Don Turbolento

Enzo Baruffaldi | 31/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/don_turbolento.thumbnail.jpgUno dei più interessanti esordi italiani del 2007, senza dubbio, è stato quello dei Don Turbolento, atipica band bresciana, composta “soltanto” da batteria, synth e voci.
In realtà, quel “soltanto” è del tutto pleonastico, vista la maniera assolutamente efficace in cui i Don Turbolento riescono a costruire ottime canzoni e a raggiungere già il loro obiettivo, ovvero quello di farci ballare a più non posso.
Ce n’eravamo accorti con il loro primo demo, un ep di quattro infuocate tracce uscito all’inizio dell’estate scorsa (con la benedizione della Dischord, dall’altra parte dell’oceano, e degli Offlaga Disco Pax da questa), e ora arriva l’omonimo album di debutto a confermarlo. Dal primo lavoro ritroviamo il loro inno, quella Spend the Night on the Floor che fomenta danze e pogo, insieme alle dolenti atmosfere stile “Guerrieri della notte” di Snapshot.
Nonostante la band prenda il nome da una canzone dei vecchi Yello, e nonostante possano venire in mente altre formazioni basate su nuda ritmica e tastiere (Kraftwerk, Suicide), i riferimenti musicali diretti e dichiarati dei Don Turbolento restano orientati a certa wave tesa degli anni più recenti: Supersystem, Numbers, Q And Not U, The Faint. Un post-punk elettronico, sporco e dalle forti spinte funk – in una parola, coinvolgente, e che si in alcuni passaggi (I Don’t Wanna Hear You Play Guitar, la cover di I Wanna Be Your Dog o la conclusiva Ruler), sa mostrare anche un lato più acido e molesto.
La band dichiara d’aver deciso di autoprodurre il disco e di volerlo distribuire soltanto ai propri concerti perché ritiene che la situazione del mercato discografico attuale sia confusa e in continuo mutamento. Rispettiamo la scelta, siamo convinti che il valore della loro musica saprà farsi strada, vi invitiamo quindi ad andarli a vedere dal vivo appena passano vicino a casa vostra, e rivolgiamo ai Don Turbolento un grosso in bocca al lupo!

Visita la pagina myspace dei Don Turbolento
Leggi da Inkiostro com’è andata con la Dischord
Ascolta nel podcast di polaroid un’intervista a Giovanni Battagliola, tastierista della band

Ascolta Disappointed:

Ascolta Spend the Night on the Floor:

I Was A Cub Scout: I Want You To Know That There Is Always Hope

Daniele Giovannini | 30/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/there_is_always_hope.jpgNonostante le apparenze, che li presenterebbero senza esitazioni come americani, gli I Was A Cub Scout sono di Nottingham. Non che questo significhi molto. Anche in Inghilterra ci sono svendite all’ingrosso di rock americano, boy band e tendenze che sfiorano l’emo. Il corposo ma piuttosto anonimo I Want You To Know That There Is Always Hope è il loro album di debutto, in uscita a febbraio per Abeano (etichetta di altri scenester del calibro dei To My Boy). Bastano i primi due comodi accordi per tracciare la rotta, per introdurre un rock prevedibile fatto di pene trattenute ed emozioni quasi urlate, quasi vere, quasi provate. Ci sono occasionali guizzi, sprazzi di cantabilità, vaghe intuizioni melodiche, che sarebbero meritevoli di un secondo ascolto se quello che — intenzionalmente — è un flebile indie rock non fosse impiallacciato — intenzionalmente — di ruvido e angoloso electro-emo. Per loro fortuna, gli I Was A Cub Scout (a proposito di nomi idioti) avranno il seguito che meritano negli ambienti che apprezzano la vulnerabilità usata come giovanile posa, testi banalotti e percorsi ben noti, di chitarrone languide e tastierone danzanti. Se il cantato, l’uso dell’elettronica e i cori non riconducessero il tutto al subgenere del preadolescenziale milkshake rock britannico, la cui denominazione è appena stata coniata, ci sarebbe qualche idea sparsa utile e apprezzabile. Potandole con cura, per dire, The Hunter’s Daughter e P’s & Q’s potrebbero avere qualcosa degli Arcade Fire. Ma sarebbe fatica inutile. Quindi godiamoci la real thing e mettiamo da parte quello che è pur sempre un disco godibile, a patto di avere una modesta sensibilità emo adolescenziale. Che è qualcosa che non auguro a nessuno.

