Up, Close and Personal: Acceptable in 2007

Marina Pierri | 31/12/2007

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Stamattina mi sono comprata un paio di jeans rossi. Si, rossi. Credo che l’ultimo paio del medesimo colore sia stato da me posseduto approssimativamente attorno al 1991 perciò non so se attribuire il fatto alle sfere celesti ed all’eterno ritorno oppure al fatto che abbia smarrito ogni traccia di buon gusto. Comunque, se ammettiamo che la circostanza sia la prima, due possibili considerazioni mi sovvengono. La prima: mi ricorderò sempre del 2007 come dell’anno in cui, dopo una pausa di sei anni, ho ricominciato a portare i jeans (in questo caso potete guardare al mio paio rosso come ad una sorta di giro di boa); la seconda: mi sembra che il 2007 sia stato un anno nostalgico, nel quale la resurrezione degli 80s si sia ultimata (e quindi abbia perduto interesse). Con Control, Bring the Noise di Simon Reynolds, la morte di Tony Wilson, lo scintillio nuovo della fiamma dello shoegaze acceso da nuovi fuochi e vecchie re-union, l’aberrante nu rave, le ballerine sotto i pantaloni e l’anthem di Calvin Harris Acceptable in the Eighties (LA canzone dell’anno, se date retta a me) abbiamo cannibalizzato il cannibalizzabile del decennio della mia nascita. Eppure, nonostante la “mia” eredità epocale me la tenga stretta, gli ’80s non sono veramente la mia eredità. Nel 1990 avevo dieci anni, perciò sono cresciuta con Top Gun, il grunge ed Internet, che da Apocalisse di colpo si è trasformata in routine. Forse, il 2008 sarà l’anno dei ’90s, quello in cui non ci vergogneremo più di dire che Avey Tare canta come Kurt Cobain (la damnatio memoriae della band che ha cambiato noi adolescenti nel 1994 prima o poi dovrà compiere il suo ciclo) e quello in cui gli Ace of Base sostituiranno definitivamente gli Abba nella memoria dei più giovani.
Un ulteriore punto di vista (non necessariamente incompatibile con il primo) vuole che il 2007 sia stato un anno rock/pop molto avvitato su se stesso nella misura in cui le scoperte in senso stretto si possono contare sulla punta delle dita. Musicalmente, me ne ricorderò come un periodo di conferme e smentite, pur con alcuni esordienti d’eccezione (alcuni: St. Vincent, Gowns, Foals). Tornano gli Shins con un disco che non posso dire di avere amato fino in fondo, i Maximo Park con uno che non ho amato affatto, i The National con un bel lavoro che non batte Alligator pur con gli stessi guantoni da pugile, i Wilco con alcune delle canzoni più struggenti della loro maestosa carriera, i Fiery Furnaces con il mio disco dell’anno Widow City (forse per pochi altri, il loro migliore di sempre), i Modest Mouse con Johnny Marr e con un album che nel tempo, purtroppo, perde colpi, gli Animal Collective con un’orgia di suoni che è più catartica che mai, Jens Lekman con una manciata di ritratti assolutamente sublimi, gli Amari con un nuovo gioco tutto da giocare, l’eroe Bill Callahan stregato dall’eroina del 2006 con un disco folk pallido rispetto al passato. La lista è virtualmente infinita e dura 365 giorni. Passati, oltre al resto, ad ascoltare ininterrottamente.
Perciò ecco che una seconda volta questa cartolina dell’anno appena finito si presenta come la veduta – da un angolo diverso – del paesaggio che si è visto troppe mattine dalla propria finestra. Guardando con attenzione si scoprono sempre nuovi particolari su cui soffermarsi, ma nel complesso il colpo d’occhio è lo stesso; rassicurante e noioso, memorizzato e costantemente rielaborato, magico e monotono allo stesso tempo. Il mio 2007 è stato un anno accettabile; o forse tutto questo è stato accettabile nel 2007. Quanto a quel che viene, vorrei che – invece – fosse (positivamente) importante. Buon Anno.

