I Podcast di Vitaminic: Rituali Privatissimi

Marina Pierri | 30/4/2008

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“Rituali Privatissimi” è il programma ideato e condotto da me e da Corrado Nuccini su Radio Città del Capo 94.7 e 96.25 di Bologna, in onda ogni domenica dalle 18.30 alle 19.30. Ci piace dire che è “un nastrone in fieri” e “un mixtape in progress” perchè parliamo e vi facciamo ascoltare canzoni d’amore di ogni genere ed epoca – da Barbra Streisand a Lightspeed Champion, da Gino Paoli a LCD Soundsystem – selezionate a tema. Dopo aver chiuso la “trilogia della fine (delle relazioni)” io e Corrado abbiamo pensato di partire dall’inizio: la nuova puntata di “Rituali” vi racconta in musica del primo incontro, dell’appuntamento, della fascinazione dell’amore a prima vista. Qui di sotto trovate la tracklist e l’mp3.

Vi ricordiamo che “Rituali” vuole anche essere il vostro programma di dediche: anche domenica prossima parleremo del primo incontro e degli appuntamenti galanti, quindi scriveteci senza remore a ritualiprivatissimi(at)gmail.com specificandoci un pezzo che vi sta a cuore e a chi volete dedicarlo, così possiamo partire con la rubrica “I vs. Rituali”. Controlliamo la mail, eh!

I Am Trying to Break Your Heart – Wilco (sigla)
Homecoming – The Teenagers
Chelsea Burns – Keren Ann
Magnetized – Laura Veirs
L’appuntamento – Ornella Vanoni
Hotellounge – Adem (dEUS cover)
I Would Have Waited Here All Day – Lambchop
Hotel Supramonte – Fabrizio De André
Could We – Cat Power
Who’s That Girl – Madonna


Scarica in mp3 il podcast di Rituali Privatissimi
Ascoltala in streaming:

Camden Crawl, Pt. II (Londra, 19/04/2008)

Matteo Zuffolini | 30/4/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/cc.jpgLa prima giornata del festival londinese si era rivelata massacrante: Vitaminic si è gettata nella seconda non accettando nulla di inferiore.

We Are The Physics
Trattasi di quattro giovani fighetti finto-nerd, con obbligatori occhiali dalla montatura spessa, strumenti incerottati ad arte e mutande Calvin Klein in bella mostra. Eppure, nonostante uno show zeppo di coreografie calcolatissime, è arduo resistere al loro divertito e grintoso post punk radiofonico largamente debitore dei Devo più populisti. Contagiosi.

Effi Briest
Progetto sulla carta interessante: sei polistrumentiste newyorchesi di bella presenza, svariate influenze in libertà che vanno dal folk al post rock. Ma al lato pratico le idee risultano confuse e male assemblate, la tecnica spesso troppo elementare, diversi strumenti ridondanti o inutili (soprattutto se suonati a un metro dal microfono)… insomma, quel che si dice “un pacco”.

Ida Maria
Dalla Norvegia con furore, con una proposta musicale molto americana e la fama di live travolgenti, tipo una Chrissie Hynde posseduta dal fuoco di Iggy Pop. Ida parte con un paio di ballate di troppo che fanno temere al peggio, ma è solo perchè tiene il meglio per ultimo. Si rovescia in testa un’intera bottiglietta d’acqua, ed è il segnale stile “scatenate l’inferno”: prima Better When You’re Naked e poi Oh My God alzano esponenzialmente il ritmo trascinando il pubblico in un pogo pienamente degno di questo nome. Nulla da eccepire.

Crystal Castles
I lettori mi perdoneranno, ma per diversi fattori che non sto a sviscerare mi sono convinto che il piano migliore per concludere la serata era dare una seconda possibilità al duo dance-punk canadese.
A questo turno il palco basso del Dingwalls si rivela totalmente inadeguato: la gente vi si accalca scriteriatamente come se fosse l’unica uscita di un edificio in fiamme, e per evitare spiacevoli inconvenienti ad Alice tocca cantare arrampicata sulle spalle di tre energumeni della sicurezza improvvisatisi transenne umane.
Se possibile, ho sentito ancora meno musica della prima volta.
Ma posso garantire che ci si diverte un casino.