Visita il MySpace degli I Was A Cub Scout
Visita il sito della Abeano Music

Brisa Roché: Takes

Nur Al Habash | 29/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/brisarochecover.jpgUn’americana a Parigi.
Brisa Roché è l’ultima nelle file degli artisti americani che riscoprono nuova vita nella scena francese, assorbendo i benefici influssi della chanson e della cultura europea.
Il suo ultimo lavoro, Takes, è un magnifico collage di suoni dolcemente rievocanti l’immaginario della nouvelle vague parigina, il folk di certi anni 70 e allo stesso tempo zuppo di sonorità sixties della sua patria californiana, in un mélange che non fatica a risultare irresistibile dopo pochissimi ascolti.
Breathe In Speak Out e Heavy Dreaming, primi due pezzi dell’album, sono una vera e propria opera di disarmo ai danni dell’ascoltatore, con un andamento beatlesiano dei più puri e con una voce che acuta e imperfetta nella sua grazia, è una promessa di qualità per la seguente ora di musica. Difatti, nonostante l’inizio scintillante semini il timore di una ricaduta di stile e tenuta, il lavoro del folletto del pop californiano non si affievolisce mai, altalenando ballate romantiche a melodie tratteggiate con voce e chitarra, folk pop smaliziato (Whistle; Egyptian) e passaggi sonori quasi cinematografici, di scene d’amore e sigarette in bianco e nero.
Takes è un lavoro che sintetizza un’ecletticità particolare, con un piglio che guarda al passato ma oltrepassa le sfumature retrò, e che riversa la sua essenza policromatica in quindici pezzi di una piacevolezza unica.

Visita il blog di Brisa Roché
Guarda il making of di Takes

I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 29/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/agaskodo_teliverek.thumbnail.jpgEccoci a una nuova puntata del podcast di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna, sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Questa settimana ci sentivamo particolarmente in forma e abbiamo pestato più del solito con la selezione musicale. Non sono poi mancati i collegamenti con i nostri straordinari inviati: per la rubrica Londonwatch Matteo “Valido” Zuffolini, stavolta in versione “an englishman in Carpi”, ci ha raccontato dell’ultimo concerto di Morrissey nella capitale britannica, di una serata con i nostri A Classic Education in trasferta e della sua nuova scoperta, gli Agaskodo Teliverek.
Dentro Thanks for the add Beatroce ha presentato il prossimo festival MiAMi Ancora a Milano, ha introdotto l’ottimo post-punk dei Tiger! Shit Tiger! Tiger! e soprattutto ci ha raccontato della fantomatica scena “new noise”.
Enzo e LaFagotta si sono destreggiati tra parentesi “pucci”, allusioni al fetish dei boschi svedesi e i consueti brindisi. Questa la scaletta della serata:

Trabant – Tonight Party
Don Turbolento – Jingo & Nina
[in collegamento con Matteo "Valido" per la rubrica Londonwatch]
Agaskodo Teliverek – Liselotte Pulver
Sex Offenders Seek Salvation – The Way I Fall
British Sea Power – No Lucifer
Heike Has The Giggles – Two Sisters
Friendly Fires – Paris
[in collegamento con Beatroce per Thanks For The Add]
Tiger! Shit! Tiger Tiger! – The Architects of Despair
MGMT – Time To Pretend
Altro – Passato

Scarica la puntata in mp3
… oppure ascoltala qui sotto in streaming:

