Jóhann Jóhannsson: Englabörn (4AD)

Daniele Giovannini | 29/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/englaborn.jpgL’Islanda potrebbe bene essere un’allucinazione collettiva o, peggio ancora, un’organizzazione maligna come quelle dei film di James Bond. Gli islandesi sono così pochi, organizzati e coesi. Potrebbero riunirsi periodicamente tutti e 300mila in qualche valle desolata per pianificare la conquista del mondo. Jóhann Jóhannsson, compositore e produttore eclettico, dovrebbe essere uno degli scienziati pazzi di questo esercito dai maglioni a righe e dall’emotività dirompente: glabro, signorile, magari con qualche tic insolito o qualche peculiare mania. Jóhann è il figlio di Jóhann Gunnarsson, autore originale di quell’episodio di rara bizzarria e bellezza che è IBM 1401, A User’s Manual — quello che solo negli anni Sessanta e solo in Islanda poteva nascere dall’unione dei suoni provenienti dai circuiti di un mainframe IBM e di un’orchestrazione perdutamente malinconica. La 4AD ha da poco ristampato Englabörn, uscito nel 2002, primo album di Jóhann. Raccoglie la musica che scrisse per un’omonima rappresentazione teatrale islandese. Composte per quartetto d’archi, organo, piano e percussioni, le sedici impenetrabili miniature potrebbero essere il canto di guerra dell’esercito islandese alla conquista del mondo. Introdotte dalla consonanza di opposti di Odi et Amo, con i suoi vibrati e un vocoder femminile, ansimano e si divincolano in arazzi di violenza, ansia e sesso. Pur aggirando le cadute nella narratività, tracciano un percorso. Englabörn si sorregge sulla sua essenza acustica e sull’andare e tornare di alcuni semplici temi chiave, arricchito da sottili ed espansive presenze elettroniche. È una mappa color pastello tracciata tra nubi di tempesta, osservate attraverso la superficie dell’oceano, immersi per qualche metro mentre si trattiene il fiato. Quando le armate islandesi invaderanno la Danimarca non potremo dire che Jóhann non ci aveva avvertiti.

Visita il MySpace di Jóhann Jóhannsson
Visita il sito della 4AD

Tiger Tiger! – 11 pm (MyHoney Records)

Enzo Baruffaldi | 29/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/tiger_tiger.thumbnail.jpgOggi è il 29 febbraio e per festeggiare ci vuole un disco bisestile. Uno di quei dischi che nel piccolo calendario, intermittente e sbagliato, dell’indiepop italiano vede la luce una volta ogni quattro anni.
Federico e Margot, in arte Tiger Tiger!, dicono di non sapere cosa significhi “twee” e forse di preferire non saperlo. Giusto così. Eppure basta lasciare partire le note di Premarin per immaginarsi battimani e sorrisi svedesi, basta arrivare in fondo a Psychological Phenomenon per avere già citato, nel corso della mezz’ora trascorsa, eleganza Belle & Sebastian, sussurri CocoRosie, licenziosità Strip Squad, sigarette Gainsbourg e riposini Devendra Banhart.
C’è anche il tempo di infilare un singolone quasi brit come Before You Go e un paio di ballate da sera tardi, quando gli abbracci sono lontani (la perfetta Take Care su tutte).
Dopo nemmeno un anno che suonano assieme, e con una manciata di demo apparsi in rete ad accendere il passaparola, i Tiger Tiger! hanno appena realizzato il loro album d’esordio. Si intitola 11 pm, come “la taglia di reggiseno di Margot”, sostiene Fede, e vede il contributo di Francesco Giammarella al clarinetto, Alessandro Scagliarini (My Awesome Mixtape) alla tromba e Francesco “Cisco” Righi (già nei Sunday Morning) alla batteria, il quale accompagna il duo anche nei concerti.
Oggi, 29 febbraio, parte ufficialmente il tour di presentazione dell’album. Fate fare un’eccezione alle vostre agende e segnatevi tutti questi giorni bisestili:

