SXSW 2008 — pt. #1

Marina Pierri | 31/3/2008

C’è una canzone di Frida Hyvonen che si chiama Today, Tuesday. Quando sono partita per il mio terzo soggiorno in quel di Austin, in rotta SXSW 2008, ce l’avevo in mente per tre ragioni: perché, materialmente, era martedì; perché l’anno scorso in Texas avevo conosciuto Frida; perché la canzone parla dell’irrealtà degli aeroporti e di quanto facilmente i viaggi brevi e intensi si inscatolino nella testa come parti di una matrioska, a formare una specie unità olistica pronta per essere messa via. Le ore di volo, i molti visi, i molti accenti, le code ai customs americani dove si fa a gara a riconoscere band europee umilmente in fila, i discorsi di circostanza e quelli che invece indagano appena più a fondo fanno sempre da anticamera a un’esperienza totale. Voglio dire: in caso non sapeste come funziona, pensate alla vostra città (quella in cui siete nati o vivete) e immaginatene i locali riempirsi di colpo di tutte le band che avete sempre sognato di vedere ed ascoltare. Ancora, fate finta che a vedere quelle band ci sia un pubblico composto di gente che potenzialmente con voi ha tutto a che spartire, e quando dico tutto, sapete a cosa mi riferisco: persone con cui, in media, potreste parlare dei vostri dischi preferiti per ore e non stancarvi mai, o di dischi che – Dio non voglia! – vi sono sfuggiti. Se, ciliegina sulla torta, aggiungete anche un negozio di musica come Waterloo Records, hub perfetto per lo shopping di vinili a valuta estera iper-vantaggiosa, avrete quello che non si fa fatica a definire il paradiso dell’indie-qualcosa, che si tratti di un esponente “del settore”, di un astante casuale, un appassionato, un fanatico, un first timer, quel che vi pare. Il SXSW è l’Eden, con alcune code di troppo davanti all’albero del Peccato. E sebbene i tempi morti, il caldo improvviso, l’angoscia di tagliare e cucire la propria fittissima schedule perdendo sempre qualcosa nonché l’assoluta stanchezza ce la mettano tutta per rovinarne il ricordo, l’aria di Austin dà dipendenza.

Nonostante questo, va detto che il SXSW 2008 è stata l’edizione peggiore a cui abbia assistito finora. Credo che il festival raccolga inevitabilmente i frutti dell’anno appena trascorso, che come mi ostino a ripetere, è stato un pessimo anno per gli esordienti. Insomma, se considerate che il SXSW è un festival che nasce per gli esordienti (i veterani di solito ci stanno ben alla larga, date le larghissime dosi di stress specie per i musicisti) allora capite bene perché stavolta qualcosa pare non avere funzionato. Con tutto l’affetto che posso provare per i Vampire Weekend e gli MGMT, mi si accappona un po’ la pelle quando penso che il festival indie più noto del globo abbia avuto come headliners due band che – nonostante gli auguri tutte le fortune – non sono esattamente uscite con i dischi più memorabili che abbia mai sentito. Non mi sembra il luogo adatto per indagare le radici del fenomeno, basti dire che la proposta americana/altro questa volta era generalmente in understatement, mentre quella inglese, avvolta dall’hype di un NME presente come mai prima d’ora, assolutamente preponderante. La cosa, umilmente, non sempre è servita a catturare la mia attenzione verso i connazionali europei (i più, peraltro, già stati da noi o da noi tra pochissimo), ma mi ha spinto a muovermi, per quanto possibile, altrove rispetto a certo pop.

Qui di sotto troverete i video delle prime due band che ho visto al SXSW. Come alcuni di voi forse sapranno, il SXSW si divide in schedule pomeridiana e schedule serale. Se sulla seconda è relativamente semplice orientarsi (di solito i locali ospitano serate divise per etichetta, label showcases), si fa molta più fatica sulla prima. Che, a dirla tutta, proprio una “schedule” in senso stretto non è. Da mezzogiorno alle sei circa Austin, infatti, esplode di piccoli party, organizzati da giornali (Fader, Filter, Vice), marchi (Levi’s, Ray-Ban, etc) o bloggers (Brooklyn Vegan, Stereogum…name ‘em). Quello in cui, più per caso che per volontà, sono capitata – completamente vittima del jet lag – mercoledì pomeriggio era il party di un famoso booker americano, Force Field PR.

