Club Motherfucker @ Barden’s Boudoir, Londra (08/03/08)
Otto marzo, festa della donna, ma qua a Londra anche festa di compleanno – il quinto – per una delle serate dance più apprezzate della zona, la Club Motherfucker.
Nessun spogliarellista cubano ma una manciata di band che promettono di scuotere i sensi con proposte fuori dai soliti schemi, anche se, a conti fatti, il tutto si risolve in un clamoroso caso di scaletta quasi invertita ai meriti.
Ma andiamo per ordine.
Invasion: trio esplosivo da Londra. Marek e Zel forniscono un secchissimo telaio sonoro space-thrash, lui sfornando riff su una chitarra a tre corde (genio), lei pestando la batteria come se fosse il mitra d’assalto del finale di John Rambo. Chan invece fa come se sentisse soltanto il metronomo, e ci canta sopra in puro Tina Turner style. Gli Skunk Anansie scappano in preda al panico.
Pezzi rigorosamente sotto i 2.30, set di 20 minuti: un temporale che squarcia tetti e lascia odore di bruciato.
Dead Kids: capisci subito che qualcosa non quadra quando tutta la strumentazione è rannicchiata storta in un angolo, e il microfono del cantante viene sistemato direttamente giù dal palco.
Mike Title è il tipo di frontman che, aggiungendo ulteriore overdose di anfetamine alla formula Iggy Pop/John Lydon, sfonda a piedi pari il confine tra estroverso/scatenato e molesto/pericoloso. Mentre gli altri innalzano un muro di tamarrissimo rave-punk, Mike si presenta a occhi sgranati e procede immediatamente a ballare come un fulminato, saltare, baciare, schiaffeggiare, strusciarsi, gettarsi in mezzo ai 50 presenti totalmente incurante dell’incolumità sua e di chiunque intorno. Roba che al confronto Tim Harrington dei Les Savy Fav è pronto per Sanremo.
Diventa quindi arduo formulare un giudizio musicale neutrale, poichè impossibile staccare gli occhi di dosso dall’indemoniato frontman, non fosse altro che per spirito di autodifesa.
Ma se lo scopo di un concerto è graffiare con esperienze che lasciano il segno, questi sono da assumere ad occhi chiusi.
Ipso Facto: è quasi impossibile seguire un set travolgente come quello dei Dead Kids, e le Ipso Facto, pur essendo sulla carta il nome più caldo della serata, non ci riescono. Il loro sound stile Elastica in versione goth, pur a suo modo interessante, potrà impressionare il pubblico medio di NME abituato a cose infinitamente più banali, ma dopo due veri e propri terremoti come Invasion e i già citati ragazzi morti l’effetto è invariabilmente deludente, e di certo non aiutano nè i problemi tecnici nè una presenza scenica come al solito fredda e distaccata.
Se non fossero tutte e quattro bellissime…
Sisters Of Transistors: sulla carta decisamente interessanti: Graham Massey degli 808 State e quattro sottomesse “angels” rubate a una pubblicità della Benetton (una mora, una rossa, una nera e un’orientale) intenti a tessere una specie di psichedelica colonna sonora per film horror vintage.
Al lato pratico… ehm, impraticabili. Quasi un’ora di cambio palco per montare una batteria, sei tastiere, due laptop e un proiettore in uno spazio dove ogni millimetro è contato, tra grovigli di cavi e un tale numero di collegamenti che sai già che non potranno funzionare tutti contemporaneamente.
L’attesa è estenuante, e il risultato si rivela troppo abbozzato e autoindulgente per rimediare, soprattutto alla luce di altri problemi tecnici che costringono a due ulteriori insopportabili pause.
Ma come per le Ipso Facto, alla fine dei conti prendiamo per buona la scusa del “fuori contesto”.
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