The Calorifer Is Very Hot
In certi momenti hai proprio la sensazione che il meglio che si possa chiedere a questa musica sia farsi dare un passaggio. Improbabile riuscire a capirci qualcosa di più: è come se qui tutti stessero parlando assieme di qualcosa che è successo prima del nostro arrivo. Citazioni e inside jokes che forse non sapremo mai cogliere fino in fondo. Resta da godersi la strada, la compagnia e la musica delle cassette sparse per la macchina.
Dentro le canzoni di Marzipan in Zurich, album d’esordio per il progetto The Calorifer Is Very Hot, c’è qualcosa che continua a sfuggire. È come tentare di richiudere una valigia troppo piena alla fine di un viaggio. Ecco che scappano un panda di peluche, un cappello da marinaio, una pompa da bicicletta, una bottiglia di gin, una piscina, tre ragazze vestite da ballerine di aerobica, un pomeriggio in controluce.
Siamo finiti nella soffitta di Nicola Donà, già cantante dei Juxtabrunch, e stiamo aprendo con lui ogni baule e buttando all’aria tutti gli armadi. Abbiamo trovato dei vecchi synth da modernariato, che rendono certi passaggi di questo disco quasi pisichedelici (Slow Motion Dream oppure Smelling Candles). C’è una chitarra elettrica e ci piace alzare il volume del distorsore (Take Care & Go Home) ma senza scordare bei suoni caldi e acustici, come nella commovente Wocko (una versione ubriaca di Belle & Sebastian), oppure in questa Ride the Snowball da busker sotto la metropolitana.
Vengono a trovarci anche vecchie conoscenze come Paolo Torreggiani dei My Awesome Mixtape e Matteo Lavagna dei Disco Drive, che portano un po’ della loro vocazione alla cassa martellante (Outside Is Cold For Us) e Alessandro Paderno dei Le Man Avec Les Lunettes, in cabina di regia e qualcosa di più (Cats Day Afternoon). Non mancano poi i complici fedeli come Nazareno “Nani” Realdini (batterie, cori, tastiere) e Francesco Mancin, che ha curato anche l’allucinante artwork. Parliamo tutti un inglese che è una sfida enigmistica agli Ex-Otago (”why don’t you meet my word, it’s like a trouble map”), come un dormiveglia sospeso e alcolico in cui crolliamo ridendo, dopo aver scattato l’ultima foto, cercando ogni abbraccio.
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