Zeitgeist 2007, Pt. 10 (and last)

Redazione | 28/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/23307.jpegFoals, Hummer (singolo)
M.P.
: Oh, come on! sono tra le poche sillabe pronunciate ad libitum nei (miei) venerdì sera danzerecci del 2007. I Foals del resto sono una delle poche rivelazioni in senso stretto del 2007, perciò… Si attende il disco. Quando quel we are everywhere suonerà come un’ (auto)profezia azzeccata.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/wrf002-cover.jpgYeasayer, 2080 (All Hour Cymbals)
F.L: Il singolo di uno dei dischi più spiazzanti e originali dell’anno è una summa dell’album. Il muro di Berlino era una sicurezza quanto lo sono le tessiture vocali del quartetto di Brooklyn: è la primavera di un nuovo anno, ritmiche etniche, suoni elettrici. Perfetto.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/justice.gifJustice, D.A.N.C.E. (†)
C.B.: Il video di D.A.N.C.E. mostra la tipica situazione da club. La musica è orecchiabile, si muove la testa, ci si rilassa, si beve la birra gelata, si sorride e si guardano i ragazzi freschi di doccia, con le loro t-shirt nuove, sono così carini! Cosa volete di più dalla vita? Tutto questo è D.A.N.C.E.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/modest-mouse-wwdbtses.jpgModest Mouse, Spitting Venom (We Were Dead Before the Ship Even Sank)
M.P.: È piuttosto inutile ribadire la portata semi-epocale dell’unione Johnny Marr/Modest Mouse; ma sembra che non ci si stanchi mai di raccontarne la perfezione. Il disco dei nostri eroi del Northwest non è “invecchiato” bene come si sarebbe immaginato, ma il ricordo della loro data, con quel chitarrista pacato che stuzzica gli ultimi vent’anni con il suo plettro, è vivido — specie mentre Isaac Brock cantava quei due versi…you were spitting venom on almost everyone you know/ if the damned gave you a roadmap then you’d know which way to go…
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/stateless.jpgStateless, Prism.1 (The Outsider)
C.B: La voce di Chris James ricorda molto una coperta da avvolgere intorno alle spalle quando piove. E’ banale ma l’esordio di questo gruppo venuto dalla provincia inglese mostra forse troppo concessioni all’elettronica quando farebbe bene a rimanere aggrappato alle chitarre, ma convince. Se poi fuori piove, anche meglio.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/31323_xl.jpgHanne Hukkelberg, Break My Body (Pixies Cover) (Rykestrasse 68 – Propeller Recordings)
T.B.: Perché i suoi dischi hanno suonato nelle piccole cose importanti di questi mesi. Perché raccontano l’inverno. Quello difficile dell’anno scorso e quello che sta per cominciare. Una cover. Semplicemente meravigliosa.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/2845.jpgLoney Dear – I Am John (Loney, Noir)
E.B.
: Nonostante sia svedese Loney, Dear ha più cose in comune con i suoi colleghi di etichetta Band Of Horses, per esempio, che con la scena scandinava. Un album dagli arrangiamenti sontuosi, che trasportano l’ascolto verso gioia e malinconia al tempo stesso, come in questa I Am John, racconto di come a volte si può avere “a heart full of plans but nowhere to run”.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/421-3.jpgLCD Soundsystem, All My Friends (Sound Of Silver – DFA/EMI)
T.B.: Un pezzo inquieto e sbilenco. Una canzone perfetta. Il piano sospeso e la
voce di James Murphy e le chitarre e la batteria e strati di suoni che si sovrappongono e si inseguono per 7 minuti e 37 secondi. Una storia che racconta del tempo che passa. Quello che siamo (quello che eravamo).
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/cbr005.jpgGowns, Fargo (Red State)
M.P.: La California ha covato un piccolo mostro: nati da una costola dei fu (indimenticati) Mae Shi e “supervisionati” dalla santa/peccatrice Bozulich, i Gowns si prendono a buonissimo diritto il loro posto tra le piccole gioie dei 365 giorni appena trascorsi. Tra spoken word, favole ed incubi avantfolk, Patti Smith e Yoko Ono, la tradizione, il ricordo, il futuro, i fantasmi di un’America sempre più spaventata e spaventosa.
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Adriano Modica: Il fantasma non ha paura