Leggi l’articolo sulla prima giornata del Camden Crawl

Guarda il video di You Can Do Athletics, BTW dei We Are The Physics
Guarda il video di Oh My God di Ida Maria
Guarda il video di Courtship Dating dei Crystal Castles

HANDMADE INDIE FESTIVAL 02

Redazione | 30/4/2008

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Domani parte la seconda edizione dell’Handmade Indie Festival: se siete dalle parti di Bologna/Milano/Reggio Emilia non potete mancare. Vitaminic è orgogliosa di presentarvi una caterva di band praticamente imperdibili, incorniciate, oltre che dalla bella campagna di Guastalla, dal nostro dj set…Ecco chi si esibirà:

Hot Club De Paris
(data unica in Italia per il trio di Liverpool. In anteprima dal vivo i nuovi brani del disco in uscita a breve, “Live at Dead Lake”, pubblicato come sempre dall’etichetta di culto Moshi Moshi. Math pop obliquo per tutti!) http://www.myspace.com/hotclubdeparis

Redworms’ Farm
(cane, gorilla e serpente da Padova, il trio post punk che tira giù qualsiasi cosa) http://www.myspace.com/halleynation

Le Man Avec Les Lunettes
(occhialuti da Brescia, pop che ti scioglie il cuore, dolce come miele, non a caso su My Honey Records) http://www.myspace.com/occhialuto

Costa Music
(da Chicago e Pisa, prima data italiana per il nuovo progetto di Joseph Costa, ex L’altra, sinfonie autunnali per la primavera)
http://www.myspace.com/thecostamusic

Nuccini!
(da Reggio Emilia, progetto solista di Corrado dei Giardini Di Mirò. Avant-hiphop che abbraccia Leonard Cohen)
http://www.myspace.com/nuccini

Leggins
(dalla provincia di Vicenza, per presentare l’esordio su Disastro Records: “canzoni che pestano veloci, chitarre strokesiane che bruciano”)
http://www.myspace.com/legginsita

A Classic Education
(sparsi per mezza Italia, tornano a festeggiare il loro primo anniversario sul luogo del concerto di debutto. “Grandiosi, entusiasmanti e più riverberati che mai”)
http://www.myspace.com/aclassiceducation

Seebha
(dalla provincia di Reggio Emilia, giocano in casa la loro solarità ed eleganza brit-pulp. Gemme nuove nel Kathleen’s Ep)
http://www.myspace.com/seebha


The Clever Square

(duo ravvenate su Tea-Kettle Records. Giovanissimi e iperprolifici autori di un pop folk a bassa fedeltà che conquista al primo ascolto)
http://www.myspace.com/thecleversquare

Phidge
(da Bologna, picchi emotivi di classe, nuovo disco appena uscito su Riff Records) http://www.myspace.com/phidge

Claim

(dalla fucina del The Cleb, dritti e pestati come schegge, pronti per una Desert Session) http://www.myspace.com/claimband

in mezzo e dopo i concerti DJ SETS

VITAMINIC DJ SET: Marina Pierri & EnzoPolaroid www.vitaminic.it polaroid.blogspot.com
- Afterparty set by LeCasio resident The Cleb (electro indie kids!) www.myspace.com/thecleb

- e se tutto va bene…ai primi che arrivano una compilation con gli 11 gruppi in regalo! :-)

ricordiamo

Giovedì 01 Maggio
ingresso gratuito!
inizio ore 14..i concerti non finiranno oltre le 00,30…poi si balla!
CIBO E DRINKS a prezzi bassi!
dalle 18 griglia operativa!

Per info ed indicazioni su come arrivare: www.myspace.com/thecleb
www.lastfm.it/event/572553
cell. 339 5345232 oppure 347 2661812
(daniloincerti@gmail.com) daniloincerti (at) gmail (dot) com o (jonathanclancy@gmail.com) jonathanclancy (at) gmail (dot) com

PARTNERS:
www.radiocittadelcapo.it
www.vitaminic.it
www.myspace.com/copyandpastefestival

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AGF: Words Are Missing (AGF Producktion)

Tomm. | 29/4/2008

agf_words “Non ho neppure capito bene se Irene mi mancava, la notte. Non avevo mai conosciuto la sua presenza e ora mi toccava un’assenza che non sapevo riconoscere.” (Valeria Parrella, Lo spazio bianco. Einaudi).

