Sleeping States: There The Open Spaces
Talvolta, quando la vita si fa fin troppo pacifica e stabile, c’è chi sente il bisogno viscerale di ricercarne il lato oscuro nei meandri più impolverati del capanno degli attrezzi da giardino o alla luce del giorno, destrutturando l’idea di ciò che per i puri di spirito è, ad esempio, un semplice cucchiaio.
Markland Starkie era un adolescente di questo tipo. Occupava il suo tempo studiando al conservatorio e sperimentando con il rumore. Crebbe dunque in una terra pacifica, ascoltando Jim O’Rourke, Robbie Basho, gli Unwound, Bacharach e le creature di David Grubbs (Squirrel Bait, Bastro, Gastr del Sol).
Quando abbandonò le Midlands e si trasferì a Londra, cominciò a scrivere delle canzoni istintuali, che esprimevano i suoi timori, la sua solitudine e la sua claustrofobia. Circondato da palazzi, grattacieli e fiumi d’umanità, Markland divenne Sleeping States. Abbandonò la complessità dei suoi studi, ripose i tanti strumenti che aveva imparato a suonare e, nel caos, raggiunse nuovamente l’equilibrio dell’adolescenza.
There The Open Spaces è quell’equilibrio. Inaspettatamente, quello che non riusciamo a smettere di ascoltare, è un disco folk. Un folk diverso da quello a cui eravamo abituati.
Si sente distintamente che è un punto di arrivo, il frutto di una crescita umana ed intellettuale e non una semplice pretesa stilistica. Il lavoro di Sleeping States risente infatti di un vociare di influenze, che gravitano tra un brano e l’altro, rendendo il tutto incredibilmente godibile e particolare. There The Open Spaces è minimale, addolcito da soavi e tenui campionamenti, fatto solo di voce e chitarra elettrica.
Un piccolo miracolo iridescente.
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