Shout Out Louds: Our Ill Wills

Enzo Baruffaldi | 28/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/shout_out_louds_-_our_ill_wills.thumbnail.jpgQuesta settimana esce finalmente anche in Italia (con l’aggiunta di due bonus tracks) Our Ill Wills, secondo meraviglioso album per gli Shout Out Louds. Vitaminic festeggia l’evento facendovelo ascoltare integralmente in anteprima.
Dopo l’acclamato esordio Howl Howl Gaff Gaff, la band svedese è tornata con un pugno di canzoni di eccezionale forza e coesione, grazie anche alla produzione di Björn Yttling, dei Peter Bjorn & John. Si fa sentire, infatti, la presenza di una vera e propria sezione di archi in quasi tutti i brani, e frequenti sono anche gli interventi delle percussioni.
Il risultato è un respiro più ampio e orchestrale della musica che, se da un lato non scioglie gli Shout Out Louds dal rituale riferimento ai Cure (vedi le formidabili You Are Dreaming o Normandie), dall’altro mette in campo un’idea di suono più ambiziosa, vicina a quella di certi Arcade Fire o degli ultimi British Sera Power. Per esempio, già nel singolo Tonight I Have To Leave It, con i suoi riverberi scintillanti, o in Time Left For Love.
Le storie cantante con la caratteristica voce sofferta da Adam Olenius catturano un inestricabile groviglio di sentimenti: non sono soltanto malinconiche. Trattengono un senso di perdita e distanza, ma lo mettono a fuoco nel momento successivo al puro e semplice dolore, quando le cose tornano a essere affrontate, nel loro dovere e nel loro peso.
Our Ill Wills conferma in pieno il valore della band di Stoccolma, che in questi oramai cinque anni di carriera ha diviso palchi e tour con band del calibro di Strokes, Kings Of Leon, Magic Numbers, Essex Green e Camera Obscura. Dalle nostre parti li vedremo in concerto per quattro date alla fine del mese di marzo. Vitaminic non se li perderà.

Visita il myspace degli Shout Out Louds
Visita il sito dell’etichetta italiana Homesleep

Ascolta Our Ill Wills in streaming esclusivo

Carl Craig: Sessions

Daniele Giovannini | 28/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/carl_craig-sessions.jpgIl produttore di Detroit non è nuovo ad album più o meno mixati, più o meno dal vivo e più o meno post-prodotti. Attivo dalla metà degli anni Ottanta, Carl Craig ha delineato distintamente nel corso dei dieci anni successivi il suo sound e la sua personale visione di ciò che la techno deve essere. Anche se la sua attività come produttore e DJ è proseguita oltre il duemila, con risultati più che apprezzabili, la fusione di organico e sintetico, di bianco e nero che caratterizza la sua musica è in qualche modo riconducibile ai primi anni Novanta. Se questo era praticamente invitabile nel suo DJ-Kicks, risalente al 1996, risultava molto meno evidente (o niente affatto evidente) nell’orientamento più house del Fabric 25. In uscita a febbraio per !K7, Sessions è un parziale ritorno alle origini. I due dischi, per un unico mix da oltre due ore, contengono frammenti e rimandi che vanno da Césaria Évora (Angola, che il tocco di Carl Craig ha reso quasi progressive house) fino al noto remix di Like a Child degli Junior Boys, passando per alcuni degli alias e dei progetti paralleli di Craig — Paperclip People (con la pulsante Throw), 69 e Innerzone Orchestra. Pur includendo materiale da collezionisti, versioni alternative e perle per dancefloor fantascientifici che mai vedremo da queste parti, le due Sessions mescolano in modo attraente su basi tech house miscellanee influenze elettroniche, jazz e world music. Una simile retrospettiva risulta probabilmente fin troppo varia per essere apprezzata in pista nella sua interezza. Va offerta quindi in piccole porzioni, dividendo tra tutti gli invitati la torta preparata per festeggiare gli ormai quasi venti anni di carriera di Carl Craig.

