Octoberman: Run from Safety (White Whale Records)
Marc Morrissette probabilmente ha il diritto genealogico di essere un songwriter con i piedi bene affondati nell’Americana esattamente come ce l’ho io. A differenza dell’ultimo arrivato, però, lui quel diritto lo ha conquistato chilometro dopo chilometro. Ormai al secondo album, Run from Safety, quel Neil Young wannabe di Vancouver ha letteralmente abbandonato le proprie radici per abbracciarne di nuove al di qua e al di là della frontiera tra Canada e Stati Uniti, tra alcoolici combo strumentali e musicisti scafati che vivono in un furgone e bevono root beer, tra le magliette American Apparel e gli stivali di pelle, tra l’innovazione delle nuove leve canadesi e la convenzionalità del folk-rock — o, viceversa, la convenzionalità delle familiari terre canadesi e la relativa novità dell’ibridazione con i grandi spazi di bufali e ballate. Il titolo, Run from Safety, così come la title track è una dichiarazione d’intenti e un diario di viaggio. Firmato Octoberman, l’album è qualcosa a metà tra Jack Kerouac, i Calexico e un Bob Dylan giovanile. Pur spingendosi sul terreno musicalmente poco avventuroso della vecchia Americana speziata di indie-rock, il disco nella sua totalità conquista piano. Non esplode, cattura lentamente. C’è qualcosa di diluitissimi Pavement dentro, a rinforzare l’impressione di qualcosa già indossato, quasi logoro ma confortevole. Ha una modestia chitarristica che mal si presta ai consigli e al passaparola, che implora di essere assaporata in solitudine in una terra di mezzo che a volte va troppo oltre il folk per essere considerata polverosa (Once in a Blue), altre volte in piena zona Connor Oberst (Run from Safety), altre ancora in spazi crepuscolari in cui armonica e tromba vedono cavalcare fianco a fianco Broken Social Scene e Micah Hinson (Elbow Room). Mai melodrammatico al limite della nausea, mai da tempesta di sabbia, delicato e sonnacchioso com’è il lavoro degli Octoberman è un viaggio lunghissimo da godere metro per metro.
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