17 dicembre 2007

Up, Close & Personal: Les amoureux des bancs publiques

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Sarà forse una mia strana prerogativa, ma proprio non riesco a considerare gli anni a partire da Gennaio. Per me finiscono con il sole e la bella stagione che declina piano, e ricominciano mestamente da Settembre. Io e Bergson ne avremmo di cose da dirci, insomma.
In ogni caso, questo è uno dei motivi per cui buona parte dei miei dischi del 2007 è stata pubblicata l’anno precedente, come Julian Nation e il suo We are all writers, una delle prime definizioni alla voce Pop del mio cervello. Un disco talmente bello che suona come l’amore, che non mi stancherei mai di sentire, che non si consuma, e che ho ascoltato ininterrottamente per tutto l’anno. Un anno che al di sopra di tutto per me è stato intenso di viaggi. Ricordo dei Barzin in Estonia, tra Tallinn e Kohtla Järve prima di arrivare a casa, quando si vedeva solo neve e cespugli per chilometri, e sembrava di essere in un’altra dimensione. Ricordo di Amman e le sue rovine mediorientali musicata da un imprevedibile disco filosofico-orchestrale di Morgan, e Malaga e Granada splendenti d’estate con gli Of Montreal e gli Ex-Otago a tutte le ore della giornata, a fare festa con gente appena conosciuta. E ancora il Sahara, di quando in macchina da Tozeur eravamo sfiniti e ci siamo addormentati con gli arcobaleni dei Radiohead nelle cuffie, e Thom Yorke che ci cantava nelle orecchie tutta la poesia del mondo, mentre tagliavamo la Tunisia ai 150 all’ora.
A Roma invece la primavera è passata dolce nell’esplorazione di George Brassens e dei cantautori francesi del dopoguerra, ai quali ho fatto compagnia leggendo Fenoglio, Sereni, e ascoltando praticamente l’intera discografia di Gino Paoli, immaginando confessioni di amori nascosti per pudore ed allevati nella fantasia di pomeriggi davvero troppo vuoti.
Era il terreno sentimentale più fertile per accogliere a braccia aperte La science des rêves di un Gondry particolarmente ispirato. Un film talmente bello e sognatore che ci ha ucciso, e usciti dalla sala avevamo le facce affrante da tanta dolcezza.
Il 2007 è stato l’anno del prendere tutto come viene, all’improvviso, del buttarsi senza pensare troppo, del vivere qui ed ora. È stato un anno pieno di concerti, di belle facce giovani e sorridenti. E’ stato un altro anno con i Virginiana Miller, perché non potrei immaginare un solo momento della mia vita senza la loro musica. C’è stato poi il ritorno dei PantsYell! con un disco bellissimo, opaco e malinconico, che è risuonato con soddisfazione nell’aria dei primi freddi e mi ha riscaldato le vene come un bicchiere di rum. Ma soprattutto quest’anno c’è stato il disco di quel cantautore secco spettinato e sghembo che si fa chiamare Dente, Non c’è due senza te. Un disco che mi ha fatto sgranare gli occhi dalla meraviglia di tanta purezza e semplicità di chitarra e voce, dalla stupefacente sottigliezza di versi agrodolci e dai ritornelli che si sono marchiati a fuoco nelle pieghe del cervello. Perché un disco non può riempire tutto il vuoto che c’è, è vero, ma a volte è la migliore cosa che ci possa capitare.

(L’illustrazione è di Daniel Egnéus)

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