Alle prime due band ero molto interessata: la prima sono gli Headlights, che dopo un disco ben fatto, un po’ più d’un anno fa, esce in questi giorni con un ottimo nuovo lavoro che si chiama Some Racing, Some Stopping.
Guardate qui una canzone.

La seconda, molto amata da sempre sulle pagine di Vitaminic, sono gli eccellenti Bowerbirds, trio del North Carolina che ricalca le orme del movimento di Devendra e soci con un po’ più di leggerezza. Ho ripreso la loro più bella canzone, In Our Talons. Se dovesse affascinarvi quanto ha affascinato ed affascina noi, ricordate che il loro album d’esordio Hyms for a Dark Horse verrà distribuito a brevissimo anche da noi.

Guarda i Bowerbirds al SXSW 2008, mentre cantano la splendida In Our Talons

Le Loup: The Throne of the Third Heaven of the Nations’ Millennium General Assembly (Hardly Art)

Daniele Giovannini | 31/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/throne_of_the_third_heaven.jpgPerché sia chiaro, The Throne of the Third Heaven of the Nations’ Millennium General Assembly non è l’ennesimo, criptico, infinito, pseudocasuale titolo dell’ennesimo, pretenzioso album indiequalcosa. L’album è senza dubbio indie, inevitabilmente ennesimo, e probabilmente pretenzioso, ma il trono del titolo esiste. È il risultato di 14 anni di lavoro di un certo James Hampton, una scultura religiosa fatta di cianfrusaglie tenute insieme da colla, puntine e nastro adesivo. Donata negli anni Settanta allo Smithsonian, è esposta all’American Art Museum di Washington — detto per inciso, così, per chi volesse vederla di persona. Proprio da Washington, D.C., vengono i Le Loup. Sono tanti (internet dice otto, il booklet tace), guidati da tale Sam Simkoff, che per quanto ne so può aver raccolto gli altri in un block party di primavera o via Craiglist. Oltreoceano si tessono le lodi delle loro esibizioni dal vivo. Pur presentandosi come band elefantiaca — e nella ferocia con cui tutto culmina in una sinfonia di banjo, xilofono, rumore, vocalizzi e blanda elettronica si sente che lo sono — suonano come una formazione ridotta all’osso. Appaiono davvero scarnificati, quando banjo e voce (voci, spesso) vengono appena macchiati da un battere di mani dirompente e da una tastierona (We Are Gods! We Are Wolves!) o da un rivolo di suoni giocattolo tanto FatCat (Canto I, Canto XXIV). Sono minimali, ma come potrebbero esserlo i Clap Your Hands Say Yeah; è una specie di ossimoro, lo so, è difficile da spiegare. Usano una formula opposta a quella di Polyphonic Spree e Arcade Fire — con cui hanno in comune almeno la mole e la propensione verso un certo misticismo corale, un polistrumentismo epico stile vecchio testamento. Propongono infatti brani facili facili, che scontrandosi però con la mole della band danno vita a intrecci infinitamente complicati e ricorsivi, su uno sfondo di perfetto silenzio. Mediaticamente, potrebbero essere i prossimi Sufjan Stevens, o una sorta di Múm o Tunng supplenti. Nella sostanza, purtroppo, è possibile che a nessuno importi mai della loro bellezza accigliata e arruffata. Perché The Throne è un disco complicato come l’infanzia; quindi non troppo complicato, in realtà, ma impossibile da afferrare, da abbracciare in un unico sguardo. È profondo e ingenuo (si legga: involuto, ma sciocco e fragile), un disco narrativo folle e ampolloso che si rivela centrimetro dopo centimetro, tra carta stagnola e lampadine, come il trono messianico di quel James Hampton.