29 febbraio – Covo Club – Bologna
9 marzo 2008 – Zuni – Ferrara
15 marzo 2008 – Joe’s – Fidenza (PR)
3 aprile 2008 – live@home – San Sepolcro
4 aprile 2008 – Locomotiv Club – Bologna
11 aprile 2008 – Zabumba – Senigallia
13 aprile 2008 – 24 – Salò (BS)
31 maggio 2008 – Relè Cafè Bistrot – Sambuceto (Chieti)

Visita la pagina myspace dei Tiger Tiger!
Leggi un’intervista ai Tiger Tiger! su polaroid blog
Scarica l’mp3 di Premarin

Oscar, Oscar, Oscar!

Francesco Locane | 29/2/2008

Ciao, amici di Vitaminic, siamo tornati! Vi siamo mancati, eh? Beh, la cosa è reciproca. Comunque, eccoci pronti a farvi riascoltare l’ultima puntata di Seconda Visione, il programma settimanale di cinema in onda ogni martedì alle 2230 su Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna. Una puntata all’insegna degli Oscar, la cui 80a edizione si è svolta, come sapete, domenica scorsa a Los Angeles.

E quindi Luciana, Tommaso e Francesco hanno parlato di Non è un paese per vecchi, dei fratelli Coen, vero e proprio trionfatore della serata. Un film bellissimo, che giustamente concorreva nelle categorie più importanti con un altro grande film, Il petroliere, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa.
A seguire, Sweeney Todd, di Tim Burton. Un musical cupissimo, buio, senza speranza,violento. Uno dei migliori film di Burton, a nostro parere.
E infine, uno dei film che, in verità, non si è portato a casa nessuna statuetta, nonostante le nomination: Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel. Un buon lavoro, che se non altro ha il pregio di parlare di una situazione tristissima a dir poco, senza scadere in pietismi e ricatti melò.

E’ tutto, gente! Se volete venire in studio a fare gli ospiti non paganti, o se volete semplicemente entrare in contatto con noi, mandate una mail a secondavisione@hotmail.com.

Micevice: Experiments On The Duration Of Love (MyHoney)

Enrico Amendola | 28/2/2008

experiments coverCome un’ ombra sinuosa di donna che si muove in controluce. O meglio, come una nebbia fumosa che attraversa una strada poco illuminata. Luci gialle e tenui ad intermittenza col buio della sera, pensieri al rallentatore ed uno sguardo stanco alla fine del giorno. Alla My Honey per una volta tanto accantonano la dolcezza del miele e i colori sgargianti del pop, si vestono per la sera che incombe e ripescano il primo disco dei Micevice di Giovanni Ferrario, registrato nel 1998 e ad oggi impossibile da reperire. E hanno fatto bene, perché certe cose invecchiano bene, anzi, non invecchiano per niente. Uno slow-core che soltanto di rado si concede qualche svisata più acida e blues, il tocco sapiente della produzione di Hugo Race, dei brani di assoluto fascino e spessore, colpevolmente dimenticati fino ad oggi. Questo lavoro può tranquillamente definirsi “trasversalmente bello”, perchè senza essere troppo complicato articola un linguaggio melodico di fascino assoluto, inserendolo in soluzioni sicuramente poco canoniche pur rispettando la forma canzone. Praticamente, in piccolo, ciò che fecero i Velvet Underground qualche decennio fa. Certo di dischi simili se ne sono ascoltati tanti, e probabilmente un piccolo sforzo di contestualizzazione temporale ci vuole: anche se ne possiamo usufruire soltanto adesso, i Micevice a certe cose sono arrivati prima di molti. In definitiva una splendida (ri)scoperta di un disco ingiustamente finito sotto naftlaina nell’ultimo decennio. Complimenti ai ragazzi della MyHoney e alla loro lungimiranza. Tanto lo sappiamo già, il miele ben presto tornerà a bussare alla loro porta.

