14 dicembre 2007

Up, Close and Personal: La Sindrome di Bangs

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Fino all’ultimo dei miei giorni ricorderò il 2007 come l’anno delle reunion imbarazzanti, delle ingenti quantità di denaro sperperate per vedere dal vivo dei coetanei dei miei genitori, del mio approccio alla scrittura musicale e ovviamente dei primi vagiti del revival grunge.
Quest’ultimo ha gettato radici ben salde grazie ai Pissed Jeans, band Sub Pop esaltata un po’ ovunque e pressoché identica ai Melvins. Attendo con ansia il giorno in cui tanti piccoli Cobain dallo stomaco sano conquisteranno Mtv, liberandoci così dallo scempio generato negli ultimi mesi dagli emo. Soffriremo di certo, ma almeno non sarà a causa di un branco di poveri di spirito conciati da cadaveri.
Il 2007 è stato inoltre l’anno della reunion degli Smashing Pumpkins. Corgan ci ha regalato momenti di puro terrore fingendo di essere Enya e vagando per il mondo indossando inquietanti abiti bianchi. Non senza un pizzico di sofferenza, eleggiamo Zeitgeist l’album più megalomane ed insostenibile dell’anno.
Per quanto riguarda invece le produzioni positivamente degne di nota, ritengo necessario citare North Star Deserter di Vic Chesnutt, Neon Bible degli Arcade Fire e White Chalk di PJ Harvey, che mi hanno tenuto compagnia mentre stavo assimilando i sempre nuovi volti della Morte dei Miei Parenti.
Nel corso del 2007 ho realizzato che Vicenza, la mia città, è una macchina programmata per distruggere l’autostima di chiunque ami la cultura e il divertimento non generato dall’abusto di droghe. Ecco perché durante la mia festa di compleanno mi sono ritrovata ubriaca a ballare da sola due album strepitosi che credevo capaci di stregare chiunque. Sto parlando di Kala di M.I.A. e Mirrored dei Battles. Quest’ultimo in particolare ha suscitato l’entusiasmo globale di ascoltatori dal background estremamente vario, ma ha spinto i miei ospiti ha chiedere se potevo mettere del metal.
Su questo versante, da me praticato assai raramente, segnalo Anonymous, terzo album dei Tomahawk, supergruppo in cui gravita, tra gli altri, anche John Stanier dei già citati Battles. Questo disco, che inizialmente avevo deprecato, contiene una serie di riuscitissime rivisitazioni in chiave metallara, ma non solo, di antichi canti dei nativi americani.
Forse tra dieci anni mi torneranno alla mente le ore dedicate all’ascolto degli immaginifici His/Hers di Zelienople e Sistereis di Elegi, le interminabili trasferte in macchina rallegrate da The Flying Club Cup e dal Lon Gisland ep di Beirut.
Ricorderò poi le centinaia di chilometri percorsi per vedere per la prima volta i Mudhoney, i Sonic Youth, gli Echo & the Bunnymen e gli Slint.
Sul versante italiano posso dire di aver lasciato un pezzetto del mio cuore nel ventre di Requiem, il quarto e miglior album dei Verdena, che ho poi visto svariate volte dal vivo, traendone lividi e qualche piccola soddisfazione.
Ricorderò infine il pomeriggio durante il quale acquistai la ristampa di Colossal Youth degli Young Marble Giants, il disco che, indipendentemente dalla sua datazione, ho amato di più tra quelli ascoltati e riascoltati nel 2007.

(In alto: gli Young Marble Giants).

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Playlist

  1. Zeus! Grandmaster Flesh
  2. Lucertulas 8 Ore
  3. J.Tillman Three Sisters
  4. Uochi Toki Permettendomi Artifici Spontanei
  5. A Classic Education Gone To Sea
  6. Bonaparte My Horse Likes You @ Zeit-Online
  7. Black Mountain The Hair Song
  8. Four Tet Nothing To See
  9. Arab Strap Daughters Of Darkness
  10. Shipping News The Delicate

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