Daniele Giovannini
È da un anno circa che stiamo ascoltando il disco dei Crystal Castles. Ci è diventato familiare attraverso tutti i formati concessi dall’industria musicale 2.0: MySpace, CDR, sampler, m-blog, 7″, 12″. Dopo aver lasciato gonfiare a puntino l’hype nato e cresciuto intorno ad Alice Practice, i due di Toronto hanno finalmente risposto nel modo più convenzionale: un album, fisico, tangibile, rabbioso, devastante, in stato di grazia per 51 interi minuti. Ascoltando anche senza troppa attenzione, i CC sembrano tracciare la linea del già-sentito e volerne rimanere al di qua — con le unghie e con i denti, con gli occhi cerchiati di nero di quella bestia da palco ammaliante e terrificante che è Alice Glass, con il cappuccio calato sugli occhi di Ethan Kath. Ma, nonostante tutti gli sforzi, i CC vanno incontrollabilmente oltre. Se le radici sono nei suoni Atari e nel clubbing informale, quasi in territorio Klaxons e Ladytron, il prodotto finito è una ridefinizione del concetto di nu-rave che finalmente ci va a genio, è una collisione tra New Order e Knife che conserva l’anima sintetica dei primi e i paesaggi inquietanti e malinconici dei secondi. Il disco dell’anno per chi soffre di ADHD, è una successione disarticolata e infinitamente sfumata di suoni buffi, gemiti, distorsioni e bassi plastici: in Untrust Us un ammicco a Death From Above 1979 e Karin Dreijer, terrore a 8 bit in Crimewave (un corroborante gioiellino dance, nonostante l’alienata collaborazione con gli Health e gli appena 120 BPM), electroclash di seconda mano in Courtship Date, aperture cosmiche cugine dei Daft Punk in Knights. Non si riprende mai fiato. A volte la capacità che alcuni hanno di produrre dischi tanto grandiosi spaventa.
Marina Pierri
Non riesco a ricordare con precisione quand’è stata la prima volta che ho sentito parlare dei Crystal Castles. No, un attimo: lo ricordo piuttosto bene. Stavo leggendo la mia rubrica preferita di Plan B e il duo di St. Helena era segnalato tra le promesse di un avvenire piuttosto generico. Restai piuttosto rapita dalle canzoni sul loro MySpace: un sound tutto retrogaming che sapeva essere pop e cocainomane allo stesso tempo, come dire, leggerissimo e schizzato, rotondo e incredibilmente spigoloso. Da allora la mia opinione dei Crystal Castles non è cambiata di una virgola: erano e sono dei fuoriclasse, dei ragazzi capaci di coniugare le sincopi della techno con la dolcezza delle canzoni che puoi portarti in petto. Air War, Courtship Date, Reckless: si brucia per l’alta velocità e si scivola come palline in un flipper di suoni che ti fa infilare in tunnel e rimbalzare tra gli angoli. L’unica differenza è che fino a poco tempo fa l’emozione durava i pochi minuti concessi dalle singole canzoni che, senza centro, si disperdevano per blog, social network e reti di dati. Oggi che esce il loro debutto, finalmente, ci abbandoniamo alla tentazione di alzare il nostro CC-punteggio per entrare nella Hall of Fame. Il cassettone vetusto e ipertecnologico ci ipnotizza coi loop e coi blip. Non ci muoviamo di un millimetro per non stancarci di essere sballottati.
Enzo Baruffaldi
Conoscevamo i Crystal Castles da quasi un paio d’anni, più che altro per una serie di remix a nomi giusti tipo Klaxons, Bloc Party, Uffie e Little Ones (forse il loro lavoro migliore, finora). Giravano anche alcuni demo, catalogati nello zibaldone nu-rave probabilmente più per le foto su myspace e le amicizie del duo canadese che per reale necessità. Così, quando mi sono ritrovato fra le mani il loro omonimo album d’esordio, confesso che le aspettative erano piuttosto basse. Puntuale, è arrivata la sorpresa. Crystal Castles stupisce per quanto riesce a suonare organico e coerente pur nel suo procedere in apparenza schizofrenico, rimbalzando tra piccole scariche punk da sala giochi (classici pezzi “shoot ‘em up” come Alice Practice o Xxzxcuzx Me), e più ineffabili momenti di ipnotizzata serenità (i sei morbidi minuti di Magic Spells su tutti, ma anche la malinconia negli echi di Courtship Dating, la distanza di Vanished). E stupisce anche come Ethan Kath e il suo ormai noto synth modificato con la scheda di una consolle Atari riescano a passare dai campionamenti di Van She e Grandmaster Flash a quelli di Berio (sfruttato per la giocosa Air War). Alice Glass ci mette una voce a tratti imbronciata, a tratti totalmente sperduta fra blip e raggi laser, tanto da uscirne quasi pixelata (come ha brillantemente notato la All Music Guide), e aggiungendo il tocco finale a un quadro davvero ben congegnato. Stage cleared.
Ascolta in streaming integrale esclusivo il self-titled dei Crystal Castles