Visita il sito della MyHoney
Visita il sito di Giovanni Ferrario

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 28/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/amos_the_transparent.thumbnail.jpgLa settimana scorsa Enzo e LaFagotta, rapiti da Jens Lekman in tour in Italia, non potevano essere presenti negli studi di Via Berretta Rossa per la consueta puntata di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Per non lasciarvi del tutto a corto di musica, hanno quindi pensato di selezionare per voi un’oretta abbondante di canzoni, montata e mandata poi in onda dal nostro provvidenziale Jonathan Clancy (grazie!).
Ecco la scaletta della serata:

["polaroid dacce il beat!" come dice il grande Johnny Balera]
Amos The Transparent – After All That It’s Come To This
Lupe Fiasco feat. Matthew Santos – Fighters
Christians and Lions – Gimme Diction
[un saluto dalle Rough Bunnies]
The British Sea Power – Open the Door
Correcto – Downs
[una interessante scoperta dei Chewingum]
Dylan Mondegreen – Girl In Grass
El Perro Del Mar – You Can’t Steal a Gift
Ipso Facto – Balderdash
[anche gli I'm From Barcelona ascoltano polaroid]
Elvis Perkins – While You Were Sleeping
Emily Plays – She Don’t Use Jelly (Flaming Lips cover)
Lightspeed Champion – Let the Bitches Die
[Hemstad - Jingle for Polaroid Radio]
The Mobius Band – True Love Will Find You In The End (Daniel Johnston)
Pants Yell – Shoreham Kent
Robert Svensson feat. Adam Olenius – 1987
[Pelle Carlberg enjoys polaroid]
The Sexy Kids – Sisters Are Forever and I Am
Thao Nguyen & the Get Down Stay Down – Big Kid Table
["when Shout Out Louds find themselves in Bologna, they listen to polaroid"]
Bank Holidays – Oh, Daylight
The Pains Of Being Pure At Heart – A Teenager in Love (Dion and the Belmonts cover)
Young Republic – Girl From the Northern States
Tiger Tiger! – The First Woman On The Moon
Wake the President – Remember Fun

Scarica la puntata in mp3
… oppure ascoltala in streaming qui sotto:

The Magnetic Fields: Distortion (Nonesuch)

Marina Pierri | 27/2/2008

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Nella mia personale scala di valore, sotto Morrissey c’è Stephin Merritt. Vorrei che ci fossero giri di parole affabulatori e contorti per dirlo, ma così non è: dovrete accontentarvi di questa rude franchezza. Esprimere la pena, la soddisfazione, la paura, la rabbia, l’estasi e tutto ciò che pertiene alla sfera (mai) troppo decantata dell’amore riesce a tanti, ma così, su due piedi, trovo davvero troppo difficile pensare a qualcun altro che lo faccia con altrettanta intelligenza ed ironia. Tra alti, bassi ed intervalli di quattro anni l’uno i Magnetic Fields hanno scritto alcune delle più belle canzoni che abbia mai sentito. E continuano a scriverne.
Ascoltando Distortion, l’unica differenza rispetto al solito è lo shoegaze. Ho letto che l’intenzione di Merritt fosse realizzare un disco “che suonasse più Jesus and Mary Chain dei Jesus and Mary Chain”. Mi sento di dire che non ci è riuscito, perché l’ottavo album della band di Boston, piuttosto, è più Magnetic Fields dei Magnetic Fields. Prendete la incredibile Too Drunk To Dream, con il suo (consueto) allure 50s corrotto dalle parolacce e dalla distorsione, toglietele di dosso la felice cintura di castità dei feed e ficcatela in 69 Love Songs, o I; fate lo stesso con California Girls o The Nun’s Litany, mentre una Shirley Simms in stato di grazia amplifica lo iato tra leggerezza (la sua voce) e grevità (gli arrangiamenti). Insomma, guardarsi le scarpe è una formalità. Una scusa per verniciare di colore diverso la stessa magnifica parete, scribacchiata di versi incredibili che raccontano di pasticci, intrighi e, si, anche triangoli da una gang di imbianchini con talento verosimilmente superiore alle loro mansioni (l’intro quasi interamente strumentale Three Way lascia ogni compito di eloquenza alle due semplici parole). Non si tratta di una critica: nonostante il tentativo di allontanarsi da sé stessi – di sperimentare, se volete – Merritt e compagnia non sono riusciti a prendere realmente distanze dalla loro identità. Che è una grande identità. E se il prossimo Magnetic Fields sarà un disco di salsa o ambient, accidenti, ben venga. Mi farà ugualmente voler sedere, sfocare dimensione e volume di ogni singolo oggetto della mia stanza e sprofondare nella sedia. Guardando il soffitto.