Present. Absent. Da una parte trentasei secondi in cui. Il movimento di una donna i suoi gesti il rumore dello spazio attorno il gemito di una bimba. Dall’altra trentasei secondi di fruscii. Nessuno. La riproduzione del suono di una stanza vuota, rivisitazione in chiave materna dei silenzi di Cage. A più di quattro anni dall’uscita di Westernization Completed (Orthlorng Musork, 2004; uno degli ultimi titoli del catalogo dell’etichetta di Kit Clayton e Sue Constabile), Words Are Missing segna il ritorno di Antye Greie-Fuchs alla pubblicazione di un lavoro solista dopo la parentesi con il progetto The Dolls (AGF con Sasu Ripatti -alias Vladislav Delay/Luomo/Uusitalo- e Craig Armstrong), il nuovo disco dei Laub (Deinetwegen, uscito l’anno scorso), le collaborazioni con Zavoloka e Sue.C e l’oscuro -bellissimo- Explode a firma AGF/Delay (AGF Producktion, 2005). Elementi centrali nella produzione dell’artista tedesca (”a vocalist, a software musician, a producer, an e-poet”), la parola e il linguaggio vengono superati. Spogliati di ogni significato. La singola lettera ritorna ad essere semplice segno, punto tipografico sulla pagina bianca. Istante sonoro. Vibrazione del respiro. Battito. Silenzio.

Words Are Missing è un disco aspro e complesso. Il suono -glitch nervoso, IDM/techno astratta e cupa- si allontana sensibilmente dall’ascoltatore mentre l’elemento-voce diventa altro. Canto sommesso, bisbiglio, urla di terrore, sillaba spezzata. Quello che rimane della parola è un segno distrutto dalla violenza dell’immagine di copertina: tratti di colore sparsi sul selciato. La stessa vernice rosa che segnava le tracce lasciate dalle granate sulle strade di Sarajevo dilaniate dalla guerra. L’assedio. L’intervallo tra le esplosioni. I lunghi anni di niente. Le persone che oggi si fermano a raccontare. Present/Absent, ancora. A un passo dalla Miljacka. A migliaia di chilometri da quella stanza di Berlino. All’interno, il booklet raccoglie 16 diversi visual realizzati dalla stessa Antye. Fotografie. Macchie di inchiostro. Caratteri tipografici casuali e pennellate di bianco. Alfabeti immaginari sezionati e riletti in Letters Make No Meaning (Weapons No War Germs No Disease) I, Cognitive Modules Party II e Ooops For Understanding III. Sussulti inaspettati di un linguaggio incomprensibile. Frammenti di voce. Oltre la parola. “AGF ain’t silent. Just words are missing”.

antyegreie.com
agfproducktion.com

Scarica Letters Make No Meaning (Weapons No War Germs No Disease) I
Scarica Cognitive Modules Party II
Scarica Ooops For Understanding III
Scarica AGF/Delay – Break Doors

Crystal Castles: s/t (PIAS/Different)

