29 aprile 2008

Crystal Castles: s/t (PIAS/Different)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/crystal-castles.jpgDaniele Giovannini
È da un anno circa che stiamo ascoltando il disco dei Crystal Castles. Ci è diventato familiare attraverso tutti i formati concessi dall’industria musicale 2.0: MySpace, CDR, sampler, m-blog, 7″, 12″. Dopo aver lasciato gonfiare a puntino l’hype nato e cresciuto intorno ad Alice Practice, i due di Toronto hanno finalmente risposto nel modo più convenzionale: un album, fisico, tangibile, rabbioso, devastante, in stato di grazia per 51 interi minuti. Ascoltando anche senza troppa attenzione, i CC sembrano tracciare la linea del già-sentito e volerne rimanere al di qua — con le unghie e con i denti, con gli occhi cerchiati di nero di quella bestia da palco ammaliante e terrificante che è Alice Glass, con il cappuccio calato sugli occhi di Ethan Kath. Ma, nonostante tutti gli sforzi, i CC vanno incontrollabilmente oltre. Se le radici sono nei suoni Atari e nel clubbing informale, quasi in territorio Klaxons e Ladytron, il prodotto finito è una ridefinizione del concetto di nu-rave che finalmente ci va a genio, è una collisione tra New Order e Knife che conserva l’anima sintetica dei primi e i paesaggi inquietanti e malinconici dei secondi. Il disco dell’anno per chi soffre di ADHD, è una successione disarticolata e infinitamente sfumata di suoni buffi, gemiti, distorsioni e bassi plastici: in Untrust Us un ammicco a Death From Above 1979 e Karin Dreijer, terrore a 8 bit in Crimewave (un corroborante gioiellino dance, nonostante l’alienata collaborazione con gli Health e gli appena 120 BPM), electroclash di seconda mano in Courtship Date, aperture cosmiche cugine dei Daft Punk in Knights. Non si riprende mai fiato. A volte la capacità che alcuni hanno di produrre dischi tanto grandiosi spaventa.

Marina Pierri
Non riesco a ricordare con precisione quand’è stata la prima volta che ho sentito parlare dei Crystal Castles. No, un attimo: lo ricordo piuttosto bene. Stavo leggendo la mia rubrica preferita di Plan B e il duo di St. Helena era segnalato tra le promesse di un avvenire piuttosto generico. Restai piuttosto rapita dalle canzoni sul loro MySpace: un sound tutto retrogaming che sapeva essere pop e cocainomane allo stesso tempo, come dire, leggerissimo e schizzato, rotondo e incredibilmente spigoloso. Da allora la mia opinione dei Crystal Castles non è cambiata di una virgola: erano e sono dei fuoriclasse, dei ragazzi capaci di coniugare le sincopi della techno con la dolcezza delle canzoni che puoi portarti in petto. Air War, Courtship Date, Reckless: si brucia per l’alta velocità e si scivola come palline in un flipper di suoni che ti fa infilare in tunnel e rimbalzare tra gli angoli. L’unica differenza è che fino a poco tempo fa l’emozione durava i pochi minuti concessi dalle singole canzoni che, senza centro, si disperdevano per blog, social network e reti di dati. Oggi che esce il loro debutto, finalmente, ci abbandoniamo alla tentazione di alzare il nostro CC-punteggio per entrare nella Hall of Fame. Il cassettone vetusto e ipertecnologico ci ipnotizza coi loop e coi blip. Non ci muoviamo di un millimetro per non stancarci di essere sballottati.

Enzo Baruffaldi
Conoscevamo i Crystal Castles da quasi un paio d’anni, più che altro per una serie di remix a nomi giusti tipo Klaxons, Bloc Party, Uffie e Little Ones (forse il loro lavoro migliore, finora). Giravano anche alcuni demo, catalogati nello zibaldone nu-rave probabilmente più per le foto su myspace e le amicizie del duo canadese che per reale necessità. Così, quando mi sono ritrovato fra le mani il loro omonimo album d’esordio, confesso che le aspettative erano piuttosto basse. Puntuale, è arrivata la sorpresa. Crystal Castles stupisce per quanto riesce a suonare organico e coerente pur nel suo procedere in apparenza schizofrenico, rimbalzando tra piccole scariche punk da sala giochi (classici pezzi “shoot ‘em up” come Alice Practice o Xxzxcuzx Me), e più ineffabili momenti di ipnotizzata serenità (i sei morbidi minuti di Magic Spells su tutti, ma anche la malinconia negli echi di Courtship Dating, la distanza di Vanished). E stupisce anche come Ethan Kath e il suo ormai noto synth modificato con la scheda di una consolle Atari riescano a passare dai campionamenti di Van She e Grandmaster Flash a quelli di Berio (sfruttato per la giocosa Air War). Alice Glass ci mette una voce a tratti imbronciata, a tratti totalmente sperduta fra blip e raggi laser, tanto da uscirne quasi pixelata (come ha brillantemente notato la All Music Guide), e aggiungendo il tocco finale a un quadro davvero ben congegnato. Stage cleared.

Playlist

  1. Simon Scott Nivalis (edit)
  2. The Knife Colouring Pigeons
  3. Warpaint Elephants
  4. Avril Lavigne Alice Underground
  5. Bologna Violenta Trapianti Giapponesi
  6. Motorpsycho She Left On The Sun Ship
  7. unòrsominòre. Le notti difficili
  8. The Magnetic Fields You Must Be Out Of Your Mind
  9. R.U.N.I. Il ballo del quaquaraqua
  10. Richard Skelton The Shape Leaves (Early Version)

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