SXSW 2008 — pt. #1
C’è una canzone di Frida Hyvonen che si chiama Today, Tuesday. Quando sono partita per il mio terzo soggiorno in quel di Austin, in rotta SXSW 2008, ce l’avevo in mente per tre ragioni: perché, materialmente, era martedì; perché l’anno scorso in Texas avevo conosciuto Frida; perché la canzone parla dell’irrealtà degli aeroporti e di quanto facilmente i viaggi brevi e intensi si inscatolino nella testa come parti di una matrioska, a formare una specie unità olistica pronta per essere messa via. Le ore di volo, i molti visi, i molti accenti, le code ai customs americani dove si fa a gara a riconoscere band europee umilmente in fila, i discorsi di circostanza e quelli che invece indagano appena più a fondo fanno sempre da anticamera a un’esperienza totale. Voglio dire: in caso non sapeste come funziona, pensate alla vostra città (quella in cui siete nati o vivete) e immaginatene i locali riempirsi di colpo di tutte le band che avete sempre sognato di vedere ed ascoltare. Ancora, fate finta che a vedere quelle band ci sia un pubblico composto di gente che potenzialmente con voi ha tutto a che spartire, e quando dico tutto, sapete a cosa mi riferisco: persone con cui, in media, potreste parlare dei vostri dischi preferiti per ore e non stancarvi mai, o di dischi che – Dio non voglia! – vi sono sfuggiti. Se, ciliegina sulla torta, aggiungete anche un negozio di musica come Waterloo Records, hub perfetto per lo shopping di vinili a valuta estera iper-vantaggiosa, avrete quello che non si fa fatica a definire il paradiso dell’indie-qualcosa, che si tratti di un esponente “del settore”, di un astante casuale, un appassionato, un fanatico, un first timer, quel che vi pare. Il SXSW è l’Eden, con alcune code di troppo davanti all’albero del Peccato. E sebbene i tempi morti, il caldo improvviso, l’angoscia di tagliare e cucire la propria fittissima schedule perdendo sempre qualcosa nonché l’assoluta stanchezza ce la mettano tutta per rovinarne il ricordo, l’aria di Austin dà dipendenza.
Nonostante questo, va detto che il SXSW 2008 è stata l’edizione peggiore a cui abbia assistito finora. Credo che il festival raccolga inevitabilmente i frutti dell’anno appena trascorso, che come mi ostino a ripetere, è stato un pessimo anno per gli esordienti. Insomma, se considerate che il SXSW è un festival che nasce per gli esordienti (i veterani di solito ci stanno ben alla larga, date le larghissime dosi di stress specie per i musicisti) allora capite bene perché stavolta qualcosa pare non avere funzionato. Con tutto l’affetto che posso provare per i Vampire Weekend e gli MGMT, mi si accappona un po’ la pelle quando penso che il festival indie più noto del globo abbia avuto come headliners due band che – nonostante gli auguri tutte le fortune – non sono esattamente uscite con i dischi più memorabili che abbia mai sentito. Non mi sembra il luogo adatto per indagare le radici del fenomeno, basti dire che la proposta americana/altro questa volta era generalmente in understatement, mentre quella inglese, avvolta dall’hype di un NME presente come mai prima d’ora, assolutamente preponderante. La cosa, umilmente, non sempre è servita a catturare la mia attenzione verso i connazionali europei (i più, peraltro, già stati da noi o da noi tra pochissimo), ma mi ha spinto a muovermi, per quanto possibile, altrove rispetto a certo pop.
Qui di sotto troverete i video delle prime due band che ho visto al SXSW. Come alcuni di voi forse sapranno, il SXSW si divide in schedule pomeridiana e schedule serale. Se sulla seconda è relativamente semplice orientarsi (di solito i locali ospitano serate divise per etichetta, label showcases), si fa molta più fatica sulla prima. Che, a dirla tutta, proprio una “schedule” in senso stretto non è. Da mezzogiorno alle sei circa Austin, infatti, esplode di piccoli party, organizzati da giornali (Fader, Filter, Vice), marchi (Levi’s, Ray-Ban, etc) o bloggers (Brooklyn Vegan, Stereogum…name ‘em). Quello in cui, più per caso che per volontà, sono capitata – completamente vittima del jet lag – mercoledì pomeriggio era il party di un famoso booker americano, Force Field PR.