Visita il MySpace dei Magnetic Fields ed ascolta parte di Distortion

MGMT @ Koko, Londra (26/02/08)

Matteo Zuffolini | 27/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/dscf2851.jpgSi sa che aria tira da un po’ di tempo a questa parte.
Senza togliere nulla a chi continua comunque a sfornare cose interessanti, il gioco bene o male è quello di spulciare nel passato e recuperare le influenze che non aveva ancora recuperato nessuno – tra i casi più recenti il Paul Simon epoca Graceland dei Vampire Weekend.
Delle fonti di ispirazione sonora dei MGMT si sapeva già: a cogliermi assolutamente impreparato è quindi il look del frontman Andrew Vanwyngarden che mi va a rispolverare nientemeno che la bandana alla Mark Knopfler. Ora mancano davvero solo le spalline.
Intorno a lui comunque formazione a cinque, e anche la giacca in domopak del bassista non è male. Ben Goldwasser, l’altra metà del duo titolare del marchio, è invece in normale e modesto pullover a righe, e indaffarato dietro ben tre tastiere.
E una volta finite le considerazioni fashion non si può non annotare la grandiosa invadenza della macchina hype a pieno regime, tant’è che c’è bisogno di spostare le transenne un metro indietro per fare posto a tutti i fotografi. La scena poi acquista valenza ancora più surreale se si considera che trattavasi di misero slot di supporto per i Sons & Daughters prima e i Band of Horses poi.
Da parte sua la band risponde con un set piuttosto spavaldo che si gioca subito i pezzi da novanta: si presenta con Weekend Wars, con la sua strofa rubata agli Stones e il ritornello ai Muse, e già in seconda posizione spara il singolone/inno Time To Pretend. Ma l’atteggiamento è sul timido/guardingo, forse per l’inusitato dispiego di obiettivi puntati in faccia, e finisce che chi non conosce il background sarcastico/situazionistico del duo di New York potrebbe credere che quella bandana in testa ad Andrew sia seria.
Tempo mezzora, in cui spicca una bella resa di Electric Feel e l’assenza di Kids, e la pacchia è già finita.
Meritati applausi dei fans.
La transenna viene riposizionata al suo posto originale.
Qualcuno addirittura torna a casa (io compreso).

Visita il MySpace dei MGMT
Guarda il video di Time To Pretend

Los Campesinos!: Hold On Now, Youngster… (Wichita/Arts & Crafts)