Daniele Giovannini | 25/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/il_fantasma.jpg Alcuni dischi finiscono nella cassetta della posta del recensore sbagliato. Così l’ultimo lavoro del cantautore calabrese Adriano Modica è finito nella mia. Io che ho ascolti vari ma raramente mi dedico al cantautorato di casa nostra, fatta eccezione per alcuni classici non più recenti dei ‘70 di De Gregori e diverse cose della trasversale scuola romana di qualche tempo fa. È forse merito della sua inaspettata trasversalità se Il fantasma non ha paura cattura da subito, come alcuni dischi di Max Gazzè. Ma con Gazzè le somiglianze sono solo superficiali. Il polistrumentismo di Modica e il suo cantato incerto — sulla linea Battisti-Zampaglione, ma diverso e migliore — implodono infatti in un tratteggio di chiaroscuri avant-pop di una riservatezza elettrica, piuttosto che allargarsi in forme incontenibili ed eclettiche. Del terzo album di Modica arriviamo così ad apprezzare, anche se con colpevole ritardo, la cura estrema e l’intimità compunta della sua mezz’ora appena — ma mezz’ora emotivamente densissima. La sensibilità è quella del cantastorie chiuso in casa nel mezzo dell’inverno, a suonare per sé stesso, con un freddo e un’oscurità fuori che non sono però mai davvero ostili. La ricerca sonora, al di là del cantautorato obliquo, è ricca. Si va dalla purezza di sprazzi di chitarra acustica al theremin, dal familiare all’insolito, passando per tutto ciò che serve per ammantare le storie di ombre e mostri di una luce antica. La somma è una musica stranita e soffice, di pianoline sbiadite, di un mondo surreale triste ma ironico esplorato attraverso le fotografie in bianco e nero trovate in un baule.

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I Podcast di Vitaminic: polaroid alla radio

Enzo Baruffaldi | 24/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/a_polaroid_for_christmas_front.thumbnail.jpgVitaminic non si dimentica di voi nemmeno la Vigilia di Natale, ed ecco quindi on air anche oggi una nuova puntata di “polaroid alla radio“, il programma in onda ogni venerdì sera da Bologna sulle frequenze di Città del Capo Radio Metropolitana.
Il Fantasma del Natale Sfigato, capitolo poco noto della saga natalizia di Dickens, aleggiava negli studi di Via Berretta Rossa, ma Enzo e LaFagotta sono riusciti comunque a preparare una scaletta interamente a tema, seppellendo il mixer di luci colorate, panettoni, frittelle di castagne, raviole e gli immancabili centrini. Abbiamo presentato le canzoni della compilation A polaroid for Christmas, abbiamo suonato un inedito di stagione registrato da Calorifer Is Very Hot negli studi di Sound Veritè, abbiamo brindato (numerose volte, a dire il vero) e abbiamo telefonato ad alcuni dei nostri inviati per scambiarci gli auguri più cari. È stato il nostro modo per dire a tutti voi: Buon Natale.
Questa la scaletta della serata:
Le Man Avec Les Lunettes – In All the Christmas Trees
Irene – Christmas On the Beach
Okkervil River – Listening To Otis Redding At Home During Christmas
(collegamento con Aurelio Pasini)
Stars In Coma – Holiday Breakdown
Fireflies – Christmas Song
(collegamento con Beatroce)
The Wombats – Is This Christmas
(collegamento con Max “Il blog della domenica”)
The Calorifer Is Very Hot – Christmas Strike
My Awesome Mixtape – London Bridge at Christmas Time
Banjo Or Freakout – Blue Christmas
His Clancyness – Buying Pine Scents

Scarica la puntata in mp3
…oppure ascoltala in streaming qui sotto:

Annie Hall e Gonzo 48K: Golden Bread

Marina Pierri | 24/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/goldenbread.gifPer augurarvi un ottimo Natale, vi facciamo ascoltare in streaming l’EP di due delle nostre band italiane preferite (su una delle nostre etichette italiane preferite) alle prese con alcune canzoni natalizie composte ad hoc. Perciò, eccovi due canzoni degli Annie Hall e due dei Gonzo 48K. Buone feste dalla redazione di Vitaminic!