Alle prime due band ero molto interessata: la prima sono gli Headlights, che dopo un disco ben fatto, un po’ più d’un anno fa, esce in questi giorni con un ottimo nuovo lavoro che si chiama Some Racing, Some Stopping.
Guardate qui una canzone.
La seconda, molto amata da sempre sulle pagine di Vitaminic, sono gli eccellenti Bowerbirds, trio del North Carolina che ricalca le orme del movimento di Devendra e soci con un po’ più di leggerezza. Ho ripreso la loro più bella canzone, In Our Talons. Se dovesse affascinarvi quanto ha affascinato ed affascina noi, ricordate che il loro album d’esordio Hyms for a Dark Horse verrà distribuito a brevissimo anche da noi.
Guarda i Bowerbirds al SXSW 2008, mentre cantano la splendida In Our Talons

Perché sia chiaro, The Throne of the Third Heaven of the Nations’ Millennium General Assembly non è l’ennesimo, criptico, infinito, pseudocasuale titolo dell’ennesimo, pretenzioso album indiequalcosa. L’album è senza dubbio indie, inevitabilmente ennesimo, e probabilmente pretenzioso, ma il trono del titolo esiste. È il risultato di 14 anni di lavoro di un certo
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A volte si potrebbe fare della psicanalisi spicciola ascoltando un disco. Io di psicologia non ne so niente, ma ascoltando White Devil’s Day Is Almost Over si capisce chiaramente che
Ed eccoci qua ancora una volta con
Il mondo ha bisogno di un nuovo disco di garage-rock? La risposta è negativa, il mondo non ha bisogno di altri dischi di garage-rock. Forse pecco di presunzione nel dichiarare questo volendo interpretare i bisogni dell’intero globo terracqueo, però non credo di andare troppo lontano dalla realtà. Per cui, signore e signori ecco a voi un disco di garage-rock! Bene, mi sento di aver fatto il mio dovere, per cui potrei passare e chiuderla qui, tanto che altro c’è da sapere? La realtà dei fatti però è leggermente diversa, ed è qui che l’eccezione conferma la regola: questo è un buon disco e vale la pena ascoltarlo. Le canzoni sono schegge infuocate cariche di energia ed enfatizzate da una voce femminile che per una volta, aggirandosi in questi territori, sembra non provenire da una creatura probabilmente sotto tortura o comunque che abbia un limone incastrato in gola. E’ una voce più pulita, efficace e dalla buona estensione, poi ci sono i riff di chitarra taglienti, una batteria che picchia come un martello pneumatico e delle ottime partiture di basso. I brani sono furiosi ma non sputati via di fretta, dotati inoltre di una dose di acido che conferisce loro una spigolosità diversa dalle miriadi di produzioni del genere, avvicinando il suono allo stoner rock dei Queens Of The Stone Age. I
Dannate porte che sbattono, dannato vento che disturba il sonno. Ti svegli imprecando contro qualcosa o qualcuno e non ti resta che accendere il computer ed infilare nel lettore un disco che riesce a prendere a calci in culo una giornata nata storta. Non devi nemmeno finire chissà dove, basta arrivare a Viterbo a casa dei
Quando qualche anno fa i Grizzly Bear uscirono con Warp, e poi i Gravenhurst, e quindi anche i Maxïmo Park, l’etichetta di Sheffield mosse più di un passo in un territorio sconosciuto. Ciò che l’IDM-techno-drill’n'bass e il folk-shoegaze-post-post-punk delle purple sleeves hanno in comune è, forse, solo la capacità critica con cui la Warp ne ha inseriti nelle proprie linee variegati esponenti. L’evoluzione del progetto Harmonic 33 di Mark Pritchard,