Enzo Baruffaldi | 27/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/los_campesinos.thumbnail.jpgI Los Campesinos! dissero una cosa vera quando dissero “the International Tweexcore Underground will save us all”.
Si tratta ora di stabilire di che natura sia tale redenzione: un amore universale che nasce dalla musica e dalla bellezza, oppure l’eterna promessa di un’estetica elitaria ed esclusiva, non toccata dal cattivo gusto dilagante?
Nel loro album d’esordio Hold On Now, Youngster…, questi giovani kids di Cardiff sfiorano l’esasperazione tanto si mostrano capaci di trasmettere allo stesso tempo il loro sincero e coinvolgente entusiasmo e un distacco ironico e consapevole.
“It’s sad that you think that they’re all just scenesters / and even if we were, it’s not the scene you’re thinking of”: il loro manifesto era già tutto qui, in quella You! Me! Dancing! che ce li fece conoscere l’estate di un paio d’anni fa. In quella posizione ricercata e difesa di totale adesione a un modello (quello di un indiepop intellettuale, collezionista e feticista), ma nella simultanea e ininterrotta presa di distanza da ogni stereotipo identificabile. Insomma: schizofrenia allo stato puro.
In questo senso aveva ragione la recensione apparsa sulla webzine Drowned In Sound, sostenendo che Hold On Now, Youngster… era il primo disco pop figlio di quella generazione musicale inglese cresciuta con Pitchfork. Nessuna traccia di Kinks o di Clash, nessuna strizzata d’occhio a NME (che infatti non sembra aver apprezzato troppo l’album), nessuna tradizione diretta a cui rifarsi oramai, tanto qualcuno finirà sempre per trovarci noiosi comunque. Eccitarsi è solo una scelta come un’altra, vediamo allora cosa resta da fare.
Dal punto di vista musicale, tutto ciò sembra tradursi in un’euforia prolungata di tutti gli strumenti sovrapposti, nel rincorrersi delle voci quasi sguaiate. E nonostante in cabina di regia sieda David Newfield, già produttore dei Broken Social Scene, il risultato è un gioioso caos che sembra sempre sul punto di scoppiare, richiamando alla mente tanto i Pavement quanto gli Architecture In Helsinki, con mille campanelli e un onnipresente violino.
A questi nomi si potrebbero poi aggiungere gli Huggy Bear, per l’irruenza politica e rumorosa, o gli Art Brut, per il gusto citazionista e la tendenza a divagare nello spoken word. Ma il risultato raccolto dai Los Campesinos! in questo album frenetico ed esuberante resta comunque superiore alla somma dei singoli elementi, un’istantanea di una scena e di un’epoca che significa molto più di ciò che contiene la sua piccola cornice.

Visita il sito dei Los Campesinos!
Visita la loro pagina sul sito dell’etichetta Wichita
Scarica l’mp3 di Don’t tell me to do the math(s)
Guarda il video di Death To Los Campesinos!

La prossima settimana i Los Campesinos! saranno in concerto in Italia:
giovedì 6 marzo – Musicdrome, Milano
venerdì 7 marzo – Covo, Bologna

The Shaky Hands:The Shaky Hands (Memphis Industries)

Enrico Amendola | 27/2/2008

the shaky handsL’abito non fa il monaco, su questo non ci piove, ma a volte il nome e la copertina fanno una band. Vi fate chiamare The Shaky Hands, mettete in copertina un poco di prato, vi mascherate da vegetazione psichedelica (o almeno qualcosa di simile) e mi rendete il gioco troppo facile. Punto i miei dieci euro prima di ascoltarvi, mi gioco questa piccola fortuna sulla possibilità di imbattermi in un disco di indiepop più o meno gioioso e twee. E vinco, stupido io ad aver puntato così poco. E solo che a volte vorrei che certe piccole cose date per ovvie mi sorprendessero positivamente. Non male comunque questo debutto omonimo. Ci sono le canzoni, i ritornelli, qualche “trallalà”, le chitarre vintage e la voce leggermente sbilenca. Molto innocuo ma fatto bene. Ne sentivo il bisogno? La risposta è negativa. Se ne sentiva il bisogno in generale? Ovviamente men che meno. Ma è la bulimia produttiva dell’era del lo-fi a regalarci vagonate di dischi carini e indistinguibili tra loro. Ora che ci penso esiste una band che certe cose le fa meglio: i Page France. Qualora non li conosceste allora dovreste proprio procurarvi il loro debutto come i’m a lion, se decideste di ignorarli allora potete anche fondarvi su questo dischetto. Probabilmente vi divertirete e resterete conquistati dalle fresche melodie che friggono nelle loro tiepide padelle. Io forse ne ho ascoltati troppi di dischi così. Oppure è soltanto che devo imparare a giocarmi qualcosa di più la prossima volta.