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Ascolta Goldenbread

Zeitgeist 2007, Pt. 9

Redazione | 21/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/in_our_bedroom.jpgStars, Take Me to the Riot (In Our Bedroom After the War)
D.G.: Se è fuori discussione che Set Yourself On Fire sia un capolavoro insuperabile, ci sono cose negli ultimi Stars che ugualmente si ritagliano un posticino nel cuore. Take Me to the Riot è un singolone esplosivo e militante, di amore e barricate, ché se stiamo piangendo non è colpa dei lacrimogeni.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/stvincent_marryme.jpgSt. Vincent, Your Lips Are Red (Marry Me)
M.P.: Con due microfoni, una tastiera ed una chitarra acustica, Annie Clark danza (e canta, e suona) sulle rovine del songwriting femminile così come lo conosciamo. Vera amazzone dell’apocalisse dalle labbra di fuoco.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/mala_bury-da-bwoy.jpgMala - Bury Da Bwoy (Bury Da Bwoy/Hunter 12″)
S.T.: Stavo iniziando a pensare che l’annata di Digital Mystikz avrebbe potuto chiudersi in leggero ribasso rispetto all’anno passato. Proprio alla scadenza arriva invece il singolo killer firmato da Mala, un capolovoro percussivo dai toni lugubri e funerei che continuerà a risuonarmi in testa per buona parte del 2008.

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/whitechalk.jpgP J Harvey, Grow Grow Grow (White Chalk)
M.F: Atmosfere intrise di dolore. Un inno alla crescita, disperata, necessaria, anche se contrastata dal volere altrui.
Un brano splendido che trova posto all’interno di un album davvero prezioso.

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/allisonstatton.jpgPants Yell!, Two french sisters (Alison Statton)
N.A.H.: Una citazione smithsiana e tanta malinconia. I Pants Yell! disegnano con la loro inconfondibile pacatezza i contorni sfumati di un passato non lontano, pieno di incertezze e dubbi, pieno di ricordi e parole non dette, in un racconto musicato che lascia senza fiato.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/threc2045.jpgGiardini Di Mirò, Dividing Opinions (Dividing Opinions)
T.B.: Un incipit secco. Diretto. Un sasso contro una finestra. Un pezzo di rottura brevissimo e inequivocabile. Violento. Emozionante. Come una fotografia in bianco e nero.
Scarica Dividing Opinions da Homesleep Music
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/3-4theology.jpg3/4hadbeeneliminated, I am daughter (Theology)
N.C.: Sembra di assistere ad un’opera lirico-religiosa: canti evocativi, rumori sinistri, drones minimali. Con i suoi 30 minuti di durata non è esattamente il singolo ideale da passare in radio. Un’esperienza totalizzante.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/good_arrows.jpgTunng, Bricks (Good Arrows)
D.G.: Bricks è criptica, così alchemica e stranamente evocativa. The sun revolves around the sun, and then around a bright black moon: quel cumulo colorato di biciclette, schioccare di dita, mattoni e colazioni è una discarica mentale e l’incomprensibile scoppio di creatività di un bambino.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/41l8ixl1r-l_aa240_.jpgYACHT, We’re Always Waiting (I Believe in You, Your Magic Is Real)
M.P.: Abbiamo un bisogno disperato di nuovi eroi e Jona Bechtolt potrebbe reggere l’incarico. Le sue canzoni contengono talmente tanti slogan che ce n’è per fare spillette da qui al 2009. “We want all that stuff! All that stuff that costs too much!” è solo uno dei tanti, ma è il mio preferito.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/sr004wait.jpgPete & The Pirates – Come On Feet (Wait Stop Begin)
E.B.: Dentro Come On Feet c’è qualcosa che spinge verso l’alto, lottando scomposto, confuso e cieco. Una canzone che ribolle di trionfalismo e ingenuità, treni a vapore e cori di punk in cerca di redenzione. Viene da immaginare che se gli Arcade Fire fossero nati a New York a metà degli Anni 70 sarebbero stati più o meno così.
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Cross the Line # 10 Antony Hegarty/Leigh Bowery