Visita il sito della K7

Cat Power: Jukebox

Marina Pierri | 28/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/chan-stefano-giovannini1.jpgFacciamo finta di avere un pettine per separare i pubblici diversi a cui arriverà la nuova fatica di Cat Power, Jukebox o The Covers Record Pt. II. Ipotizziamo che, a partire dalla svolta blues – iniziata con The Greatest e consolidatasi grazie al tour del 2007 con i Dirty Delta Blues – si siano generate almeno due scuole di pensiero: la prima, chiamiamola dei Nostalgici; la seconda, identifichiamola come quella dei Flessibili.

I Nostalgici non approvano i cambiamenti a livello musicale e personale di Chan Marshall. Parliamo di gente che, di fronte alla domanda, vi risponderà con ogni probabilità che il suo album più bello sia What Would the Community Think?, che poi anche MoonPix lo era, anche The Covers Record e You Are Free, ma poi è cominciata la débacle. La stessa popolazione ha accettato di buon grado i concerti non-finiti del 2003, le sceneggiate e i melodrammi, le spalle al pubblico e tutta la (in)felice gamma di stereotipi che ha finito per cristallizzare le esibizioni della amata chanteuse. Persone, queste, che amano lamentarsi, e che, tutto sommato, si crogiolano goduriosi nel fango dei sentimenti umani più grami, provando dunque grande simpatia per i compagni di sventura.
I Flessibili amano Cat Power non meno dei primi, ma, come dice il nome che provvisoriamente gli abbiamo attributo, sono più elastici: la signorina vuole vestirsi Chanel e fare la testimonial cosparsa di fondotinta di Karl Lagerfeld? Faccia pure, basta che sia felice. La fanciulla è emersa dal mar nero della sua sregolatezza, pure a scapito del suo genio? Ma perché? Ma chi l’ha detto? Geniale era, e ci resta. La Gatta vuole suonare il blues? Bene, buon per lei! Lo fa bene. Chan M. è una donna nuova, che omaggia Aretha Franklin e Frank Sinatra e si esibisce sui palchi di mezzo mondo come se fosse costantemente al Caesar’s Palace? Perché no? Saranno anche fatti suoi dopo tutto. Persone, queste, più “alla mano”, che spendono meno tempo a compiangersi di quelle che abbiamo legato alla prima categoria e forse per questo hanno uno sguardo più razionale, anche quando molto coinvolti.

I Nostalgici detesteranno Jukebox: da Ramblin’ (Wo)Man di Hank Williams, alla pur bella versione acustica di Silver Stallion degli Highwaymen, la nuova Cat Power gorgheggia in tuxedo, con il suo neo finto sulla guancia a testimoniare del fatto che, si, anche un piccolo dettaglio trascina con sé una rinascita; peccato che la noia regni sovrana e tutto o quasi sia perduto: l’intimità, la quiete, il morso alla bocca dello stomaco, le lacrime nel bicchiere di quel marrone ricco e trasparente. Non c’è da stupirsi che le due canzoni più belle siano l’autoremake di Metal Heart che meglio l’originale (su MoonPix) e quella Song to Bobby dedicata per la centesima volta a Bob Zimmerman.
I Flessibili non lo troveranno poi così male. Da Ramblin’ (Wo)Man di Hank Williams, alla pur bella versione acustica di Silver Stallion degli Highwaymen, la nuova Cat Power gorgheggia in tuxedo, con il suo neo finto sulla guancia a testimoniare del fatto che, si, anche un piccolo dettaglio trascina con sé una rinascita; e poi i pianoforti melliflui da lounge fumosa, una voce che nasce dalle aree più recondite del diaframma piuttosto che dal cuore, una nuova spinta a fare e fare e far bene, in maniera non convenzionale perché paradossalmente più convenzionale che mai. Difficile, del resto, non aspettarsi che nell’era delle mille Cat Power, la versione autentica si cannibalizzasse, mangiandosi le vecchie vestigia di se stessa e reinventandosi luccicante e diversa. Mossa astuta, rischiosa forse, ma pur sempre giusta di fronte all’appiattimento di genere — il genere Cat Power.

In due parole, si tratta di fare una scelta. Dal nostro canto comprendiamo ogni ragione, si: ma sapete da che parte stiamo.