Visita il sito della Menphis Industries

SoloMacello: lezioni di mètal

SoloMacello | 25/2/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/solomacello_vitaminic1.JPG

Droga e puttane. Soldi e un conto aperto al bar, che qualcuno si preoccuperà di pagare. Questo è. In missione per conto di Satana? Ma neanche per idea. SoloMacello lavora da solo. Se c’è da guadagnar qualcosa non si smezza con nessuno. La missione la decidiamo noi, ed è la seguente: insegnare a voi poveri magrolini inetti il metal. Mai avuta la pazienza di andare con ordine, quindi se volete partire dalle basi fate il giro largo su wikipedia e levatevi dai coglioni fino a nuovo ordine. Non siamo comunque tanto scemi da non sapere dove siamo: Iron Maiden e Metallica non ve li bevete più. Voialtri smilzi vi rifiutereste di ascoltare una roba da bambocci come The Number Of The Beast, altrimenti detto il disco per il quale avete cominciato a sfottere vostro fratello più grande il giorno che avete intuito che non poteva più rompervi il culo perché vi era spuntato il primo pelo sul petto. Lo zombi, anzi il mostro, alto quattro metri che barcolla con gli occhi di bragia e vuole magnarsi tuttettutti? Ma che idiozia: il tipo (o era una tipa?) dei Deerhunter s’è appena sbucciato un ginocchio, avete altro a cui pensare. E quindi attenti! Perché SoloMacello quando ha voglia sa essere subliminale come i migliori e più condivisibili messaggi del metal. Quindi questo metal qui potrebbe anche piacervi, e una volta che ci siete dentro vediamo se avete le palle per scappare, o le gambe. Ora che SoloMacello va in piscina in pausa pranzo, anche sul piano atletico non ci batte più nessuno.

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/dead-raven-choir.jpgDEAD RAVEN CHOIR
My Firstborn Will Surely Be Blind
Aurora Borealis

D Smolken è nato in Polonia, e non dev’essere uno proprio tutto dritto. La sua famiglia è stata esiliata ed è finito in Texas, passando dal folk dell’Europa dell’Est al country a stelle & burrito. Risultato? Pubblica un camion di CDR in tirature oltre il limitato per quattro o cinque anni, e ora rigurgita il disco con la copertina più terrificante che abbiate mai visto (altro che il mostro con gli occhi di bragia ecc. ecc.) e sorpresa! allarme! vi gira su voi stessi, vi fa raccogliere un quarto di dollaro e ci schiaffa una cover di Neko Case. Il semplice fatto che a qualcuno, d’ora in avanti, possa venire in mente la foto lì sopra mentre cerca il famigerato servizio per Playboy della Neko per menarsi il giambellino già è una soddisfazione. Assieme a Favourite finiscono fatti a pezzi brani di Cole Porter, Townes Van Zandt e Steeleye Span più altri ancora, ma la cosa in fondo è irrilevante perché tanto non ne riconoscete uno. Due sono le cose rilevanti, invero. La prima è che un rincretinito polacco con la fissa del black metal faccia delle cover country&folk, appunto. La seconda è che My Firstborn… è una cosa impressionante da ascoltare. Niente chitarre o basso, registrazione con walkman in una stanza e gruppo nell’altra, un violoncello distorto che fa buchi in fronte e una voce che gracchia da dentro una botola. Pura crudezza ambient/black senza uno spiraglio di luce: se pensate che anche qui nell’attico sacrificale di SoloMacello si fa fatica ad ascoltarlo tutto di fila… Però questo è un disco che se avete voglia di deprimervi (davvero, non perché la tipa deve studiare e voi volete uscire a far Gayna) e sentirvi la glassa sulla merda del pianeta non ha rivali. Il suono dell’archetto che sbatte furibondo contro le corde del violoncello è impeto reale, è trance agonistica, è musica da fine del mondo. Per una volta davvero. E ricordatevi che si taglia dal basso in alto, non da destra a sinistra.