Visita il MySpace dei Le Loup
Visita il sito della Hardly Art

Why?: Alopecia (Anticon)

Margherita Ferrari | 31/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/why.jpgAll’età di tredici anni avevo una visione incredibilmente distorta del mondo. Con il senno di poi posso dire di aver desiderato ed immaginato una vita sedentaria fatta di quelli che, con ogni probabilità, sono boschetti canadesi. Sognavo il diritto di gestire i miei capelli senza alcun tipo di ingerenza parentale. Tra le altre cose, bramavo una perfetta conoscenza dell’inglese, volta ad un godimento a 360° dei dischi da uomini che mi tenevano compagnia quando mi dedicavo alla contemplazione delle suore e al loro placido attraversamento del cementiceo cortile della mia scuola.
Se all’epoca avessi potuto vedere il mio presente ed in particolar modo la mia fronte instancabilmente corrugata, forse avrei fatto delle scelte diverse.
L’ascolto di Alopecia, che nelle ultime settimane ha monopolizzato la mia vita, rappresenta per certi versi l’apice del mio parziale fallimento sul fronte del godimento assoluto di un album in inglese.
La sfida quotidiana all’apparente incomprensibilità di alcune frasi o parole mi ha permesso di quantificare il valore del nuovo album di Why?, al cui cospetto tendo ora a sentirmi simile ad un frammento nulla.
Molti hanno scritto di Alopecia affermando che, a causa della sua natura intrinsecamente sconclusionata, rappresenta un passo falso rispetto all’inattaccabile splendore del precedente Elephant Eyelash.
Personalmente adoro la disperazione, motivo per cui, dopo un’iniziale fase di diffidenza, ho ceduto.
Il terzo album di Yoni Wolf (il secondo in cui si fa accompagnare da una band) trasuda tragicità e torna assai frequentemente su temi quali la morte e il suicidio, costruendo un’atmosfera che nel suo complesso si fa funerea.
Come non ricordare la spensieratezza uditiva del 2005 in cui trovava posto il verso “Always be working on a suicide note” (dal brano Rubber Traits)?
Alopecia, nel suo brulicante mix di generi musicali, pare esprimere con maggiore chiarezza quella stessa inquietudine.
Il cantato di Yoni Wolf, pur restando marchiato dalle sue origini hip hop, muta in favore di un risultato più melodico, quasi indie pop, come testimonia il brano Good Friday, magnificamente lapidario.
L’attraversamento di Alopecia è la dolorosa ed intima ricostruzione del ricordo di un rapporto sentimentale finto male. Ogni verso porta con sé un immagine ben definita. Con poche sillabe Yoni ci permette di visualizzare persino i più trascurabili dettagli.
Vi invito dunque ad indossare delle cuffie enormi, utili per isolarvi dal resto del mondo, e a soffrire sul dolore di un estraneo.
Buon ascolto.

Ascolta in streaming integrale esclusivo

Neil Burrell: White Devil’s Day Is Almost Over (Akoustikanarkhy Records)

