slippy Nuxx (Underworld cover)
Princeton – Leonard Woolf
Gli Sleeping Years, con tre Ep pubblicati lo scorso anno, erano Dale Grundle alla chitarra e poco altro a dipingere acquerelli isolati ed intimisti come fosse un nuovo Nick Drake, ma senza la voglia irrefrenabile di sparire per sempre. Ora molte di quelle canzoni rivivono qui dentro, pure più ricche restano espressione di un isolazionismo positivo, paradossalmente in connessione col mondo attorno. Stupisce incontrare nuovamente una “You and me against the world” vestita d’ottimismo, dall’incedere agrodolce: se prima era una luce nel buio della notte, ora il riverbero del sole si alza di primo mattino e annuncia che qualcosa sta per iniziare. Nessuna violenza per queste gemme di intimismo pop che ci hanno conquistato al primo ascolto, soltanto un discreto arricchimento sonoro che le rende più lucenti. Questo succede quando si ha meno legno che scricchiola sotto i piedi e più oggetti di cristallo da preservare dalle mani altrui. Allora è arrivato il momento di abbassare le luci, sedersi per terra a gambe incrociate e restare ad ascoltare cosa ha da raccontarci il buon Dale. Uno alla volta, diventeremo delle splendide isole d’acqua dolce.
C’è una coerenza di fondo nei dischi della berlinese Morr: la ricerca di sonorità essenziali e minimali sia che si tratti di elettronica che di pop da camera o folk intimista. Non fa eccezione il disco dei Butcher The Bar, anche se dovrei evitare il plurale dal momento è tutto nelle mani del ventiduenne Joel Nicholson e della sua cameretta. Siamo di fronte ad un cantautore leggero, delicato e intimista, che prende a icona Elliott Smith e lo svuota di tutte le angosce, rendendolo leggero, quasi volatile. Peculiarità, quest’ultima, che gli evita di inciampare in facili cliché e lo toglie dall’impaccio di risultare l’ennesimo successore del dannato rocker di Portland. D’altro canto, la leggerezza di cui sopra non ci permette di avere tra le mani un capolavoro, ma di sicuro un buonissimo disco di folk-pop acustico. Mi fa venire in mente l’ora di cena in un ostello del nord Europa, mentre cerchi di cucinare qualcosa di vagamente commestibile e la ragazza svedese accanto a te bolle una sorta di pasta-colla che condirà poi con dell’ “ottima” salsa cruda. E poi con quella stessa ragazza magari intraprenderai una conversazione interessante, mentre queste tredici tracce gireranno ancora in quella cucina che puzza di cipolla. Ma poco importerà. Dischi come questo, scelti al momento giusto, hanno la capacità di trasformare gli attimi più scomodi nel giaciglio più adatto dove mettere a riposare qualche bellissimo ricordo.
Rinnovato il sodalizio con il duo più yeah di Seattle che equivale a dire SubPop (che quasi ci ha stancato da quanti dischi meravigliosi fa uscire), il nostro Kelley Stoltz (one man band over the top) si lascia andare in una curatissima opera di recupero e restauro di tutto il beat garage pop psychedelico folk’n'blues anni 60. Dentro ci troviamo fortissimi i Kinks, il Barrett di “See Emily Play”, i Music Machine, gli EasyBeats, Marc Bolan, i soliti due che iniziano per Bea…anche un po’ di Talking Heads e siamo a posto. Patchwork e amarcord are not a crime, come hanno sostanzialmente dimostrato al mondo personaggi come lo stesso Murphy (Lcd Soundsystem) e compagnia bella; il Kelley supera il già azzecatissimo “Below The Branches” (2006) e si lancia, chitarrino e rullantino al collo, a far baldoria. Questo per dovere di cronaca.
Fregandosene di tutte le varie seghine del tipo “mammamia se è derivativo” o ancor meglio “io queste melodie sixties non le reggo più”, questo disco è una figata (slang giovanile contemporaneo).
“Everything Begins” è un brano da antologia, riffettini killer, pompettine orchestrali e marcette a gogo, coretti e sfarfallii a più non posso. Stende manco fosse “Illinois”. Si continua in una girandola di stramberia e giravolte in punta di plettro, come la scassona The Birmingham Eccentric. When You Forget sta tra Brian Wilson e Momus, poi si scorre tra echi di Velvet Underground, Walker Bros e chi più ne ha più ne metta. La verità è che la stupendevolezza di questo lavoro si trova nell’insieme, più che nel singolone. Ascoltarlo da 0 a 100 in un sol boccon.
Classico album prescindibile per un over40, che ha metabolizzato e vissuto già il recupero negli anni80, o addirittura per un over 50, che magari si è proprio vissuto il momento yeye non essere geloso se con gli altri ballo il twist. Ma per un giovinastro di oggi Kelley Stoltz può essere più che un grandissimo disco. Può rappresentare lo stimolo incontrollabile di prendere le forbici da cucina e di modellarsi una super frangetta. Per me, tra le migliori uscite del 2008.
La differenza tra le droghe sintetiche e quelle convenzionali è l’origine, e l’origine soltanto. Lo stesso vale per la musica buona in modo trasversale: la differenza tra quella organica e quella elettronica è solo nelle tecniche di produzione e nel repertorio di timbri. Assaggiando con la punta della lingua Superposition, l’EP di debutto del produttore Eric Raynaud sotto l’alias Fraction, appare come un composto compatto, plastico e artificiale che causa convulsioni, delusioni psicotiche e occasionalmente coma acustico, alla maniera della techno francese. Shitkatapult, Francesco Tristano, le netlabel francesi: scorrendo il passato del nostro uomo, non appare però sorprendente come l’apertura violentemente rétro della title track evolva progressivamente in IDM mediamente rumorosa, melodica in modo ispirato, sbriciolata in glitch, effettacci e trame agrodolci che rendono la corsa irregolare ma proprio per questo interessante. Quando parliamo di buona musica, ci riferiamo ai pasaggi al peyote di Inside the Neighboor’s Cat’s Head, in grado di combinare astrazione, una concreta efficacia sul dancefloor e una cantabilità appena accennata ma essenziale. Sulla stessa linea, ma spingendosi oltre, Requiem for the Unique Illusion frattura quello che è un iniziale impulso d&b e gli sovrappone una chitarra inquieta, solo per poi proseguire lungo i sentieri nettamente più bui delle due tracce di chiusura. Queste sono costruite in modo opposto, mantenendo i ritmi incerti e il rumore grezzo ma diradandolo a tratti, cercando un passaggio melodico attraverso di esso. Wild, Blue and Dense, titolo della penultima traccia, è particolarmente appropriato. Pur non andando in effetti da nessuna parte, Superposition è un buon esempio (nonché assaggio di ciò che verrà da casa inFiné) di quell’elettronica semiorganica capace di coniugare equilibrio e rabbia adolescenziale, composizioni astratte e colorata stravaganza transalpina.