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/crystal-castles.jpgDaniele Giovannini
È da un anno circa che stiamo ascoltando il disco dei Crystal Castles. Ci è diventato familiare attraverso tutti i formati concessi dall’industria musicale 2.0: MySpace, CDR, sampler, m-blog, 7″, 12″. Dopo aver lasciato gonfiare a puntino l’hype nato e cresciuto intorno ad Alice Practice, i due di Toronto hanno finalmente risposto nel modo più convenzionale: un album, fisico, tangibile, rabbioso, devastante, in stato di grazia per 51 interi minuti. Ascoltando anche senza troppa attenzione, i CC sembrano tracciare la linea del già-sentito e volerne rimanere al di qua — con le unghie e con i denti, con gli occhi cerchiati di nero di quella bestia da palco ammaliante e terrificante che è Alice Glass, con il cappuccio calato sugli occhi di Ethan Kath. Ma, nonostante tutti gli sforzi, i CC vanno incontrollabilmente oltre. Se le radici sono nei suoni Atari e nel clubbing informale, quasi in territorio Klaxons e Ladytron, il prodotto finito è una ridefinizione del concetto di nu-rave che finalmente ci va a genio, è una collisione tra New Order e Knife che conserva l’anima sintetica dei primi e i paesaggi inquietanti e malinconici dei secondi. Il disco dell’anno per chi soffre di ADHD, è una successione disarticolata e infinitamente sfumata di suoni buffi, gemiti, distorsioni e bassi plastici: in Untrust Us un ammicco a Death From Above 1979 e Karin Dreijer, terrore a 8 bit in Crimewave (un corroborante gioiellino dance, nonostante l’alienata collaborazione con gli Health e gli appena 120 BPM), electroclash di seconda mano in Courtship Date, aperture cosmiche cugine dei Daft Punk in Knights. Non si riprende mai fiato. A volte la capacità che alcuni hanno di produrre dischi tanto grandiosi spaventa.

Marina Pierri
Non riesco a ricordare con precisione quand’è stata la prima volta che ho sentito parlare dei Crystal Castles. No, un attimo: lo ricordo piuttosto bene. Stavo leggendo la mia rubrica preferita di Plan B e il duo di St. Helena era segnalato tra le promesse di un avvenire piuttosto generico. Restai piuttosto rapita dalle canzoni sul loro MySpace: un sound tutto retrogaming che sapeva essere pop e cocainomane allo stesso tempo, come dire, leggerissimo e schizzato, rotondo e incredibilmente spigoloso. Da allora la mia opinione dei Crystal Castles non è cambiata di una virgola: erano e sono dei fuoriclasse, dei ragazzi capaci di coniugare le sincopi della techno con la dolcezza delle canzoni che puoi portarti in petto. Air War, Courtship Date, Reckless: si brucia per l’alta velocità e si scivola come palline in un flipper di suoni che ti fa infilare in tunnel e rimbalzare tra gli angoli. L’unica differenza è che fino a poco tempo fa l’emozione durava i pochi minuti concessi dalle singole canzoni che, senza centro, si disperdevano per blog, social network e reti di dati. Oggi che esce il loro debutto, finalmente, ci abbandoniamo alla tentazione di alzare il nostro CC-punteggio per entrare nella Hall of Fame. Il cassettone vetusto e ipertecnologico ci ipnotizza coi loop e coi blip. Non ci muoviamo di un millimetro per non stancarci di essere sballottati.

Enzo Baruffaldi
Conoscevamo i Crystal Castles da quasi un paio d’anni, più che altro per una serie di remix a nomi giusti tipo Klaxons, Bloc Party, Uffie e Little Ones (forse il loro lavoro migliore, finora). Giravano anche alcuni demo, catalogati nello zibaldone nu-rave probabilmente più per le foto su myspace e le amicizie del duo canadese che per reale necessità. Così, quando mi sono ritrovato fra le mani il loro omonimo album d’esordio, confesso che le aspettative erano piuttosto basse. Puntuale, è arrivata la sorpresa. Crystal Castles stupisce per quanto riesce a suonare organico e coerente pur nel suo procedere in apparenza schizofrenico, rimbalzando tra piccole scariche punk da sala giochi (classici pezzi “shoot ‘em up” come Alice Practice o Xxzxcuzx Me), e più ineffabili momenti di ipnotizzata serenità (i sei morbidi minuti di Magic Spells su tutti, ma anche la malinconia negli echi di Courtship Dating, la distanza di Vanished). E stupisce anche come Ethan Kath e il suo ormai noto synth modificato con la scheda di una consolle Atari riescano a passare dai campionamenti di Van She e Grandmaster Flash a quelli di Berio (sfruttato per la giocosa Air War). Alice Glass ci mette una voce a tratti imbronciata, a tratti totalmente sperduta fra blip e raggi laser, tanto da uscirne quasi pixelata (come ha brillantemente notato la All Music Guide), e aggiungendo il tocco finale a un quadro davvero ben congegnato. Stage cleared.

