Club Motherfucker (Londra, 13/04/2008)
La fama della serata Motherfucker, attiva nella capitale britannica da oramai cinque anni, è quella di essere un evento differente tutti gli altri, estremamente ricercato nella proposta di band e dj, e al tempo stesso capace di mantenere una torbida ma confidenziale atmosfera da vero party.
La location è il Barden’s Boudoir, nella zona decisamente poco luccicante di Dalston Kingsland, ogni secondo sabato del mese. La filosofia degli organizzatori si può riassumere nella frase “everyone who walks through our door is a Motherfucker”: l’importante è non lasciare indifferenti. Dopo una prima puntata lo scorso marzo, Vitaminic è andato di nuovo in missione per voi.
Aprono le danze i Factory Floor. Sono in tre e sembrano ritagliati da un ciclostile in bianco e nero del 1979. Una band post-punk da manuale, con chitarre grattugiate, ritmi ossessivi a un tratto spezzati, voce monocorde e occhio spiritato fisso nel vuoto. Echi di Wire e PIL, nessuna facile concessione alle danze da Gang Of Four, anche se certi maltrattamenti subiti dal cowbell gridano vendetta. Hanno appena pubblicato un 7 pollici. Da tenere d’occhio.
Lonely Ghosts è un nuovo progetto di Tom Denney degli Help She Can’t Swim. Il mini-album di prossima uscita lo vede tentare anche strade più acustiche, ma dal vivo la formula non è sembrata così differente da quella della band di Brighton. Urla frenetiche, assalti di rumore, improvvise pause, batterie elettroniche e chitarre elettriche percosse un po’ a caso: più importante mettersi in posa che accorgersi dei jack staccati. Niente in contrario all’uso di basi registrate, ma perché portarsi dietro la tastierista Leesey dagli HSCS se poi anche i synth stanno tutti nell’iPod?
Se possibile, gli Electricity In Our Homes riescono a essere ancora più radicali dei Factory Floor. L’impatto visivo è notevole: camicie grigie regime, un cantante alto due metri con folti riccioli rossi e la faccia da bambino annoiato, un chitarrista dal taglio a scodella d’ordinanza, un batterista allucinato che dà il calcio d’inizio a ogni pezzo con un fischietto e una soave bassista che non c’entra nulla, costretta a una variante in bianco e nero di un look palesemente twee. Il tutto per un post-punk dai ritmi spasmodici, minimale, ossessivo e infarcito di slogan. We don’t need honesty! Si ricorda vagamente una stravoltissima cover di Louie Louie e un pubblico parecchio caldo e agitato, tra cui spiccavano due terzi dei Teenagers (o erano lì per la connazionale Soko, che avrebbe preso possesso del palco poco dopo?).
Che dire di Soko, giovane cantautrice/attrice francese tuttora senza contratto, lanciata da Youtube/Myspace e già arrivata perfino sulle pagine di Repubblica? Da una parte, di questa specie di figlia estremista di Kimya Dawson, si ammira la facilità di melodia e certi sproloqui divertenti e totalmente disinibiti. Dall’altra, tra clichè rigorosamente rispettati, un serissimo inneggiare a Daniel Johnston e un atteggiamento generalmente schizofrenico, si ha la sensazione un po’ sgradevole che nel suo caso “borderline” non sia una condizione, quanto per assurdo una specie di obiettivo perseguito. E quando inizia a decidere sul momento quali strumenti utilizzare nell’eseguire i pezzi, la sostanza ha un calo significativo. Pubblico diviso tra seguaci in adorazione e disinteressati che chiaccherano più forte del suo ukulele.
L’ultimo set è opportunamente lasciato ai Partyshank, che partono in quarta. Il muro di suono che sembra una via di mezzo tra il marchio di fabbrica Ed Banger e gli Atari Teenage Riot dei bei tempi riesce a mantenere un buon impatto live alle tracce (proposte non mixate, come fosse un concerto vero), le prime file si popolano di truck hats e felpe con cappuccio rialzato, tutti ballano davanti agli scatti degli strobo e c’è anche un tizio con la maschera da lottatore messicano che riesce incredibilmente a non sembrare fuori posto.
Tra assalti rumoristici, alto contenuto di bpm e divertissment a 8bit, il duo britannico trasforma lo scantinato del Barden’s in un divertente rave tutto sommato inoffensivo che sa già un po’ di revival, ma che ha la confezione giusta per le gallerie di foto della mattina dopo.
Scarica The Unpopular Future di Lonely Ghosts
Guarda il video di I’ll Kill Her di Soko live al Motherfucker
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