Ecco la tracklist di Jukebox:

1. New York (Frank Sinatra)
2. Ramblin’ (Wo)man (Hank Williams)
3. Metal Heart (Cat Power *)
4. Silver Stallion (The Highwaymen)
5. Aretha, Sing One For Me (George Jackson)
6. Lost Someone (James Brown)
7. Lord, Help The Poor And Needy (Jessie Mae Hemphill)
8. I Believe In You (Bob Dylan)
9. Song To Bobby (Cat Power **)
10. Don’t Explain (Billie Holiday)
11. Woman Left Lonely (Janis Joplin)
12. Blue (Joni Mitchell)

* original version on the ‘Moon Pix’ album
** first appearance of this song

Visita la pagina di Cat Power sul sito della Matador
Leggi la recensione di Pitchfork

Lightspeed Champion Contest!

Redazione | 28/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/up-1lightspeed_lrg.jpgIl contest è chiuso! :(

Se siete dalle parti di Milano ed avete adorato il delizioso album di Dev Hynes (aka Lightspeed Champion), allora non potete perdere la sua unica data italiana, che si terrà mercoledì 30 gennaio a La Casa 139. Come al solito noi vi regaliamo i biglietti, a patto che ci (scriviate) vitaminicontest (at) gmail (dot) com con la risposta a questa domanda:

“Qual’è la durata esatta di Midnight Surprise, che compare sul debutto di LC, Falling Off the Lavender Bridge?”

Prima di scriverci, ci raccomandiamo, date un’occhiata attenta alle Contest FAQ.

(in collaborazione con Grinding Halt concerti)

F come Fiat, A come Alvin e come American Gangster

Francesco Locane | 27/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/americangangster.jpgTredicesima puntata di Seconda Visione, il settimanale di cinema, sciocchezze e pretese culturali di Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna. In studio Luciana, Tommaso, Francesco (i conduttori), Lisa (l’ospite – pubblico non pagante) e Santa Cristina (il vino).

Abbiamo iniziato subito con American Gangster, di Ridley Scott, e ci siamo divisi: io e l’ospite non favorevoli, più clementi l’altra metà dei presenti.
Vi abbiamo elencato in maniera pedissequa le nomination per gli Oscar, e ci è piombata tra capo e collo la notizia della morte di Heath Ledger. Ci mancherà.

Dopo la consueta pausa delle 2330, mi è toccato parlare di Alvin Superstar, di Tim Hill: per l’occasione ho parlato come un criceto, per un film diretto da cani.
E infine, redazione di nuovo divisa su Signorinaeffe di Wilma Labate: le posizioni sono oscillate tra “è orribile” e “è abbastanza brutto, e ha un finale orrendo”.

Bene, è tutto, gente. Se volete scrivere e/o venire in studio, la mail è sempre quella: secondavisione@hotmail.com. a martedì prossimo!

