15 aprile 2008

Radar Bros: Auditorium (Merge/Chemikal Underground)

Assistere ad un concerto imbarazzante degli Idaho è sicuramente un buon punto di partenza per sentenziare con mano la dipartita dello slow-core e dei suoi infiniti sottogeneri, che di per se non è sensazionalismo nè morte felice o qualcosa del genere. Coordinando braccia e mani si possono ancora disegnare traiettorie astrali, e fanculo il manierismo. I beneamati Radar Bros ti sfornano con “Auditorium” (su Merge/Chemikal Underground) il disco quasi perfetto, “quasi” perchè la perfezione necessita di qualche sbavatura. Qua ci troviamo di fronte ad un universo immobile di trilli e voci lontane, rallentamenti e stasi ipnotica, senza il glitch che ti risveglia col disco della vita in tasca. C’è l’asse y formato dai soliti CSNY e la tradizione settantina di polvere, color vinaccia e chitarroni folk che si digerisce “Harvest” e i Simon & Garfunkel e li rivomita di continuo, l’asse x sul versante psych ’90s Mercury Rev e i soliti Codeine e compagnia slowmotion psych-folk, sad-core e balle varie.
Jim Putnam e squadra si allontanano un attimo dalle velleità psichedeliche delle ultime cose e si lanciano a capofitto in una serie di brani perfetti e misurati, composizioni di rara intensità. “Lake Life” è forse il momento più alto dell’album: uno slowpop di diamante fatto di armonie paradisiache e segno indelebile di certa “americana” mai sbiadita, spola tra Surfin’ safari e Buffalo Springfield. Il singolo “When cold Air Goes To Sleep” accelera ma mantiene le aperture celesti dei migliori, l’incedere teso con esplosione progressiva di cori overhead di una compostezza paurosa, così come “Pomona” e “Morning Bird”, dove la scrittura si fa ulteriormente corrosiva ed intima.”Warm rising” sembra adottare i Mazzy Star e gli Slowdive ma con David Crosby e Robert Wyatt in sala regia, gli Animals e i Codeine tutti insieme appassionatamente. L’album si impreziosisce di altri episodi esemplari come “Happy Spirits” e “Hearts of Crows”, vicinissima ai Montgolfier Brothers per pesantezza infinita, dove pianoforti solenni e arrangiamenti in giacca e cravatta ci fanno galleggiare e sprofondare a zigozago. C’è indubbiamente mestiere, e perdio, non significa automaticamente run for cover; ma consapevolezza e maturità stilistica, equilibrio e portamento. Non si parla di hype, di ragazzini stonati e brufolosi. Manca la hit spaccaradiolone, non c’è la cassa sudata gay, bensì la sana scrittura di una band che segna indelebilmente il tracciato fottendosene del contesto. Fuori da tempo spazio moda, qua si canta la moviola dell’oceano e delle stelle.

Visita il Myspace della band
Visita il sito della Label

Articoli correlati

Archivi

wordpress visitors