Ulan Bator @ Shindy, Bassano del Grappa
Quando il collega ed io realizzammo che gli Ulan Bator avrebbero suonato a mezz’ora circa dalla nostra mortuaria terra berica scegliemmo la vita della risata e del divertito sconcerto.
Raggiungemmo lo Shindy, un locale dotato di triplice natura (pseudo ristorante indiano, discoteca e per l’appunto luogo in cui talvolta suonano delle band), e subito provammo quella sensazione pruriginosa che in terra vicentina abbiamo ormai imparato ad ignorare. Guardammo noi stessi, il locale, la gente, poi di nuovo noi stessi, il parcheggio, la macchina e contemplammo la fuga. Sentirci fuori luogo è un must della nostra esistenza di patetici provinciali con velletità intellettualodi.
Dopo qualche minuto l’intero staff ci odiava. Ecco cosa succede a desiderare una cena indiana essendo poveri e vegetariani.
Cenammo dunque nelle vicinanze degli Ulan Bator e del gruppo spalla, di cui ritengo di poter ignorare il nome vista la loro totale mancanza di attrattiva. Se però pensate che possa piacervi una band che ricorda incredibilmente i Negramaro e che scrive canzoni che si intitolano French Kiss sentitevi liberi di scoprire chi sono.
Gli Ulan Bator si presentarono con i loro strumenti ed un’attitudine cementicea molto math di fronte ad un pubblico composto quasi esclusivamente da cinquantenni marpioni poco interessati al concerto e ventenni seminude ubriache.
Dopo un’apertura alquanto moscia con un paio di pezzi recenti, gli Ulan Bator gravitarono a lungo sul loro repertorio più pregevole ed arcaico, regalandoci una serie di canzoni tratte da Ego:Echo e Végétale.
La pesantezza della cena e i residuati alcolici dell’aperitivo ci permisero di sfruttare le sonorità tortuose degli Ulan per lanciarci in una riuscitissima serie di viaggi mentali, durante i quali ignorammo addirittura il vociare che si dipanava alle nostre spalle e che poteva essere udito distintamente mentre i brani rallentavano e si colmavano di silenzi.
Apprezzammo dunque i prodigi di questi artigiani del suono di casa Jestrai che, nonostante gli spazi angusti e il pubblico indegno, ci fecero dono di una godibilissima parentesi di post rock spigoloso, con punte di psichedelia rumoristica; cosa assai rara in una terra come la nostra, popolata da uomini Pal Zileri, bestemmiatori e gente desiderosa di avere delle armi atomiche dietro casa.
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