Nur Al Habash | 31/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/neilburrellcover.jpgA volte si potrebbe fare della psicanalisi spicciola ascoltando un disco. Io di psicologia non ne so niente, ma ascoltando White Devil’s Day Is Almost Over si capisce chiaramente che Neil Burrell ha qualche rotella fuori posto.
Un esempio: Oompa Zoompa è il pezzo che apre l’LP, ed è un chiaro tributo a Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato. Fin qui nulla di strano, se non fosse che nella canzone i piccoli aiutanti più che a fare il cioccolato sembrano impegnati in una messa satanica con chitarre acustiche scordate, cosa che suona psicopatica ai limiti dell’inquietante.
Il resto del disco si distacca fortunatamente dall’atmosfera sinistra delle prime tracce per schierarsi sulla ormai affollatissima sponda del folk low-fi. Si legge in giro che Burrell abbia impiegato ben tre anni per scrivere queste dodici canzoni, dividendosi tra cantine e squat, soffitte e appartamenti ammuffiti, e che quindi quella del low-fi più che una scelta consapevole sia stata una necessità dovuta al suo essere un menestrello squattrinato di Manchester. Sorvolando quindi sulla qualità di registrazione che lascia a desiderare, è da lodare invece il singolare stile chitarristico che si arricchisce nell’influenza del grande compositore americano John Fahey, e che si dispiega nelle tracce in derive psichedeliche e labirintiche che risucchiano chi l’ascolta facendo perdere ogni coordinata che possa dare sicurezza. Le infinite derive e i testi che parlano di ragni, marinai e squali gli hanno fatto guadagnare accostamenti al Syd Barrett solista (!) e a certi lavori di Capitain Beefhart, passando per Devendra Banhart e Nick Drake, ma forse è il caso di lasciar perdere tutti questi grandi nomi e considerare quello di Neil Burrell un lavoro originale di folk surreale e assolutamente freak, incomprensibile distorto e confusionario come la copertina anch’essa firmata dallo stesso artista.
Ascoltandolo sembra davvero di sentire la trasposizione acustica degli effetti di qualche fungo allucinogeno, e per questo White Devil’s Day Is Almost Over potrebbe forse essere definito con l’ardita etichetta acid folk. Come dire, uno straniante trip nella testa dell’artista che potrebbe portare a eccezionali esperienze percettive, o solo a brutte allucinazioni.

Visita il sito ufficiale di Neil Burrell

Zabrisky: Northside Highway (Shyrec/Audioglobe)

Enzo Baruffaldi | 28/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/zabrisky04002.thumbnail.jpgPer me un gruppo italiano che mette in scaletta una cover dei Field Mice con cognizione di causa rappresenta già un piccolo miracolo. Aggiungiamo poi una dichiarata passione per sonorità inglesi pre-Brit Pop, e un gusto che riesce a tenere assieme umori shoegaze con delicati accenti psichedelici, ed ecco che questi Zabrisky mi hanno definitivamente conquistato.
Vengono da Venezia e sono insieme dal 1995. Eppure questo Northside Highway, pubblicato da Shyrec, è soltanto il loro secondo album, a conferma che non è proprio semplice proporre certa musica dalle nostre parti. A supportare il gruppo in questo nuovo lavoro c’è Giovanni Ferrario, già nei Micevice, che contribuisce a dare all’impasto sonoro del disco la giusta ruvidezza.
Perché nelle melodie dei Zabrisky, accanto al carattere più dolce e crepuscolare, resta una punta che si increspa, un brivido di freddo che è davvero di un’altra epoca, e che conquista senza concedersi. Dieci canzoni in trenta minuti, la semplice poesia del Pop che incanta ancora una volta.
Se Your House Was Bright On Sunday mostra un’indole alla Echo & The Bunnymen, gli rispondono I Love Her When She Smiles, quasi byrdsiana nella sua brillantezza, e Flowing Fun piccolo omaggio ai Kinks al cui centro però si apre uno spiraglio di Beach Boys. Invece My Room Is Like A Sea si strugge inseguendo arpeggi di chitarra a rotta di collo, per gettarsi tra le braccia della conclusiva A Robert’s Song, un’altra cover, ancora più misconosciuta (ma non per questo meno preziosa), questa volta dello svizzero Robert Vogel, già membro dei Mirafiori, nonché collaboratore di Yello e Fred Firth.
Un disco maturo e bello quello dei Zabrisky, fuori dalle mode, e che fa onore all’indiepop italiano.

Ascolta due canzoni in streaming:

Your House Was Bright On Sunday

I Love Her When She Smiles

Visita il sito dei Zabrisky
Visita la pagina MySpace dell’etichetta Shyrec

Bambine e volpi, bande e deserti, notti e Vaporidìs (ancora!)

Francesco Locane | 27/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/lavolpeelabambina.jpgEd eccoci qua ancora una volta con Seconda Visione, il settimanale di cinema del martedì sera di Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. I padroni di casa, Luciana, Tommaso e il sovrascritto Francesco hanno avuto come ospiti, direttamente da Londra, Irene e Bernard. Una puntata che già alle prime battute rivelava il suo internazionalismo.