Costanza Baldini | 20/12/2007

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Leigh Bowery nasce in Australia nel 1961, arriva a Londra nei primi anni ‘80, dove inizia a frequentare i locali più cool e dove conosce Tony Gordon che lo invita ad aprire il Taboo. Subito il Taboo diventa un luogo e punto di riferimento per l’arte visiva e musicale di quel periodo. Nel Taboo Bowery inizia le sue performance, suoi rituali dissacratori, decidendo di invertire i parametri di riferimento del new romantic e proponendo una rinata vicinanza con il Punk e iniziando a creare vestiti auto-prodotti che indossa giocando sul cambiamento anche dei codici di appartenenza sessuale. Egli unisce anche un’attenzione nei confronti dell’arte orientale parallelamente all’uso della plastica, forse ripresa dai giocattoli gonfiabili da piscina che in quegli anni tra l’altro si ispiravano ai manga giapponesi, e passando per la optical art degli anni sessanta, arriva ad abbigliamenti legati al fetish e a hard core e sadomaso. Bowery è stato un trasformista capace di citare e di giocare continuamente tra eccesso e riferimento ad immagini del passato a Botticelli , a Botero, a Federico Fellini, con le sue donne procaci sintomo dell’opulenza degli anni ’60 e di una sessualità vissuta in chiave talvolta grottesca. Bowery esalta la sua sproporzione e inizia sin dai suoi primissimi esordi a proporre il suo corpo flaccido e decadente, suggerendo la sua bellezza “brutale” a ballerini, coreografi, pittori, e reinventando continuamente con sorpresa il suo corpo e la sua immagine. Del suo modo di fare arte Leigh Bowery affermava che non voleva essere assolutamente un arte che avesse a che fare con le noiose classi medie e che doveva essere un arte che investisse, ipnotizzasse il suo spettatore, trascinandolo in un moto liberatorio. Egli diceva che poteva diventare un opera d’arte, nello stesso momento in cui indossava uno dei suoi vestiti e parlava, si muoveva, sia agitava, nel suo modo punk di saper fare, diceva che da solo era in grado di attrarre molto più di tanti quadri che si possono trovare nel musei. Bowery distruggeva i paradigmi della bellezza con un elmetto e un tutù di tulle, per poi indossare un abito che lo copriva completamente con degli orifizi per gli occhi e la bocca. Il suo lavoro diventa quindi un continuo monologo nel quale è evidente il conflitto tra il corpo e ciò che il nostro corpo appare. Leigh Bowery ha fatto del suo corpo (ingombrante, ridondante, a volte ripugnante) un’opera d’arte. Anzi è diventato uno oggetto d’arte, un feticcio della contemporaneità. Non si può comprendere la cultura britannica degli ultimi trent’anni se non passando anche attraverso il suo corpo. — Continua a leggere

Meet In Town: Clark + Kalabrese and the Rumpelorchestra + Apparat and band (14-15/12/07)

