Lightspeed Champion:
Falling Off The Lavender Bridge
E poi Badly Drawn Boy ha cominciato a scrivere brutti dischi. No, non brutti nel senso di inascoltabili, soltanto, piuttosto al di sotto dello standard delle prime cose. Non c’era nulla di più bello, se ben ricordo, del guidare tra gli ulivi ascoltando The Hour of the Bewilderbeast cantando a squarciagola Once Around the Block o Cause a Landslide costeggiando il lungomare. Poi sono passati quattro anni e della voce di Damon Gough ci siamo un po’ dimenticati. Non era solo questione di voce. La sua musica era profonda, romantica, agrodolce, emotiva senza essere banale, diretta come una freccia ed allo stesso tempo reticente come la prima confessione d’amore di un adolescente. Di pop così non se n’è visto per un bel po’ di tempo. Ma se ne vede, di nuovo, adesso.
Eccoci qui, dunque, a proporvi l’ascolto meditato del debutto Lightspeed Champion e la seguente lettura: Falling off the Lavender Bridge è il nuovo Hour, o qualcosa del genere. È il ritorno degli archi e dei pianoforti melanconici in confezione canzonetta che, uniti alla voce da semi-crooner dell’ex Test Icicles (?) Dev Hynes ed a una manciata di testi intelligenti ed evocativi (nonchè collaborazioni di personaggi amati, come Emmy The Great), trova la strada a quella tana segreta nei nostri petti, così poco battuta e mal segnalata che i più si perdono. Non Lightspeed. Che mette a segno un disco che è un navigatore sentimentale preciso, fatto di meccanismi semplici come quelli di una bussola e vicino alla meta incontra forse l’altro grandissimo pop degli ultimi anni, quell’Elephant Eyelash di Why? che ci ha accompagnato per più primavere e ci ha fatto venir voglia di stringere il cusino guardando il soffitto fino a che non ci si stancavano gli occhi. E se un album in grado di collocarsi tra due capolavori spuri del mellow come quelli citati non vi fa venir voglia di correre almeno sul MySpace di Lightspeed a festeggiare un gioiello come Galaxy of the Lost, non sappiamo cos’altro fare per convincervi. Proviamo a chiudere così, allora, senza ulteriori ricami: FOTLB è il primo grande lavoro del 2008. Procuratevelo, se potete. Che dischi così, sinceramente, ne escono pochi. E se è difficile, o praticamente impossibile, che non ci tocchino, è facile che tra il caos delle uscite siamo noi a dimenticarci di afferrarli al momento giusto.
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