Cross the Line #14 Bjork/Mariko Mori

Costanza Baldini | 25/1/2008

http://www.vitaminic.it/uploads/2008/01/9f4955fca073b7c2780a9450400fd592.jpegMariko Mori è figlia di uno scienziato giapponese. I suoi primi lavori risalgono agli inizi degli anni novanta, ma è con la personale “Made in Japan” in mostra a New York e successivamente a Tokyo nel 1995/96 che l’artista ottiene attenzione internazionale. In queste esposizioni, emerge con evidenza un carattere fondamentale delle sue opere: l’attaccamento dell’artista giapponese alla sua patria e gli influssi che la cultura contemporanea operano in essa. Mori inizia a lavorare nella metà degli anni ‘90, realizzando fotografie che la ritraggono in abiti da lei stessa disegnati mentre rappresenta diversi ruoli di donna nello spazio urbano contemporaneo. Questi lavori da un lato esprimono una visione critica della società e dall’altro possono essere considerati come una sorta di allegorie. Nelle foto si vedono panorami urbani in cui cyborg e geishe si offrono ai passanti, come bambole pronte a essere sfruttate e manipolate. L’artista gioca con lo stereotipo femminile, creando provocatorie reazioni alla subalternità della donna in Giappone, tramite figure di donne artificiali, a metà tra l’umano e l’androide, cyborg venute dal futuro, ‘electric geisha’ con un’aura da creature mitologizzate e distanti. La tecnologia usata in questa prima fase è seduttiva, spettacolare, fatta di luci e flash, effimera, e crea un effetto di coinvolgimento straniante per chi guarda in modo leggero e piacevole.
Successivamente Mariko Mori si allontana dalla “spettacolarizzazione di se stessa”, vicina allo stile di Tracey Emin, e cerca di abbozzare un linguaggio architettonico mediante il quale sia possibile “entrare” nella sua coscienza. Nel 1999 crea una complessa e monumentale installazione: gli spazi visionari del Dream Temple. Per il Dream Temple Mori si è ispirata allo Yumedono (”Padiglione dei sogni”) di Horyuuji, il tempio più antico del Giappone fondato nel 607 dal principe Shoutoku (574-622). La Mori applica la tecnologia ad una cultura come quella del Giappone contemporaneo, fatta di tradizioni antichissime e molto radicate ma anche di ricerca tecnologica avanzata, e di costante spinta verso tutto ciò che è nuovo. In questo senso, la scelta della Mori di prendere come soggetto un tema come quello della cerimonia del tè, è molto significativo. In un’intervista, dichiarò che tale scelta fu fatta perché il rituale legato a questa cerimonia era uno dei suoi più vividi ricordi d’infanzia. Quando aveva tre anni i suoi genitori andarono all’estero e lei rimase a vivere con la nonna, che era maestra di cerimonia del tè. La scena del rituale, l’esperienza che ne ricavò, fu molto forte. In seguito andò negli Stati Uniti con i genitori, e al ritorno in Giappone nel 1983 fu sorpresa dalla differenza che il cambiamento aveva prodotto, si rese conto di aver tenuto un legame forte con un passato che non c’era più. Da questo nacque l’idea di rappresentare il cambiamento, facendo coesistere in un’unica visione l’essenza del passato, la spiritualità, l’equilibrio e la concentrazione , con quella del futuro, la dimensione aperta, distratta, metropolitana. Per raggiungere questi risultati, Mariko Mori si è spesso rivolta alle multinazionali, per scoprire quali sono le tecnologie disponibili oggi per poterle spingerle ancora più in là. A volte ha usato perfino tecnologie e mezzi che vengono dal cinema o dai parchi di divertimento. Gli strumenti sono uguali, ma i metodi sono diversi, la differenza è che l’industria dello spettacolo è costretta a usare quei mezzi, mentre per l’artista è una sfida, un compito più difficile. Il suo lavoro può dunque essere letto anche come un commento sull’uso che facciamo della tecnologia. L’arte e la tecnologia cercano il nuovo o il futuro, condividono le stesse ansie e le stesse condizioni, aspirano a risolvere l’essenza dei problemi esistenziali. In questo senso lo sviluppo della tecnologia sembra legato al fatto di rendere possibili le utopie umane. Anzi, l’utopia è per Mariko Mori la vera spinta allo sviluppo tecnologico. “La visualizzazione attraverso le tecnologie, come la computer graphic e i sistemi virtual reality, ha dichiarato Mori, mi serve a concretizzare uno spazio in cui sia possibile, mediante un’esperienza visuale e uditiva, guardare in se stessi, uno spazio meditativo. Il Tempio dei Sogni originale, quello costruito nel 739 dopo Cristo, al quale mi sono ispirata, non doveva essere ottagonale: avrebbe dovuto avere una forma circolare, che era impossibile da realizzare in quell’epoca. Di solito la tecnologia segue le idee e l’immaginazione. Io cerco di invertire il processo. Sviluppo nuove tecnologie per dare vita a nuovi spazi e nuove idee. Naturalmente la tecnologia dipende molto dall’uso che ne fai: può avere conseguenze terribili. L’importante è ricordare che non viviamo per la tecnologia, ma che al contrario la tecnica vive per noi. “ — Continua a leggere

Archivi

wordpress visitors