Daniele Giovannini | 20/12/2007

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L’ultimo fine settimana dell’Auditorium, un venerdì e un sabato insolitamente freddi, è stato all’insegna dell’elettronica. Un’elettronica brillante e variegata che andava perfettamente d’accordo con quel gelo scarsamente romano. Il programma, con Clark e Kalabrese prima, quindi Apparat (con band) e la presentazione di Synken poi, era qualcosa di particolarmente esclusivo, ricercato, quasi rivolto a una nicchia della nicchia. Roma si accontenterebbe di molto meno — avrebbe bisogno anche di molto meno; in primo luogo, l’usualmente veltroniano Parco della Musica era qualcosa troppo radical-chic per il calendario degli eventi, passati e in arrivo. Il Teatro Studio, che sta all’Auditorium come la collana Stile Libero sta alle edizioni Einaudi, era mascherato da club, con un finto bar che vendeva birre in bottiglia, rare poltroncine, luci soffuse e triple proiezioni a cura di questo o quell’artista visuale. Gli ampi spazi della sala erano ancora scarsamente popolati quando venerdì sera Clark è salito sul palco. Noi si stava praticamente tutti seduti o variamente sdraiati in terra. Il barbuto e di vintage vestito Chris Clark, stellina del recente universo Warp e autore di quel mai troppo lodato capolavoro che è Body Riddle, si è presto messo all’opera. Il set era accompagnato, come da mesi a questa parte, da un mai nominato batterista. Che suonava una batteria vera, ad affiancare occasionali incursioni del programming a cui siamo abituati. Non che questo fosse sufficiente per avvicinare il sound di Clark a nomi come i Broadcast, per esempio, come non lo era nel disco: la sua abilità nel tratteggiare panorami elettro-organici è rimasta infatti del tutto personale. La lussureggiante varietà timbrica e il dettaglio della resa dal vivo, in modo indipendente dalla incomprensibilmente scarsa qualità acustica del luogo, finivano in qualche modo in secondo piano. Perché il grande pregio del set di Clark era la sua irrequietezza, e il suo procedere elegante attraverso territori che sono bene al di là della sua recente elettronica manipolativa, cosmica e ritmicamente tesissima: sono arrivati quattro quarti tagliati con l’accetta e house perturbata, instabile come le masse d’aria di un temporale. Sono stati momenti di ipnosi collettiva, con un pubblico immobile in terra mentre la batteria e la quantità di arnesi sul palco giocavano con una generale mutevolezza; con una violenza che, se nell’album si manifestava attraverso tempi impazziti, lì diventava più diretta, assordante, ossessiva a tratti. Se le parti più indolenti erano paradossalmente quelle dallo stile dirompente, il meglio si è avuto all’inizio e alla fine, quando degli estratti da Body Riddle non del tutto trasfigurati — vedi in particolare Herr Bar e Ted — hanno rovesciato sugli astanti pura beatitudine. — Continua a leggere

Up, Close & Personal: Songs of Sadness, Songs of Happiness

Enzo Baruffaldi | 19/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/zeitgeist_2007_small.jpgTentare in poche parole il riepilogo di un anno intero, anche solo dal punto di vista musicale, è una scommessa che mi pare persa in partenza, per cui tanto vale alzare la posta soltanto per il divertimento di farlo. Si potrebbe, per esempio, prendere a prestito il titolo dell’ep di debutto dei My Awesome Mixtape per cominciare ad abbozzare a grandi linee qualche categoria, per quanto generica.
Infatti se mi volto a guardare questo mio 2007, anche sotto il profilo della colonna sonora, lo vedo procedere a strappi, tra entusiasmanti eccessi e fasi più malinconiche.
A proposito della giovane band bolognese, “happiness” è stata trovarsi al loro concerto numero uno e realizzare di colpo che si aveva di fronte qualcosa di finalmente nuovo, forte e promettente. Su un altro piano, ma anche questo legato a un live, voglio ricordare la formidabile rivelazione degli A Classic Education, di cui attendo con trepidazione l’esordio discografico l’anno prossimo.
Per continuare con i nomi italiani, il 2007 ha visto anche il ritorno in gran forma degli Ex-Otago, ora supportati dalla Riotmaker a dare coesione al progetto genovese, e quello dei Disco Drive che, assorbito il cambio di formazione, si sono confermati campioni di suoni post punk a livello internazionale. La voce “sadness” di casa nostra è piena di consolazioni, tormenti e riflessioni, come quelle contenute nel nuovo disco degli Amari o in quello degli Altro, o nelle canzoni di Dente, musicisti molto diversi fra di loro ma che hanno in comune la capacità di usare la nostra lingua in maniera efficace e poco comune.
Altre istantanee in chiaroscuro da altri concerti memorabili: gli svedesi I’m From Barcelona sulla spiaggia di Marina di Ravenna che al settimo cielo continuano a cantare insieme a tutti noi, nonostante la corrente elettrica sia saltata da un pezzo; la classe di Johnny Marr che accompgna i Modest Mouse e noi lì di fronte a fare un po’ di conti con quello che siamo diventati; gli occhi di Matt Berninger e la sua voce che sa di bourbon alla data milanese dei National; il sold out dei Settlefish che incendia il nuovo Locomotiv Club di Bologna; andare in giro in furgone e poi saltare e gridare sul palco insieme ai Fanfarlo; una scintillante Frida Hyvönen che sorride seduta al pianoforte; le giornate milanesi del MiaMi; l’esperienza degli Arcade Fire a Ferrara Sotto Le Stelle; la pioggia sopra Stoccolma mentre dentro al vecchio teatro di legno Jens Lekman presenta il suo nuovo album. — Continua a leggere