E abbiamo iniziato con un film francese, La volpe e la bambina, di Luc Jacquet: un bel film, adattissimo ai più piccini, per fare loro amare la natura e un cinema dai tempi più riflessivi delle schifezze a cui abituiamo gli infanti. Una bella favola senza animali parlanti, o una bella fiaba senza fate ed elfi. Da vedere.
E abbiamo proseguito con il duro mestiere del critico: il poveraccio che vi scrive si è sorbito Questa notte è ancora nostra, di Paolo Genovese e Luca Miniero, con Nicolàs Vaporidìs. Una schifezzà ìnsulsa. Terrificante. Abbiatemi sulla coscienza, o voi del pubblico di Seconda Visione che mi avete mandato a vedere ’sta roba a suon di sms e mail. Oh.
E abbiamo chiuso la puntata con La banda, una coproduzione israelo-francese, diretta dall’esordiente Eran Kolirin. Un piccolo film, che narra di una banda della polizia egiziana che si perde in un paesino israeliano, ma toccante e spesso riuscito.

Bene, amiche e amici, è tutto. Fatevi sentire, anche voi di Vitaminic, mandate una mail a secondavisione@hotmail.com. A martedì!

Mr. Bizarro & The Highway Experience: Waiting For UFO’s

Enrico Amendola | 27/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/image_10167.jpgIl mondo ha bisogno di un nuovo disco di garage-rock? La risposta è negativa, il mondo non ha bisogno di altri dischi di garage-rock. Forse pecco di presunzione nel dichiarare questo volendo interpretare i bisogni dell’intero globo terracqueo, però non credo di andare troppo lontano dalla realtà. Per cui, signore e signori ecco a voi un disco di garage-rock! Bene, mi sento di aver fatto il mio dovere, per cui potrei passare e chiuderla qui, tanto che altro c’è da sapere? La realtà dei fatti però è leggermente diversa, ed è qui che l’eccezione conferma la regola: questo è un buon disco e vale la pena ascoltarlo. Le canzoni sono schegge infuocate cariche di energia ed enfatizzate da una voce femminile che per una volta, aggirandosi in questi territori, sembra non provenire da una creatura probabilmente sotto tortura o comunque che abbia un limone incastrato in gola. E’ una voce più pulita, efficace e dalla buona estensione, poi ci sono i riff di chitarra taglienti, una batteria che picchia come un martello pneumatico e delle ottime partiture di basso. I brani sono furiosi ma non sputati via di fretta, dotati inoltre di una dose di acido che conferisce loro una spigolosità diversa dalle miriadi di produzioni del genere, avvicinando il suono allo stoner rock dei Queens Of The Stone Age. I Mr. Bizarro dimostrano di saper suonare, e bene, per tutti i quaranta minuti circa di un disco da ascoltare col volume a manetta. Il mondo non ne avrebbe bisogno, questo è vero, ma a volte a noi piace circondarci di cose in sovrabbondanza rispetto alle necessità medie dell’umana natura.

Visita il Myspace dei Mr. Bizarro

Winter Beach Disco: After The Fireworks, We’ll Sail (Black Candy)

Enrico Amendola | 26/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/winter_beach_disco.jpgDannate porte che sbattono, dannato vento che disturba il sonno. Ti svegli imprecando contro qualcosa o qualcuno e non ti resta che accendere il computer ed infilare nel lettore un disco che riesce a prendere a calci in culo una giornata nata storta. Non devi nemmeno finire chissà dove, basta arrivare a Viterbo a casa dei Winter Beach Disco ed alzare il volume. Se la cittadina laziale fosse nello Yorkshire sono certo che sarebbero pronte le pagine patinate del NME ad accogliere questi cinque ragazzi, capaci di costruire un piccolo bignami del rock ballabile e spigoloso dei nostri tempi. Ci trovi la new wave, il basso dei Cure, la ballabilità dei Franz Ferdinand, le timbriche degli Arctic Monkeys, accenti garage-punk sparsi e l’attitudine a spiattellarti in faccia la semplicità del rock’n’roll. E comunque siamo in Italia, con buona pace della band, costretta a lottare nell’asfittico panorama underground nostrano, dove se ti va di culo puoi vendicchiare qualche centinaio di dischi ai tuoi concerti. Peccato, davvero peccato, perché in un periodo in cui al sottoscritto tutti questi rigurgiti passatisti hanno stancato all’inverosimile, After the fireworks è una freccia indolore scoccata all’improvviso. Alla fine dimentico che non bisogna mai dire mai, anche quando tutte le porte che sbattono ti rovinano il risveglio. C’è sempre un rumore più forte e più piacevole che può risollevare le tue sorti.