Ascolta in streaming integrale esclusivo il self-titled dei Crystal Castles

Peter Kernel: How To Perform a Funeral (On The Camper / Jestrai)

Enzo Baruffaldi | 28/4/2008

Peter KernelA settembre, in un frammento di diario tenuto durante le registrazioni del loro album d’esordio, i Peter Kernel scrivevano: “ci siamo riconciliati con il pop. Adesso abbiamo qualcosa da cantare”. Il punto di partenza di questa band svizzera era infatti tutt’altro: nati tra improvvisazioni strumentali e colonne sonore per cortometraggi sperimentali, dopo l’allargamento della formazione con l’ingresso di una seconda chitarrista e un viaggio in Canada, hanno cominciato a dare forma compiuta a una serie di brani, raccolti nel demo Home Recordings del 2006.
Secondo le intenzioni dichiarate dagli stessi Peter Kernel, l’album inciso nell’estate dell’anno successivo, uscito a marzo 2008 e distribuito anche in Italia da Jestrai, vuole proprio “fissare un punto di passaggio tra un periodo scuro ed un altro decisamente più chiaro”. E così, se da un lato si può dire che la matrice noise costituisce ancora la base dell’impasto sonoro di questo How To Perform a Funeral, dall’altro sembra emergere in diverse canzoni una materia nuova, con echi di Sonic Youth, Nirvana e Blonde Redhead. Glaciale distacco si mescola a improvvise scariche più accese e aggressive. Quando un ritmo più lineare si fa strada tra gli intrecci delle chitarre (come in Smiling oppure Shoot Back, o nella pixiesiana What the Hell) tutto cade al proprio posto e i Peter Kernel riescono a tradurre il loro linguaggio di rumore in una tensione più diretta, in qualche modo più nuda ma efficace. Funziona l’alternarsi delle voci maschili e femminili, e piace la sensazione di disorientamento che lasciano queste undici tracce, dove qualcosa lotta, continua a strapparsi e ricomporsi, fugge e vuole tornare, e non smette di cercare.

Visita il sito dei Peter Kernel
Ascolta qualche canzone sul loro MySpace
Acquista l’album da Jestrai
Guarda il video di Rena

Chris Field: Powis Square (FOD)

Enrico Amendola | 28/4/2008

coverLa musica come macchina del tempo, come trasposizione in suono dei nostri desideri di fuga dal presente per rifugiarci in un passato che siamo soliti ricordare con generoso ottimismo. Dipende poi dal disco, questo di Chris Field è fermo ad almeno 30-40 anni fa, epoca che il sottoscritto può solo immaginare seppur giunto alla veneranda età di trentadue primavere. Probabilmente sentirete parlare di questo ragazzo nelle presunte e future vicende in celluloide, in cui dovrebbe interpretare Sid Barrett in un film di prossima produzione, ma non è per questo che ne scriviamo. E’ uscito il suo secondo lavoro in studio, Powis Square, un disco di classic rock ispirato tanto dai Rolling Stones e dalla facciata albionica del rock del passato, si pensi ai Beatles o ai Kinks, tanto dal rock delle origini, quello del delta del Mississippi. Infilando il disco nel lettore, regolandone il volume su un livello alto ma non assordante, otterrete un effetto doccia gelata che vi desterà da tutti i torpori residui e lenirà le vostre ferite quotidiane in maniera del tutto naturale e indolore. Tralasciando queste pose da spot pubblicitario di terz’ordine devo sinceramente constatare la bontà di un lavoro assolutamente derivativo eppure convincente, sincero e realizzato con cura, avvalendosi tra l’altro di collaborazioni interessanti come Nigel Harrison, bassista nei Blondie e negli Stooges e Robbie Blunt, alle chitarre in passato con Robert Plant e Iggy Pop. Forse il rock’n’roll nudo e crudo agonizza da tempo, ma non credo alzerà mai bandiera bianca per la resa definitiva, ci sarà sempre un Chris Field qualunque a ricordarci che non tutto è perduto.