Zeitgeist 2007, Pt. 8

Redazione | 19/12/2007

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/mdslktrcover.jpgModeselektor, Hyper Hyper (Happy Birthday!)
S.T.: We need the hardcore. We need the bassdrum. La storia della mia vita riassunta in cinque minuti di geniale demenzialità techno.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/is_is.jpegYeah Yeah Yeahs, Rockers to Swallow (Isis ep)
M.F: Un isteria che ricorda i primissimi Yeah Yeah Yeahs si dipana attorno ai nostri corpi. Abbagliati dalle urla di Karen O lasciamo che si prenda gioco di noi.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/amorfoucover.jpgAmor Fou, Se un ragazzino appicca il fuoco (La stagione del cannibale)
N.A.H.: Una storia d’amore e di poesia che risorge dal passato con un affascinante strato di polvere sulle pagine. Gli Amor Fou ci soffiano sopra e gli ridanno colore, regalandoci uno tra i dischi più originali e importanti di quest’anno.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/suga-free.JPGSuga Free, Suga Free (Sunday School)
S.T.: Forse dovrei provare solo un sano disprezzo nei confronti di un pappone prestato al rap che scandisce suadentemente il proprio nome sopra una base porno-funk anni ‘70. Ma questo pezzo potrebbe essere il degno erede di Who Am I (What’s My Name?) e io non riesco a smettere di scandire insieme a lui.
Su-Ga-Freeeeeeeeeeee…
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/cox.jpgAtlas Sound, Pure Unevil (Liars Cover) (Demo)
T.B.: Il progetto solista di Bradford Cox dei Deerhunter. Un pezzo dei Liars distrutto e rimontato. Senza chitarre, in camera. Un paio di cuffie un laptop una serie di manopole. Il punk, nel 2008.
Scarica la canzone dal blog dei Deerhunter
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/this_fool_can_die_now.jpgScout Niblett, Kiss (This Fool Can Die Now)
D.G.: Scout Niblett non la ricordiamo più con la parrucca bionda, con i piedi larghi sul palco e una voce quasi irritante. Ora è come sempre, ma diversa. È la Scout di prima, ma meno outsider, meno frammentata, a suo agio accanto a Will Oldham in una canzone d’amore potente e più limpida di qualsiasi altra cosa Scout abbia mai scritto.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/ickythump.jpgThe White Stripes, Conquest (Icky Thump)
M.F
:Abiti messicani e sonorità della medesima provenienza si amalgamano con l’usuale garage ridotto all’osso dei White Stripes. Il risultato è surreale, cinematografico ed intrigante.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/3243014.jpgShins, The Australia (Wincing the Night Away)
M.P.: Gli Shins di questo disco sotto certi versi minore rispetto ai precedenti hanno messo a segno una delle loro canzoni più belle di sempre, ed eccola qua. Schivare la notte in volo planando altrove, a caccia di tasche in cui infilarsi.
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http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/r-1135787-1194966165.jpegThe Killers feat. Lou Reed, Tranquilize (Sawdust)
N.C.: E chi ci avrebbe scommesso? Il grande sopravvissuto del rock’n'roll con i divi del revival wave kitsch anni Ottanta. Tranquilize è tutto un rincorrersi di melodie “gancio”, tanto da non riuscire mai capire quando arriva il refrain.

http://www.vitaminic.it/uploads/2007/12/roll-deep.JPEGRoll Deep, Ride or Die Chicks (Rules and regulations)
S.T.: Roll Deep al massimo dei giri, nonostante l’assenza dei pesi massimi del gruppo nell’episodio migliore del disco. Target alle macchine, Jammer, Frisco e Manga ai microfoni. Base rallentata e flow inafferrabile. Il divario tra la furia vocale e il contenimento sonoro è la formula chimica della micidialità grime.
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