Visita il sito della Black Candy

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 26/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/landon_pigg.thumbnail.pngÈ stato un infreddolito primo giorno di primavera, e allora Enzo e LaFagotta hanno provato a scaldarsi con una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
I nostri eroi, sempre piuttosto acciaccati, tra un uovo di cioccolata e l’altro, e sbagliando un paio di date di concerti , hanno trovato anche il tempo di suonare un po’ di buoni dischi.
Ecco la scaletta della serata:

Jamie Lidell – Another Day
El Perro Del Mar – Somebody’s Baby
Landon Pigg – Falling In Love at a Coffee Shop
Tiger Tiger! – Take Care
Thousands Millions – Red House
Grand Archives – Index Moon
Ting Tings – Great Dj (Calvin Harris remix)
Bye Bye Bicycle – Westside
Rubies – I Feel Electric

Scarica la puntata in mp3
… oppure ascoltala in streaming qui sotto:

Harmonic 313: EP1

Daniele Giovannini | 25/3/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/03/harmonic_313_ep1.jpgQuando qualche anno fa i Grizzly Bear uscirono con Warp, e poi i Gravenhurst, e quindi anche i Maxïmo Park, l’etichetta di Sheffield mosse più di un passo in un territorio sconosciuto. Ciò che l’IDM-techno-drill’n'bass e il folk-shoegaze-post-post-punk delle purple sleeves hanno in comune è, forse, solo la capacità critica con cui la Warp ne ha inseriti nelle proprie linee variegati esponenti. L’evoluzione del progetto Harmonic 33 di Mark Pritchard, Harmonic 313, per fortuna suona confortantemente come un disco Warp primo periodo dovrebbe suonare. Niente spazio quindi per il post-post-punk — con tutto il rispetto per il post-post-punk — e massima concentrazione sulla cosmica techno di Detroit e sul più gretto sound elettronico degli anni Ottanta. Debutto della nuova linea, che si allontana quindi dalle sonorità condivise con Dave Brinkworth, i sei pezzi di EP1 sono un giorno nell’asilo nido dell’elettronica con la E minuscola. Rimangono in equilibrio precario tra la follia rassicurante di Sesame Street (in un certo senso, questo disco è presentato dalla lettera H e dal colore blu) e il terrore metallico dello Speak & Spell, il nostro Grillo parlante. Ciò che porta inesorabilmente verso un’apocalisse robotica da B-movie sono l’estetica 8-bit a grana grossa nutrita di vaghe melodie, ad alleggerire i toni simpaticamente funerei (Problem 3 e Problem 4), e un bleep-hop sonnacchioso ma inesorabile, che tiene in piedi la gloria di sinusoidi evitando che si sfaldi troppo (Problem 1 e Problem 6). Decifrando i titoli dei sei frammenti, espressi sul retro dell’EP in un codice colori-lettere, dal sito di Harmonic 313 è possibile scaricare Problem 7, una miniatura dubstep a completare il quadretto. Il quadretto si rivela piuttosto sinistro, lo ammettiamo, ma ha tutto il potente fascino retrospettivo dei mediocri film dell’orrore.

Visita il MySpace di Mark Pritchard
Visita il sito della Warp Records

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Playlist

  1. Zeus! Grandmaster Flesh
  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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