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/genghis-tron.jpgGENGHIS TRON
Boarding Up The House
Relapse

Questo a regola dovrebbe piacervi di più. In fondo siete anche gente che, contro il nostro parere, magari va anche a ballare, si apre alla musica elettronica, “sperimenta nuovi suoni”. Sembrerà che vogliamo esagerare come quella volta del calcio in culo a Bono Vox, però a memoria nostra (ovvero dal primo singolo dei Black Sabbath in avanti) pochi capelloni son stati bravi e credibili nel miscugliare er chitarrone con dell’elettronica fatta come Satana comanda, e non completamente a cazzo di cane. Il bello dei Genghis Tron è che puoi sia scapocciarteli quando si fan prendere dalle crisi metal-isteriche tipo Dillinger Escape Plan, ma puoi anche, se proprioci tieni, goderti la fine tessitura, l’arrangiamento pettinato, tutto l’ambaradan avanguardistico. Rimane musica altamente sconsigliata per rimorchiare tipe, sia belle che brutte, in ogni caso: coi Dead Raven Choir magari una goticona soprappeso con manie di persecuzione te la porti a casa, coi Genghis Tron è tutto così perfettamente freddo e calcolato al millimetro che le speranze scompaiono. Ovviamente il metallaro medio non sa che farsene di una tipa, ma se voi ce le portate poi noi v’insegnamo. Comunque disco pettinato, intelligente, bello per riempirsi la bocca ma anche per sbronzarsi. Comprarlo non lo comprate perché siete di un’altra generazione ma se fate almeno la fatica di scaricarvelo la vostra vita di merda per un tre quarti d’ora magari sembra meno schifosa.

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/02/meshuggah.JPGMESHUGGAH
ObZen
Nuclear Blast

Disco della settimana, del mese, del bimestre, trimestre, semestre e la rischio: anno. Questi c’hanno il basso con sei corde, le chitarre con otto e il batterista con quattro arti sopra e quattro sotto, e se non ha almeno il pisello corto m’incazzo. Una volta quando avevo la vostra età li ho visti suonare e lui che cazzo faceva mentre riduceva a pezzi tamburi e bacchette? Contava cristosanto. Ad alta voce per tenersi dietro (anzi davanti) a quel che stava suonando. Per questo disco (copertina più brutta del terzo millennio) hanno un po’ mollato il trip di fare solo contorsioni in diciannove ventiquattresimi e quindi ObZen diventa l’album perfetto da Venerdì sera: bevi, lo pompi a palla di fuoco, bevi ancora, ti vesti ed esci a prendertela con una minoranza. Se pigliate Bleed e la sentite succede che vi rispuntano certi brufolazzi che non li vedevate dal 94 e immediatamente Dimebag Darrel sputa le cinque pallottole che gli han piantato in corpo e torna vivo, vegeto e pieno di colesterolo come piaceva a noi, tira una pedata nel culo a Phil Anselmo e rimette insieme i Pantera. I Meshuggah restituiscono la sensazione di quanto timidamente s’ascoltavano i primi dischi metallusi. Strillare come maiali sgozzati e spostare l’aria a pugni. Se in più calate tutto nella vasca di alienazione e deumanizzazione che da sempre li rende unici come sono, viene da soffocare. Anche questo sconsigliato per rimorchiare, ma una volta che avete per le orecchie la sintesi perfetta di Blade Runner e dell’Incredibile Hulk di tipe potete averne quante e quali volete.

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