The Long Blondes: “Couples” (Rough Trade)
I primi ascolti del nuovo album dei Long Blondes mi avevano spiazzato parecchio. Mi sentivo come dentro un vecchio club pieno soltanto di gente sopra i quarant’anni, a un’ora della notte in cui realizzi che non ci saranno sorprese e prima o poi dovrai deciderti ad abbandonare il bancone del bar, raggiungere il parcheggio e tornare a casa da solo. Trovavo questi tentativi di lasciarsi andare al ballo disseminati tra le dieci canzoni davvero poco convinti, come se non ci credessero mai fino in fondo e, soprattutto, come se lasciassero trapelare la paura di sudare e di rovinare l’abito elegante.
“Couples” (pare che le virgolette facciano parte del titolo come riferimento al fatto che “le coppie” all’interno della band non esistono più) si apre con il primo singolo Century, manifesto del nuovo amore dei Long Blondes: la Disco. Prolungati cori in falsetto, blando ritmo funky che vorrebbe incedere ossessivo, synth notturni a disegnare un ambiente freddo: in fondo, con quel tanto di patinato in più, sarebbe andata benissimo anche per Madonna o Kylie Minogue.
Sulla stessa linea, i dieci minuti centrali (su quaranta) della doppietta Round the Hairpin e Too Clever by Half, che riuscirebbero a demoralizzare anche il più antico e appassionato sostenitore dei Long Blondes. Se le due tracce, con il loro pulsare alla Donna Summer, intendevano in qualche modo costituire il cuore sexy e morboso della scaletta mi pare manchino proprio il bersaglio.
Per non dire della title track dell’album, che suona come una specie di cover casalinga delle Elastica suonata per gioco su una drum machine (basta ascoltare come si conclude). Senza dubbio, si tratta di una canzone dei Long Blondes a tutti gli effetti, l’idea melodica è chiara e la voce di Kate Jackson la interpreta alla perfezione, ma è come se qualcosa non fosse del tutto sbocciato e si fermasse prima del suo completo sviluppo.
Non pochi addossano colpe sul produttore dell’album, Erol Alkan, dj e remixer di fama mondiale. Ma se un personaggio come Dorian Cox, chitarrista e compositore della band di Sheffield, parlando del lavoro di Alkan come produttore, spende paragoni tipo George Martin per i Beatles o Brian Eno per David Bowie, occorre prendere la cosa con la dovuta attenzione. D’altra parte, col tempo emergono altri aspetti dell’album, più positivi: Here Comes the Serious Bit mescola arrangiamenti di tastiere a un canovaccio alla Separated By Motorways, mentre Erin O’Connor raggiunge il giusto grado di nervosismo a cui i Long Blondes ci avevano abituato. E pure Guilt, ulteriore omaggio ai Blondie, funzionerà bene, con la sua chitarra in levare e la sua storia di tradimenti per nulla goduti. In generale, però, anche i testi delle canzoni sembrano graffiare e incidere di meno rispetto agli standard dei Long Blondes.
Stanchezza tipica da secondo album? O, al contrario, desiderio di tentare qualsiasi strada nuova proprio per evitare di ripetersi? Oppure voglia di scrollarsi di dosso ogni stereotipo? La risposta è questo “Couples”, imperfetto e discontinuo, che però è capace di racchiudere la piccola e preziosa Nostalgia, dove sotto un pianoforte a pezzi e uno scarno ritmo sintetico si parla proprio di canzoni in classifica, rotture sentimentali e voglia di guardare al futuro.