Visita il sito della FOD records e guarda il video di “You Take Me Up”

Chris Bathgate: A Cork Tale Wake (Tangled Up)

Daniele Giovannini | 25/4/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/04/cork_tale.jpgL’estetica folk, l’approccio acustico, di per sé è quasi una professione di fede. È un confidare consapevolmente e mollemente nella debolezza personificata, che culla tra intimismo e cupa voglia di riscatto. Verso chi, cosa e come, non si può dirlo. Fa parte del gioco e non si può essere noi a rovinarlo. Chris Bathgate non lo vedo proprio la persona a cui rovinare il gioco. Non riesco a non immaginarlo mentre posa la chitarra, che detto per inciso suona in modo detestabile, e stizzito, pretendendo spiegazioni, si avvicina all’unico membro di un ipotetico pubblico che ha osato scuotere la testa. Perché A Cork Tale Wake è un album che prende per il bavero della giacca, debolmente, profondendosi in scuse, e pretende qualcosa. È alternatamente aggressivo e remissivo, invadente ma con tutta la fragilità di chitarra acustica e violoncello. La discontinuità del debutto come solista di Bathgate è così marcata da sembrare intenzionale, quasi a costituire una cadenza globale che si intreccia con quella dei singoli brani. L’unica costante, un cantato morbido e spettinato, è come un ago che entra ed esce da una tessitura di testi compatta, ciclica e piegata a un ferreo autocontrollo. Uscendo subito dalla zona di confortante quiete di Damien Rice, suona come suonerebbe forse Will Oldham accompagnato dai Gomez. La musicalità di A Cork Tale Wake è infatti quella che accompagna l’arrivo di una bassa pressione, di un temporale su un’anonima cittadina del Michigan. Se Serpentine introduce il disco in maniera convincente, quanto immediatamente segue spinge quasi a smettere di ascoltare: la convenzionalità lamentosa di The Last Parade on Ann St. (a parte il finale riverberato, che è meraviglioso, va detto), l’orrendo e goffo rock di Smiles Like a Fist, quella Madison House che sfiora la parodia del primo Antony. Superata la metà, però, il disco si tuffa in un alternarsi di folk à la Iron & Wine e post-rock, post-noise, post-Arcade Fire. Che, detto tra noi, nell’attesa del proverbiale sophomore effort risulta perfettamente godibile.

Visita il MySpace di Chris Bathgate
Visita il sito della Tangled Up

Low: You May Need a Murderer (Film Documentario)

