The Black Lips: Good Bad Not Evil (Vice Records)
I Black Lips hanno fatto e fanno del loro meglio per ridefinire il noto concetto alternativo di “cazzone”, che in maniera più elegante ed anglofona suonerebbe come slacker. Forse non proprio ridefinire: portare all’ennesima potenza. Magrissimi, brutti, scostumati e strafottenti, sembrano dei ragazzacci dei ’50s catapultati da una macchina del tempo mal funzionante nel bel mezzo di un party troppo hip per i comuni mortali, di quelli che si trasformano in straordinari giochi allo sfascio. Ma se siamo qui a scrivere e presentarvi – con sommo orgoglio – lo streaming integrale del nuovo prodotto della band di Atlanta, GA non è perché abbiamo una particolare filia per il cattivo gusto: si dà il caso che i Black Lips siano anche una delle migliori band in circolazione e, ammesso che diate retta a chi scrive, di una delle più irriverenti e divertenti che si siano viste in giro da anni a questa parte. Good Bad Not Evil (il titolo è tratto da Give Him a Great Big Kiss delle Shangri-Las, come dire: più 1.000 punti per i Black Lips) è il loro quinto disco, che dopo vari esperimenti nel fango del rock’n'roll/lo-fi/doo wop più becero ci consegna un gruppo di post-adolescenti al quasi acme della loro forma. Se è vero che attenzione al dettaglio, cura della produzione e ricerca non sembrano affatto fare parte del vocabolario di questi quattro deficienti, è anche vero che questo album è fatto di canzoni veramente irresistibili, scritte con intuito spettacolare, penna rigorosamente politically incorrect ed energia ormai praticamente introvabili nell’80% delle uscite. Le chitarre surf agitano ciuffi fintamente disordinati ed i Wayfarer traballano sulle facce scosse dai pestaggi spietati sulla povera batteria. La voce di Cole Alexander gli si sganghera sulle labbra. E partono gli anthem, uno dopo l’altro, senza sosta: O Katrina, Navajo, Bad Kids, Veni Vidi Vici, Cold Hands. Per ficcarsi sotto la pelle come metallo arrugginito.
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