Matteo Zanobini | 24/4/2008

low“You may need a murderer” sono le parole che rimbombano continuamente da un capo all’altro della testa di Alan Sparhawk, membro fondatore e cantante dei Low. Lui, mormone rockstar in un tempo senza il tempo, in riva al lago in una foresta del Minnesota, con cappello da cowboy sandali e sguardo perso nell’acqua, racconta dei limiti e della follia della religione, di dio, della moralità della sua gente, perchè “la religione giustifica tutto, allora spero che dio non mi chieda mai di uccidere”. Mi è capitato tra le mani ieri questo documentario di David Kleijwegt, “You May Need A Murderer” (distribuito in Italia da Goodfellas), in cui il regista ritrae il duo Alan Sparhawk e Mimi Parker alle prese con la loro vita quotidiana fatta di figli, chiesa e tour in giro per il mondo. Fa impressione la vita dei Low. Vivono in una zona sperduta del Minnesota, in periferia di una cittadina di 29 abitanti, isolati da tutto se non da una ristretta cerchia di amici mormoni, che condividono con loro le esperienze religiose, spesso con trovate ai limite del new age o dell’anacronismo bizzarro. Vivono così: sembrano animati da una pace interiore che nulla ha a che fare con il rock, con il mercato discografico, con i fans e tutto quello che sta fuori. Non parlano quasi mai di musica, sembra che nella vita facciano altro. Ma quelle voci escono così naturali, nei momenti intimi e di raccoglimento, come canti di fede e di violenza, spesso accompagnate da nessuno strumento se non la voce dell’altro, e sembrano uscire da un altro mondo. Troppo profonde, troppo intense da sembrare vere. Cominciano a cantare e tutto si trasforma. Incredibile. Rimango sconvolto da come si possa approcciarsi così alla musica, così violentemente e pacificamente allo stesso modo, con così tanta pace e rabbia dentro, compostezza e delirio, confusione. Alan resta imbambolato e farfuglia parole senza significato quando gli viene chiesto del suo esaurimento nervoso di 2 anni fa che lo ha tenuto lontano dalla scena. Mimi prepara la cena e mette a letto la prole. Alan in cantina si sfoga con gli amici Retribution Gospel Choir. Mimi guida e Alan parla di moralità e America al figlio di 3 anni. I bambini non si rendono ancora conto della portata dei genitori. Alan non ride mai, digrigna i denti, è un nervo scoperto al mondo. Alan con la mise da mormone in chiesa con Mimi e i bambini, immobile a parlare di dio. “You may need a Murderer” Ë una frase presa dall’ultimo album dei Low, Drums and Guns (Sub Pop 2007), la bipolarità percussiva, il dualismo che ripercuote se stesso e ritorna sempre in forme diverse: l’assoluta grazia infinita delle armonie e gli intermezzi schizofrenici di Alan, come in preda a deliri di onnipotenza e poi di nuovo giù all’inferno, la lucidità di un uomo antagonista all’america e uomo di fede quasi folle, è giusto uccidere a nome di dio? Inquietano i Low, per la loro semplicità, la loro profonda rassegnazione e la speranza, veri e propri eremiti del rock. Là fuori la gente urla per loro e prenota la Union Chappell fino a saturarla durante il loro attuale tour in uk. I Low laggiù, tra foreste e campi sperduti, una famiglia (Mimi e Alan sono sposati) apparentemente ordinaria, due voci che si fondono all’alba e si contrappuntano fino alla notte, nate e cresciute per procedere all’unisono, così in profondità che ti manca la terra sotto ai piedi, così lontani dalle schifezze babyshambles o di analoghi coglioni, così intime ma lontane, perchè la loro vita è composta da sguardi fissi e non di parole, perchè l’opera dei Low è tra le più importanti della nostra musica, e le parole sono queste: One more thing before I go / One more thing I’ll ask you, lord / You may need a murderer / Someone to do your dirty work / Don’t act so innocent / I’ve seen you pound your fists into the earth / And I’ve read your books / Seems that you could use another fool / Well, I’m cruel / And I look right through.

Rocky Votolato: The Bragg & Cuss (Barsuk)

Enrico Amendola | 24/4/2008

coverRocky Votolato avrà anche un nome improbabile, ma nella sua musica si esprime con una semplicità disarmante. Il precedente Makers era una bella prova di pop acustico dal cuore folk, intimo e leggero come l’aria di primo mattino. Ora si aggiunge qualcosa, il disco sembra frutto di un lavoro corale: fisarmoniche, banjo, chitarre e pianoforte, immagini più ariose e allo stesso modo genuine. Quasi come un novello Ryan Adams, riesce a costruire canzoni classiche ma sincere come il caffelatte che vi preparava vostra madre da bambini. Insomma, sarà pur sempre la solita strada, quella che evita di incespicare nelle ragnatele metropolitane, quella che si inarca dietro la collina e si perde in fondo all’orizzonte, la piccola e sdrucciolevole via verso la vostra redenzione quotidiana ma, per l’ennesima volta, il suono di un’armonica a bocca riempie l’animo di soffice cotone sul quale lasciarsi a dare a peso morto. Lui sembra dirti: “Ehi, queste sono le mie storie, non c’è niente da scoprire, prendere o lasciare!”. A te non resta che restare ad ascoltarlo come se fosse il tuo miglior amico che ti racconta la sua vita. E con animo leggero vedrai che non c’è bisogno nemmeno di rispondergli.

Visita il Myspace di Rocky Votolato
Ascolta il brano Postcard From Kentucky

Playlist

  1. Sparklehorse Sea Of Teeth (live)
  2. Caribou Odessa
  3. Amor Fou Peccatori In Blue Jeans
  4. These New Puritans We Want War
  5. Pontiak Suzerain
  6. Rifoki Zombie Attack
  7. Ok Go! This Too Shall Pass
  8. Hole Skinny Little Bitch
  9. Gil Scott-Heron Me And The Devil
  10. Hermitage Ulrike

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